[237]. Arnulph., lib. 3, cap. 8.
[238]. Carissimi seniori, io non posso più oltre trattenere il discorso che nel cuor mio ho conceputo. Non vogliate, signori miei, non vogliate no sprezzare le parole di un giovine e di un imperito; perciocchè spesso Iddio rivela al minore quello che al maggiore ricusa. Ditemi: Credete in Dio trino ed uno? Rispondono lutti: Crediamo. E soggiunse: Munite le fronti vostre del segno della croce. E questo ancora fu fatto. Dopo di questo disse: Io mi compiaccio della vostra devozione, ma a compassione mi muove l'imminente grandissima perdizione. Perciocchè già da gran tempo addietro non è conosciuto in questa città il Salvatore. Gran stagione egli è che voi siete in errore, giacchè più non avete alcun vestigio di verità; invece della luce palpate le tenebre, ciechi tutti divenuti, poichè ciechi sono i vostri capi. Ma un cieco forse può egli guidare un cieco; non cadono l'uno e l'altro nella fossa? Conciossiachè abbondano in molti modi gli stupri; si sparge l'eresia simoniaca nei sacerdoti e nei leviti e negli altri ministri de' sacri riti; i quali, essendo nicolaiti e simoniaci, ben a ragione debbono essere cacciati, e dai quali quind'innanzi, se salute sperate dal Salvatore, dovete del tutto guardarvi, non venerando alcuno. Dei loro uffizi, giacchè i sagrifizi loro sono la stessa cosa come lo sterco canino, e le loro basiliche sono stalle di giumenti. Per la qual cosa, riprovati quelli all'istante, si vendano al pubblico i loro beni. Sia a tutti lecito il rapire i loro averi, qualora si trovassero nella città o fuori.
[239]. Arnulph., lib. 3, cap. 9.
[240]. Acremente avesse tuonato.
[241]. Rer. Italic. Script., tom. IV, pag. 24.
[242]. La cosa essendo tuttora agli occhi nostri presente.
[243]. Arialdo, invasato da un certo zelo di superbia, il quale poco prima accusato di certa nefandissima scelleratezza, e convinto innanzi a Guidone, alla presenza di molti sacerdoti di questa città, e in parte perchè i sacerdoti urbani non consentivano che quelli di fuori della città entrassero togati, e non permettevano che le chiese della città servissero se non come tonsurati, cercava in qualunque modo l'occasione di potere, aizzando la possa del popolo, allontanare tutti i sacerdoti dalle loro mogli.
[244]. Giulini, tom. IV, pag. 16.
[245]. Venendo in un giorno solenne alla chiesa (Arialdo) con turba di popolo dalla piazza, tutti coloro che salmeggiavano con violenza cacciò dal coro, inseguendoli per tutti gli angoli e nei loro alloggiamenti; provvide quindi maliziosamente che si scrivesse il Pitacio della conservazione della castità, ommesso il canone, estorto dalle leggi mondane, al quale tutti i sacri ordini della diocesi ambrosiana, a malgrado loro, soscrivono, opprimendoli egli stesso coi laici. Intanto i predatori, oltre alcune case rovinate nella città, visitavano la parrocchia, frugando nelle case dei cherici, col rapire i loro averi.
[246]. Giulini, tom. IV, pag. 18.