Fu ascritto a varie accademie, e specialmente a quella di Mantova, di Padova, di Stokholm e all'Istituto di Bologna. Oltre una continua corrispondenza con suo fratello Alessandro, fu pure in relazione di lettere con Voltaire, Condorcet, Keralio, Morellet, Schmidt d'Avenstein, il conte di Saluzzo, de Felice, Filangieri, Spallanzani, ed altri molti.
La rimembranza delle sue qualità personali accresce il dolore della sua perdita. Non solo egli fu incorrotto ed instancabile magistrato; ma fu pure buon marito, buon padre, leale amico, di maniere cortesi, benefico, sincero, dotato della più viva sensibilità, costante nella gratitudine. Fu religioso, ma nemico della superstizione; zelante per la verità e paziente di esporla: appassionato per il bene de' suoi simili, e non meno bramoso di ottenere la pubblica stima. Questa passione era sì fervida in lui, che soleva chiamarla un bisogno incessante, insaziabile, e che continuamente lo tormentava. Scrisse molto e più operò; nè si sa qual preponderi in esso, se il profondo filosofo, o l'attivo ed utile cittadino. Nulla trattò che non avesse direttamente per oggetto il vantaggio pubblico. Anche il più sterile argomento si abbelliva sotto la sua penna; e il suo stile, benchè talvolta scorrevole in qualche lascivia di vezzo straniero, è sempre immaginoso, animato, persuadente. Mi lusingo che non dispiacerà ai lettori di vederne riferito qualche saggio, che servirà pure a dimostrare la purezza e la forza della filantropia che divampava nella sua anima.
Nelle Riflessioni sull'annona[24], dopo di aver dimostrato il mal uso delle largizioni elemosiniere che si fanno nelle città al questuante di professione, mentre il misero agricoltore è lasciato nell'abbandono, soggiugne: «Io non pretendo di ammortizzare quel benefico sentimento di compassione, che è la parte più sacra e nobile dell'uomo. Non pretendo che alcuno rendasi duro ai gemiti dei miseri cittadini, pretendo soltanto di rendere illuminata la commiserazione, e avvisare che non si benefichi un cittadino col sagrificio crudele di otto contadini. Perda la mia mano il moto, e cessi io da scrivere prima che offenda la causa dell'umanità con alcuna opinione; la causa dei poveri e dei deboli è sempre stata e lo sarà, finchè io avrò vita, la causa per cui scriverò. Me felice, che sono nato e vivo sotto un governo, in cui questa causa liberamente si difende ed è favorevolmente ascoltata!»
Altrove[25] dichiara i suoi principii politici nei seguenti termini: «Uomo benefico, uomo illuminato, che hai esaminati e conosciuti i sacri diritti dell'uomo, non ti sdegnar meco se ne prescindo e se unicamente lo considero come parte della società contribuente alla di lei forza e ricchezza. No, non degrado l'uomo alla servil condizione di un mero fondo fruttifero; così potesse la mia voce annunciare con frutto gli augusti primitivi diritti di un essere intelligente e sensibile, che, associandosi, non può averlo fatto che per il miglior genere di vita; dritti altamente pubblicati da sublimi uomini che la potenza ha in odio, il volgo non conosce, e alcuni pochi, deboli, sparsi e avvezzi alla meditazione, onorano! Sappi che a stento raffreno, scrivendo, gl'impeti del cuore; ma la fredda ragione mi suggerisce di promuovere il bene degli uomini, non col linguaggio del sentimento, ma coll'analisi tranquilla delle cose, e illuminando chi può far il bene, mostrare la coincidenza degli interessi comuni. Rispettiamo la elevazione del genio e la calda virtù di chi, posto in privata condizione, si erge a tuonare sull'abuso della forza, e vorrebbe far arrossire gli uomini in carica de' loro vizi e dei loro errori. Se perciò l'umanità venisse sollevata dai mali, la virtù ci additerebbe quel sentiero; ma la misera condizione degli uomini è tale, che più si ottiene generalmente sollecitando l'interesse personale, che non si fa interessando la gloria, a cui rare sono le anime che s'innalzino».
Riferirò per ultimo alcune sue riflessioni sull'influenza della filosofia negli Stati[26]. «Gli uomini di lettere, dice egli, hanno maggiore influenza del destino delle generazioni venture, di quanto ne abbiano gli stessi monarchi sugli uomini viventi. Spargono i primi semi de' lor pensamenti: semi tardi bensì a produrre, ma che nella gioventù s'innestano; e l'uomo di lettere determina le opinioni del secolo che vien dopo di lui. I libri de' filosofi son quelli che hanno finalmente costretto i tribunali, malgrado la tenacità delle antiche pratiche, a non più incrudelire contro le streghe ed i maghi; a non inferocire colle torture; a non infliggere pene atroci per opinioni; a limitare i supplizi ai soli casi estremi. I libri hanno resa accessibile al merito la strada degli onori, battuta in addietro da chi, scaltramente simulando, adulava gli errori volgari. Alle opere de' filosofi siamo debitori se alle nostre infermità ora assistono medici illuminati e cauti, invece di ciurmatori ignoranti; se nel ceto degli avvocati la probità e il buon senso vennero sostituiti alla maligna ed infida gravità; se, conoscendosi meglio la morale e i doveri dell'uomo e del cittadino, l'uomo soffre almeno il rossore nel violar tai doveri, e non si copre la perfidia impunita coll'ipocrito velo di una simulata religione. Insomma, i filosofi, trascurati, contraddetti, perseguitati durante la loro vita, determinano alla perfine l'opinione; la verità si dilata, da alcuni pochi si comunica ai molti, da questi ai più; s'illuminano i sovrani, e trovano la massa de' sudditi più ragionevole e disposta ad accogliere tranquillamente quelle novità, che, senza pericolo, non si sarebbero presentate fra le tenebre dell'ignoranza. L'opinione dirige la fortuna e i buoni libri dirigono l'opinione, sovrana immortale del mondo».
Ma qui sia fine al parlar di lui, che un monumento si eresse più durevole dei marmi e dei bronzi e maggior d'ogni elogio ne' proprii scritti e nella indelebile memoria delle sue virtù e dei beneficii da esso recati alla sua patria. Nell'adempire a questo ufficio mi si ravviva nell'animo il dispiacere per l'improvvisa sua perdita, che allora mi riuscì tanto più grave, poichè non molto prima una prospera occasione mi aveva concesso, nel fervore della mia gioventù, di poter studiare davvicino i di lui esempi e approfittare de' suoi consigli.
PREFAZIONE
Abbiamo un buon numero di scrittori della Storia e della erudizione patria; eppure pochi sono i Milanesi, anche scegliendo gli uomini colti, i quali abbiano un'idea della Storia del loro paese. Questa generale oscurità ci dispiace, e talvolta ancor ci pregiudica; ma gli ostacoli che dovremo superare per acquistarne la notizia, sono tanti e sì difficili, che, affrontati appena, ci sgomentano; e, trattine alcuni pochi eruditi per mestiere, i quali si appiattano a vivere fra i codici e le pergamene, non vi è chi ardisca di vincerli. Il Calchi, l'Alciati, il Corio han qualche nome. Sono preziosi monumenti de' secoli barbari gli scritti di Arnolfo, dei due Landolfi, di sire Raul, di Bonvicino da Ripa, del Fiamma, di Giovanni da Cermenate, di Bonincontro Morigia e di Pietro Azario. Abbiamo le Memorie di Andrea Biglia, di Giovanni Simonetta, di Donato Bossi, del Merula, del Bugatti, di Bonaventura Castiglioni, di Gianantonio Castiglioni, del Puricelli, del Bescapè, del Ripamonti, di Francesco Castelli, del Benaglia, di Paolo Morigia, del Besozzi, del conte Gualdo Priorato, del Somaglia, del Torri, del Besta, di Andrea de Prato e di altri, i quali, o hanno scritta la Storia dell'età loro in Milano, ovvero hanno illustrato il sistema politico del nostro governo, o in altro modo hanno lasciato memorie dello stato della città al loro tempo. Negli anni a noi più vicini, il Grazioli, il Lattuada, il Sormani molto hanno travagliato per porre in chiaro le cose della nostra città. Una singolar menzione d'onore merita da ogni buon cittadino, e da me particolarmente, il signor conte Giorgio Giulini, uomo che ha consacrata e logorata la sua vita, per dar luce ai sei più tenebrosi secoli della nostra Istoria, con una ostinata fatica di molti anni, e tale, che, superando le sue forze fisiche, lo ha ridotto a languire più mesi, indi a terminare i suoi giorni. Chiunque prenderà nelle mani la voluminosa opera di quel benemerito cavaliere, non potrà giudicarne con equità, se prima non distingua l'antiquario dallo storico; il primo cerca di sviluppare la verità di tutti gli antichi fatti, e non ne omette alcuno quand'abbia soltanto la probabilità che debba un giorno servire anche a una privata famiglia, e dispone in ordine un vastissimo magazzino di memorie; il secondo trasceglie dalla serie dei fatti antichi i soli importanti e caratteristici, li collega, e presenta quindi al lettore un séguito di pitture, atte a stamparsi facilmente nella memoria, dilettevoli ed utili a contemplarsi. Il conte Giulini non ha pensato mai di pubblicare la Storia di Milano: egli ha pubblicato tutte le memorie opportune a servire alla Storia, alle private e pubbliche ragioni, alla curiosa erudizione generalmente; ed io credo che l'antica stima ch'ebbi per lui, per la bontà del suo carattere, non mi seduca punto se dico che in quell'opera si ammira la sagacità e la giustezza della sua mente nell'esatta sua critica; la quale, se talvolta sembra venir meno, ciò è di raro, e se ne vede facilmente la cagione. In mezzo però a tanta copia di autori non ne abbiamo ancora uno il quale con chiarezza, metodo e discernimento sviluppi il filo della nostra Storia, e c'instruisca sugli oggetti più importanti della nostra antichità. Questa verità mi ha determinato a tentare l'impresa: e se alla buona mia volontà avrà corrisposto il talento, potrò compiacermi d'aver posto nelle mani degli uomini che cercano d'istruirsi un'opera in due volumi, che però non li sbigottisca colla mole, e non pretenda una difficile attenzione per oggetti indifferenti, e per mezzo di cui non siamo più noi Milanesi forestieri in casa propria. La più bella parte della specie nostra, e la più amabile potrà essa pure, forse utilmente, passare qualche ora, riflettendo sulle vicende trascorse, e ricercarne le occulte cagioni se non colla energia, che è propria dell'uomo, colla dilicata finezza che il cielo ha a lei concessa a preferenza. Nell'educazione della nascente speranza della patria, potrà forse aver luogo la notizia de' nostri antenati e delle rivoluzioni accadute. Tale almeno è stata la lusinga che mi ha fatto intraprendere questo lavoro. Se oltre la comune utilità dell'oggetto, anche il tedio superato per riuscirvi può disporre il lettore all'indulgenza, io ardisco aspirarvi. Di cento fatti esaminati, talvolta ne ho trascelto un solo, ed ho fatto il possibile per non trasmettere al lettore la noia ch'io ho dovuta sopportare.
Posso assicurare i miei lettori che niente ho asserito prima di esaminare, e niente ho scritto che non mi paia vero. Ho rappresentati gli oggetti quali gli ho veduti. Non sempre in ciò sono d'accordo co' nostri autori: ciascuno ha i propri principii e un modo suo proprio di sentire; e per essere di buona fede, non debbo inquietarmi se non sono dell'opinione comune. Molte idee nuove ed opposte a quanto, ripetendo, hanno scritto finora i nostri eruditi, si troveranno in quest'opera, sull'antichità, sui diversi Stati, e intorno alcuni supposti privilegi di Milano. Molti de' principi che hanno signoreggiato sulla nostra patria, si vedranno rappresentati da me con colori diversi dagli usati sinora; perchè, combinando i fatti, ho cercato di cavare da essi le opinioni, anzichè trascrivere i giudizii già pronunziati. Non rispondo che in un'opera vasta per sè medesima non mi possa esser corso qualche errore di fatto; e quale è mai l'opera dell'uomo che sia sicura di non averne! Rispondo bensì che ho fatto quanto era possibile alla mia diligenza per non lasciarvene. Chi vorrà essere minutamente istrutto delle antichità milanesi, non potrà certamente divenirlo colla sola lettura di questo libro; ma, dopo di esso, converrà che ricorra agli autori originali, e con essi si addomestichi: ma per le persone che cercano soltanto sgombrare le tenebre, ed acquistare una conveniente istruzione delle cose della patria, questo libro può bastare, e per essi veramente ho travagliato.
Il linguaggio della Storia è quello della verità: sacra, augusta verità, nemica di quella cinica invidiosa maldicenza che cerca di trovare la malignità nella debolezza: nemica della licenza, turbolente, declamatrice, che, incautamente affrontando ogni opinione, tenta di svellerla, per ambizione di nuove dottrine, a cui sacrifica il proprio e l'altrui ben essere: verità, donna e signora delle menti assennate, che placidamente si annunzia e porta gradatamente la face dell'evidenza, senza offendere gli occhi con passaggero balenare d'una effimera luce. Questa amabile e virtuosa verità, darà l'anima al mio stile; e due sentimenti son certo che i giudiziosi miei lettori vi troveranno costantemente, amore del vero ed amore della patria. Avrei tralasciato di porre il nome a quest'opera, se i fatti si potessero credere ad un incognito, come si possono esaminare i ragionamenti senza bisogno di sapere chi gli abbia tenuti. Ho rappresentato lo stato de' nostri maggiori, senza fiele e senza adulazione. Ho rispettato la patria e i miei lettori, e non presento loro favole illustri. Ho imparzialmente dipinte la grandezza e la depressione; la oscurità e la gloria; il vizio e la virtù, quali mi sono presentati nella successione de' tempi. Destiamoci ora noi per trasmettere ai posteri costumi ed azioni che la Storia possa narrare con piacere, senza bisogno di alcun ornamento.