[227]. Moltissime variazioni sono state fatte agli scritti di sant'Ambrogio. Il canonico regolare Giovanni Coster, nella prefazione alle opere del santo dottore, stampate in Basilea nel 1533, così s'esprime a tal proposito: Cum ego igitur ante biennium D. Ambrosii Epistolas antiquis et elegantioribus characteribus conscriptas.... nactus essem, caepissemque, meo more, cum excusis libris eas conferre, mirum dictu quantum hic erat dissidii, quantum varietatis, ut statim non potuerim non destomachari in eos qui, editis libris, speciosis quidem sed inanibus et mendacibus titulis, omnia castigatissima... pollicentur. (Avendo io adunque trovato già da due anni le lettere di sant'Ambrogio, scritte in caratteri antichi ed assai eleganti... e cominciato avendo, secondo il mio costume, a confrontarle sui libri stampati, maravigliosa cosa è a dirsi quanta differenza io vi scorgessi, quanta varietà; cosicchè all'istante non potei non rimanere stomacato di coloro che nelle edizioni de' libri, con titoli speciosi veramente, ma vani e mendaci, le cose tutte gastigatissime... promettono.) Francesco Junio, nella prefazione all'Index expurgat., riferisce che, visitando in Lione Luigi Saurio, correggeva le edizioni della stamperia Fresloniana, gli mostrò il Saurio le interpolazioni ed i troncamenti fatti al testo di sant'Ambrogio da due frati. Il Rivet pure racconta lo stesso: Critic. sacr., lib. 3, cap. 6. Il Dableo nel suo libro: De l'usage des saints Pères, move le stesse querele. Vero è che i Maurini, nell'edizione di Parigi del 1686, confutano queste opinioni. Ma è altresì vero che nell'edizione delle opere di sant'Ambrogio, fatta in Roma nel 1580 da Domenico Basa, il cardinale di Montalto (che divenne poi Sisto V) nella prefazione dichiara d'avere associati al lavoro: Praeclaros doctores, viros doctrina, et pietate graves, ac linguarum intelligentia, et historiarum cognitione insignes, praeterea in scholastica theologia et Patrum lectione admodum versatos delegi, mihique laboris socios adscivi... quorum ope, atque adminiculo obscura explicuimus, manca supplevimus, adjecta rejecimus, transposita reposuimus, depravata emendavimus, omnia demum ut germanam Ambrosii phrasim redolerent, ejusque dignitati, atque gravitati responderent sedulo curavimus, et ut ipsemet auctor loqui videretur, suppositiis quibuscumque abscissis, pro viribus studuimus. (Mi elessi come soci della fatica dottori illustri, uomini gravi per dottrina e per pietà, ed insigni per la intelligenza delle lingue e la cognizione delle istorie, inoltre molto versati nella teologia scolastica e nella lettura dei Padri... col di cui aiuto e giovamento spiegammo le cose oscure, supplimmo le mancanti, rigettammo le sopragiunte, rimettemmo a suo luogo le trasposte, emendammo le depravate, tutte finalmente procurammo di ordinarle in modo che la genuina frase di Ambrogio suonassero, o convenevolmente corrispondessero alla dignità e gravità di quello scrittore; e ci adoperammo affinchè sembrasse parlare lo stesso autore, troncate avendo noi tutte le cose intruse.) Attenendoci per altro anche all'edizione de' Maurini sembra che in alcuni tratti sant'Ambrogio vada d'accordo coi testi che si citavano dai nostri sacerdoti. Nel primo libro di Abramo, cap. III, num. XIX, leggesi: Ad ipso quoque domino mercedem quam postulet consideremus. Non divitias ut avarus, exposcit; non longaevitatem vitae istius, ut meticulosus mortis; non potentiam; sed dignum quaerit sui haeredem laboris: Quid mihi, inquit, dabis? Ego autem dimittor sine filiis. Et infra: quia mihi semen non dedisti, vernaculus meus mihi haeres erit. Discant ergo homines conjugia non spernere (Consideriamo ancora quale mercede richiegga dallo stesso Signor nostro; non chiede ricchezze come l'avaro; non la lunghezza di questa vita come timoroso della morte; non la potenza; ma domanda un degno erede della sua fatica. Che mi darai? dice egli: io già sono congedato senza prole. E più abbasso: Perchè non mi hai accordato prole, un mio connazionale raccoglierà la mia eredità. Imparino dunque gli uomini a non disprezzare i matrimonii.), tom. I, col. 288 D. Altrove, nella sposizione del Vangelo di san Luca, lib. IV, num. X, scrivendo delle fallacie colle quali sotto aspetto di bene vengono sedotti gli uomini, dice: Videt integrum et illibatae castimoniae virum; suadet ut nuptias damnet, quo ejiciatur ab Ecclesia, studio castitatis a casto corpore separetur. (Vede un uomo incorrotto e di illibata castità, e lo persuade a condannare le nozze, affinchè cacciato sia dalla Chiesa, e per istudio di castità espulso sia da un casto corpo.), tom. I, col. 1337 B. Se il disapprovare il matrimonio è un'eresia, il disapprovare il matrimonio de' sacerdoti pare che non dovesse sembrare un atto religioso. Più chiaro sembra il testo del santo dottore nel libro: De Benedictionibus Patriarcharum (Delle benedizioni dei patriarchi), cap. III, num. XII, ove leggesi: Ut ubi inhabitatores ante lasciviae, et principes luxuriae versabantur, ubi fuerant incentiva libidinis et fomenta nequitiae, ibi nunc sancti sacerdotes magisteria doceant castitatis, et plurima virginalis integritatis exempla quodam supernae lucis fulgore resplendeant (Affinchè dove aggiravansi da prima coloro che nella lascivia dimoravano, e il principato tenevano nella lussuria, dove gli incentivi trovavansi della libidine e i fomenti della perversità, colà ora i santi sacerdoti i precetti insegnino della castità, e numerosi esempli di integrità virginale di un cotale splendore di celeste luce risplendano), tom. I, col. 517 A. Ognuno potrà osservare se quel plurima sia d'accordo colla legge universale del celibato inerente al sacerdozio. Su di che io non intendo di proferire alcuna opinione, ma unicamente d'esporre i fatti imparzialmente come conviene alla storia.
[228]. È buona cosa che l'uomo non tocchi la moglie; ciascuno però abbia la propria moglie affine di evitare la fornicazione.
[229]. È duopo adunque che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola donna, sobrio, prudente, ec.
[230]. Nel sinodo di Damaso I, tenuto in Costantinopoli da centoquaranta vescovi, al quale intervenne il beato Ambrogio, nacque grandissima controversia tra i sacerdoti ammogliati da una parte e i sacerdoti viventi senza moglie dall'altra, i quali sacerdoti senza moglie dicevano che i sacerdoti ammogliati non potevano salvarsi. Il sommo pontefice rimandò questa questione al beato Ambrogio, il quale così parlò: La perfezione della vita non consiste nella castità, ma nella carità, secondo quel detto dell'apostolo: Se io parlassi colle lingue degli uomini e degli angeli, ec. Per questo la legge concede ai sacerdoti di condurre sposa per una sola volta una vergine, ma non accorda loro di reiterare il matrimonio. Se poi, morta essendo la prima moglie, il sacerdote ne sposasse un'altra, perde il sacerdozio.
[231]. Tutti questi, benedicendo il beato Ambrogio, concedette loro che di una sola moglie usare potessero; morta la quale, vedovi anch'essi rimanessero in eterno. La quale consuetudine durò per settecent'anni fino al tempo di Alessandro papa, cui la città di Milano aveva data la culla.
[232]. Sant'Ambrogio ai sacerdoti della sua Chiesa.
[233]. Tom. IV, pag. 7.
[234]. Landulph. Sen., lib. 3, cap. 4.
[235]. Tom. IV, pag. 14.
[236]. In questo tempo medesimo un grandissimo orrore invase il clero ambrosiano..... il di cui principio e la di cui serie, essendo la cosa tuttora presente agli occhi nostri, per quanto è in nostro potere, narriamo..... Certo diacono, adunque, dei decumani, per nome Arialdo, molto delicatamente nutrito presso il vescovo Widone, e colmato di assai onori, mentre alio studio delle lettere attendeva, severissimo interprete diventò della legge divina, contra i soli cherici esercitando crudeli giudizi. Il quale, trovandosi fornito di scarsa autorità, siccome nato di basso lignaggio, si avvisò in prevenzione di associarsi Landolfo, come uomo più generoso, a questo fatto idoneo, divenuto essendo seguace di un suo favorito. Landolfo poi, dotato essendo di lingua e voce più spedita ed eccessivamente avido del pubblico favore, all'istante capo si fece della parola, usurpato avendo contra il costume della Chiesa l'ufficio della predicazione. Questi, non essendo elevato per alcun grado dell'ecclesiastica gerarchia, grave giogo imponeva alle cervici dei sacerdoti, mentre soave è quello di Cristo e leggiero il suo peso.