STORIA DI MILANO

CAPITOLO PRIMO

Antichità di Milano sino alla devastazione di Attila, seguita nell'anno 452.

L'origine di una città antica si perde comunemente nella oscurità de' tempi favolosi, e ascende sino a que' rimoti secoli dai quali a noi non è trapassato monumento alcuno, e perciò debbono considerarsi come secoli isolati e inaccessibili alla nostra curiosità. Tale si è la fondazione della città di Milano, di cui Plinio, Giustino e Livio fanno menzione, con autorità però sempre dubbia; perchè trattasi di un avvenimento accaduto più secoli prima che questi autori scrivessero, e presso di un popolo che probabilmente ignorava persino l'arte della scrittura con cui passare a' posteri la notizia de' fatti. Conviene però queste opinioni conoscerle, e brevemente esaminarle, per separare dalla massa delle tradizioni quella porzione che sia più credibile.

Gli scrittori latini concordemente fanno discendere gli abitatori dell'Insubria dai Galli, che, superate le alpi, si collocarono in questa pianura; e perciò quella che oggidì chiamasi Lombardia, dai Romani ebbe il nome di Gallia Cisalpina. Questa general opinione degli antichi viene confermata ancora al dì d'oggi dalla pronuncia del dialetto popolare. La stessa lingua italiana presso gli abitanti di qua dalle alpi, da Genova a Brescia, e da Torino a Piacenza, viene pronunciata con vocali ed accenti affatto forestieri all'Italia, per modo che, chiunque sia avvezzo al parlare di Napoli, dì Roma, della Toscana o d'altra parte d'Italia, giudicherà piuttosto francesi che italiani i Lombardi che parlano il loro dialetto; il che rende verosimile l'origine più sopra accennata. Dico l'origine, perchè se bastasse un lungo soggiorno a lasciare una così durevole diversità, noi dovremmo avere assai più parole ed accenti teutonici che non abbiamo, sebbene la lunga dominazione de' Longobardi e l'invasione loro sia accaduta in secoli a noi più vicini.

Tito Livio ci narra che Milano sia stata fondata da Belloveso, duce dei Galli, i quali colle armi scacciarono i Toscani, che prima avevano quivi collocate le loro sedi.[27] Galli... fusis acie Tuscis, haud procul Ticino flumine: quum, in quo consederant, agrum Insubrium appellari audissent, cognomine Insubribus, pago Heduorum, ibi omen sequentes loci, condidere urbem, Mediolanum appellarunt[28]. Il saggio autore però dapprincipio dice ch'ei riferiva sulla rimota venuta de' Galli quanto gli era stato narrato:[29] De transitu in Italiam Gallorum haec accepimus; e poco sopra, parlando di questa venuta, dice:[30] Eam gentem traditur... alpes transisse. Trattasi di un avvenimento: che viene collocato nella 45 Olimpiade, vivendo Tarquinio Prisco, cioè seicento anni prima dell'era volgare. Non abbiamo nel nostro paese monumento che ci assicuri essere vissuta alcuna nazione colta entro di esso prima d'Augusto, Negli scavi che sinora si sono fatti sotto Milano e la adiacente campagna non si è trovata statua alcuna, scultura, iscrizione o lavoro qualunque di metallo o di creta, che in qualsivoglia guisa ci dia indizio che prima dell'era volgare gli abitanti dell'Insubria conoscessero le arti. Non abbiamo libro alcuno scritto in Italia di cui l'autore non sia vissuto più secoli dopo l'epoca in cui si dice fondata la città nostra. Livio stesso non indica di aver conosciuto carte, iscrizioni, monete o altri documenti che siano giunti intatti alle sue mani, anzi nulla più dice, che haec accepimus, ovvero traditur; l'asserzione perciò di Livio tutt'al più ci farà credere che l'opinione de' Galli Cisalpini, mentr'ei scriveva, fosse che la città di Milano avesse per fondatore certo antico Belloveso, e che tale opinione dai rozzi ed agresti loro antenati, per molte generazioni, fosse discesa alla generazione allora vivente.

Si può dunque ragionevolmente dubitare se Belloveso sia stato il fondatore di Milano: si può anche ragionevolmente dubitare se Milano abbia avuto un fondatore, cioè un capitano, un principe il quale, avendo il disegno di creare una città, abbia collocato una popolazione nel sito ove sta Milano. La ragione di questa dubitazione nasce dall'osservare che le città quasi tutte, e nella Lombardia e nell'Italia, sono collocate alle rive d'un lago, alle sponde d'un fiume, al lido del mare, e i luoghi muniti e forti si sono piantati anche lontani dall'acqua, ma in siti elevati e di accesso difficile. Milano non ha alcuno di questi vantaggi. Chiunque avesse avuto pensiero di fabbricare una nuova città su di questa pianura, doveva essere invitato a disegnarla poche miglia lontano, alle sponde del Tesino, ovvero dell'Adda, oppure anche del Lambro: l'acqua è tanto necessaria agli usi comuni, e la navigazione è tanto opportuna per trasportare ogni genere, che si dovettero scavare artificialmente de' canali secent'anni sono per rendere comuni anche a Milano questi comodi; il che si sarebbe certamente risparmiato qualora il sito fosse stato trascelto con determinazione di piantarvi una città. Milano mi sembra formata per una serie di circostanze senza un fondatore, e mi pare che, dalla condizione d'un povero villaggio, gradatamente ampliatasi, diventasse insensibilmente una città, senza che uomo alcuno avesse concepita l'idea dapprincipio di farla tale. Alcune misere capanne di agricoltori probabilmente avranno composta la prima riduzione; la fecondità della terra, la moltiplicazione degli abitanti avranno dato luogo a formarvi un villaggio per domiciliare il contadino vicino al suo campo, e così la fertilità della terra avrà dato motivo di sempre più ampliare la popolazione, che nel corso de' secoli giunse poi a formarne una città; in quella guisa appunto che vediamo qualche albero, fortuitamente trasportato dalla corrente di un fiume, arrestarsi laddove co' rami urti nel fondo, e servire indi a trattenere le ghiaie e le piante che successivamente il fiume trasporta, e così formarsi un'isola coll'andare degli anni, su di cui gli uomini vi piantano poi la loro dimora. Tale almeno sembra la più verosimile opinione, anzi che persuaderci che siasi formato un disegno di piantare una città lontana dall'acqua, costretta a scavare de' pozzi per bere, e a trasportare tutto per terra. La ragione medesima per cui dubitiamo della fondazione attribuita a Belloveso, ci rende sospetto il racconto di certo famoso capitano, che aveva nome Medo, a cui si attribuisce la prima pianta della città, accresciuta poi di molto da certo altro famoso capitano, per nome Olano, dalla unione de' quali nomi se ne pretende formato Mediolanum: sono opinioni senza alcuna prova, le quali sgorgano dai tempi oscuri, e perciò le accenno al solo fine di non lasciare ignorare quello che si è più volte ripetuto da chi ha scritto la storia del nostro paese.

La costruzione fisica della Lombardia sembra che possa darci de' sospetti verisimili sullo stato antico della medesima. Le alpi contornano questa pianura dalla parte settentrionale, e gli Appennini dal ponente e dal mezzogiorno la chiudono. Si mutano i nomi, ma in realtà la costiera non interrotta di monti chiude la Lombardia da tre parti, lasciandole l'aria libera soltanto all'oriente, laddove scorre il Po e va a sfogarsi placidamente nell'Adriatico. Perciò i venti che, sopra gli altri, da noi prevalgono, sono que' di levante. In questa pianura così fiancheggiata le altissime montagne che la cingono, vi gettano fiumi e torrenti, i quali si uniscono al Po, ed esso ha la sua foce nell'Adriatico. La terra fecondissima su di cui abitiamo, per poco che gli uomini cessassero di preservarla coll'arte, verrebbe coperta dalle acque, e si formerebbe una palude. Il signor abate Frisi, nostro illustre cittadino, di cui non ricordo i titoli, perchè valgon meno che le due parole Paolo Frisi, mi ha graziosamente comunicate le notizie che i due laghi maggiore e di Como sono prossimamente allo stesso livello, cioè centocinquanta braccia al disopra di Milano. Il lago di Lugano è braccia cento più alto di quei due laghi; così riesce braccia duecentocinquanta più alto della città di Milano, cioè settanta braccia ancora più alto sopra la sommità dell'aguglia del Duomo. Vi sono adunque de' vasti emporii di acque più alte e imminenti. La pianura è alquanto pendente verso del Po. La città di Milano, dalla parte più elevata alla più bassa, non avrà venti braccia di caduta, cioè dalla mura di porta Nuova a quella di porta Ticinese, il che fa vedere l'assurdità della opinion volgare, che suppone la piazza del Duomo a livello della sommità della torre di Sant'Eustorgio. Le spese e le cure incessanti che esigono gli argini del Po, l'altezza a cui giungono le piene al disopra del livello de' campi, ci convincono che un mezzo secolo di negligenza sarebbe bastante a sommergere tutta la parte bassa di questa superficie. Abbiamo sul Bolognese gli esempi di terre e province coperte dalle acque del Reno sviato dal Po. Una dissertazione del maestro e lume della storia italica, signor Lodovico Antonio Muratori[31], ci dimostra con quanta facilità diventino lago o palude i paesi più floridi della Lombardia, tosto che cessino gli uomini di riparare coll'arte l'azione non mai interrotta della natura, che sembra aver destinato questo suolo ai pesci, e sul quale artificiosamente vi si sono collocati e vi soggiornano gli uomini, quasi contro il di lei volere; simile in ciò agli Olandesi, i quali, come noi, hanno pascoli, burro e caci eccellenti, e al par di noi hanno ottimi lini, e meglio di noi li preparano. Ogni volta che sia mancata la vigilanza nel preservare il piano della Lombardia dalle innondazioni, ivi si è formata una pallude. Sant'Ambrogio, nella lettera XXXIX a Faustino, parlando di Modena, Reggio, Brisello, Piacenza ed altre città dell'Emilia, le chiama[32] tot semirutarum urbium cadavera. Queste erano al tempo di Cicerone splendidissime colonie del popolo romano, ridotte nel quarto secolo, dopo le guerre di Magno Massimo e di Costantino, prive d'abitatori, e in conseguenza poi, nel secolo decimo, immerse nelle acque, siccome leggesi nella vita di san Geminiano[33].[34] Mutinensis urbis solum, nimia aquarum insolentia enormiter occupatum, rivis circumfluentibus, et stagnis ex paludibus excrescentibus, incolis quoque aufugentibus noscitur esse desertum. Unde usque hodie multimoda lapidum monstratur congeries, saxa quoque ingentia, praecelsis quondam aedificiis aptissima, aquarum crebra, ut diximus, inundatione submersa. Se dunque è vero che la costruzione fisica della Lombardia la conduca allo stato di una palude, da cui, per opera degli uomini, venga ridotta allo stato di cultura e di abitazione; se è vero che, dovunque cessi la attenzione degli uomini per la difesa, ivi le acque ripigliano il lor sito coprendo la terra; sarà anche assai verosimile il dire che ne' tempi antichissimi questa pianura fosse un vasto lago o un aggregato di paludi; che i Galli, collocatisi sulle colline, gradatamente abbiano cercato di aprire lo scolo alle acque stagnanti, e così riporsi ad abitare sopra di una terra più feconda. Questa opinione corrisponde all'antica tradizione, che il luogo eminente di Castel Seprio, distrutto poi l'anno 1287, come vedremo, fosse una delle prime sedi degli Insubri; questo pure corrisponde a quanto scrissero Erodiano, Vitruvio e Strabone[35], descrivendoci il piano della Insubria tutto coperto di paludi; e a questa opinione corrisponde l'antica memoria d'un lago Gerundio ne' contorni di Cassano, ove oggidì quella parte bassa è tutta abitata; e la memoria dell'isola di Fulcherio ne' contorni di Crema, di cui trattano le carte de' secoli bassi, sebbene al giorno d'oggi non sianvi in quel distretto paludi che formino isola alcuna. I documenti più sicuri dell'antichità sono i fisici. La curiosità nostra vorrebbe sapere come e perchè i Galli, uscendo dalla loro patria, sieno venuti, arrampicandosi sopra difficili montagne, a stabilirsi in questo clima, abitato forse da pochissimi pescatori; ma la confessione della nostra ignoranza è assai più nobile che non lo sarebbero i sogni d'una immaginazione romanzesca. La storia è piena di emigrazioni di popoli interi; la fuga da qualche disastro fisico, innondazione, terremoto, ec.; la violenza d'una barbara nazione che sforza a sloggiare e cercarsi nuova sede; l'ambizione di conquiste; l'avidità di godere una vita più agiata; il fanatismo, queste sono le cagioni per le quali de' popoli interi cambiarono patria. Le colonie greche popolarono la Francia e l'Italia; le romane, la Ungheria ed altri regni; le spagnuole, le inglesi ec., l'America. Al tempo delle crociate l'Europa tentò di invadere l'Asia, come in prima l'Arabia si stese sull'Africa e sull'Asia. Vediamo gli avanzi di tali invasioni anche al dì d'oggi. Gl'Inglesi parlano la lingua nata dal sassone, mentre nel centro dell'isola si parla la lingua antica britanna, la quale nessuna connessione ha coll'altra, che essi chiamano lingua sassone. Nella Germania, in molte province, i contadini parlano l'illirico, mentre nella città la lingua naturale è la tedesca. Anche nella Spagna l'antica lingua conservasi nelle montagne della Biscaglia, e niente somiglia alla castigliana, nata dall'invasione de' Romani, e poscia degli Arabi. Questi fatti ci mostrano che ogni parte della terra ha sofferte le vicende di essere invasa da straniere popolazioni, che vi si piantarono, siccome i Galli antichissimamente fecero, in questo paese; ma per qual motivo questo accadesse, non ce lo può dire la storia, che in Italia non riascende sino a que' tempi.

Della etimologia di Milano vi sono pure varie opinioni; oltre quella accennata dei due capitani Medo ed Olano, v'è chi la deriva dal tedesco Mayland (così chiamasi Milano in Germania), e questa voce significa paese di maggio, paese di primavera; denominazione che veramente conviene poco ad una provincia in cui gli aranci non reggono scoperti, e in cui ne' sei mesi dell'anno, che cominciano in novembre e terminano al fine d'aprile, l'altezza media del termometro è al disotto del temperato, e dove in quella metà dell'anno la terra è soggetta al gelo ed alle nevi. La più comune sentenza fa nascere la voce Mediolanum da un mostro che si vide nel luogo in cui è fabbricata, e questo mostro era un porco mezzo coperto di lana; Claudiano così credette, ove, cantando le nozze dell'imperatore Onorio celebrate in Milano, ci rappresentò Venere che, abbandonando Cipro, passa sul mare e si porta a Genova, donde, superati di volo i gioghi dell'Appennino, discende verso Milano.

ad moenia Gallis