Ma se senza limiti era lo zelo di Verri per ben sistemare l'amministrazione economica dello Stato, nel tempo stesso che promoveva co' proprii scritti la propagazione delle utili dottrine, non era meno sollecito il sovrano a ricompensare i suoi servigi con successive promozioni. Già si disse che nel 1765 era stato eletto consigliere del Supremo Consiglio di Economia. Soppressa questa magistratura nel 1772, coll'erezione del magistrato Camerale, cui venne pure affidata l'amministrazione delle finanze, egli ne fu nominato vicepresidente con diploma onorevolissimo[15]. Nel 1780 fu promosso alla carica di presidente, rimasta vacante per la giubilazione accordata al conte Carli. Nel 1783 fu decorato del grado di consigliere intimo attuale di Stato, e nello stesso anno creato cavaliere di Santo Stefano. L'erezione della Società Patriotica di Milano per l'avanzamento dell'agricoltura, delle arti e delle manifatture, seguita con dispaccio 2 dicembre 1776, sul modello della Società Patriotica di Slesia e di quella d'arti e manifatture di Londra[16], procurò a Verri una nuova testimonianza della confidenza della corte, coll'essere destinato conservatore anziano della medesima. In questa qualità intervenne alla sua prima adunanza, pronunziandovi un discorso che, dato alle stampe e spedito al principe Kaunitz, gli procurò per di lui parte la lusinghiera dichiarazione che «la robusta eloquenza, la giustezza delle vedute, la finezza colla quale l'autore ha saputo toccare gli oggetti più importanti della pubblica amministrazione, e combinarli collo scopo della Società per risvegliare la passione del bene generale, sono altrettanti motivi per i quali egli ha diritto all'applauso da lui ottenuto»[17].

Noi abbiamo finora veduto Verri magistrato abilissimo ed instancabile, riformatore della parte più complicata e difficile dell'amministrazione dello Stato, scrittore di metafisica, di economia generale, e quindi separatamente di monete, di finanze e di annona. Ma tutto ciò che poteva giovare alla di lui patria, diveniva tosto l'oggetto dei suo più fervido interessamento. Questo carattere non gli permise di rimanere indifferente nell'universal gara de' saggi onde ottenere che fossero proscritte dalla procedura criminale le atrocità che la deturpavano. L'abolizione della tortura formava allora il voto di tutti i filosofi. Fin dal 1764 Verri avea abbozzato alcune idee su quell'orribile abuso[18]; le riassunse nel 1777, e per rendere più efficace la forza de' ragionamenti scelse un famoso esempio di un delitto impossibile, confessato per l'eccesso de' tormenti, cioè il fatto delle unzioni venefiche, cui si attribuì la pestilenza che desolò Milano nel 1630. L'ordine, la chiarezza, la forza de' raziocinii e l'insinuantesi fluidità del suo stile trovansi nelle Osservazioni su la Tortura in un grado eminente. Non temo d'incontrar la taccia di esagerato, se dico che quest'opera mostra più che ogni altra qual grand'uomo era Verri. Egli ebbe il talento di rendere una lettura interessante dei pezzi di processo scritti col barbaro frasario de' tribunali, ancor più barbaro a que' tempi; d'insinuare l'austerità de' ragionamenti per la via sempre facile e lusinghiera della sensibilità; e di trasfondere ne' suoi lettori, colla commozione della sua anima, la sua stessa persuasione. Ma, per mala sorte, suo padre era presidente di quel collegio di supremi giudici, che cento quarantasette anni prima avea dato un sì atroce esempio d'ignoranza e di crudeltà nel legale assassinio di tanti innocenti. Si credette che l'estimazione del senato potesse restar macchiata per la propalazione dell'antica infamia. Questo riflesso prevalse; Verri, per rispetto del padre, rinunciò all'idea di dare alle stampe le sue Osservazioni; e così il pubblico rimase defraudato di un'opera che certamente su tutte le altre di eguale argomento avrebbe riportato la palma.

La diligente ricerca delle antiche memorie, onde appieno conoscere le successive vicende economiche della sua patria e la vera causa di esse, gli aperse la via ad un più vasto lavoro, la Storia di Milano. Fino a lui non si aveano che dei cronisti più o meno ignoranti, rare volte esatti e rozzi sempre; e il conte Giulini, che, per qualche gusto di sana critica, si distingue tra gli antiquari, non avea raccolto che dei materiali. Questa bella parte d'Italia, sì celebre per antica potenza e per tante vicende, deve riconoscere in Verri il primo suo storico che sia degno di tal nome. Il primo volume, che si estende fino alla morte dell'ultimo dei Visconti, fu pubblicato nel 1783 con qualche pregio di eleganza tipografica[19]. La nitidezza della edizione, la dignità del racconto, l'indeclinabile proposito dell'utile e la filosofia de' concetti, meritamente gli ottennero il generale applauso degl'intendenti. Dell'imparzialità da esso osservata così rende ragione egli stesso in fine della prefazione; «Ho rappresentato lo stato de' nostri maggiori senza fiele e senza adulazione. Ho rispettato la patria e i miei lettori, e non presento loro favole illustri. Ho imparzialmente dipinte la grandezza e la depressione, la oscurità e la gloria, il vizio e la virtù, quali mi sono presentati nella successione dei tempi. Destiamoci ora noi, per trasmettere ai posteri costumi ed azioni che la storia possa narrare con piacere, senza bisogno di alcun ornamento».

Ridonato per tal modo all'ozio domestico, la sua famiglia ed i suoi studii divennero le sole sue cure. Talvolta accordava ancora qualche attenzione alle cose pubbliche, e lasciò manoscritte diverse pregievoli memorie sulle riforme del 1786, e sullo stato politico del Milanese nel 1790, unicamente, come si espresse, per dare sfogo alle sue idee sulla pubblica felicità.

La morte del suo intimo amico, il matematico Paolo Frisi, seguíta nel 1784, lo determinò a scrivere le Memorie della sua vita e de' suoi studii, che rese pubbliche nel 1787, indirizzandole al celebre ed infelice marchese di Condorcet. Nè qui si è limitato lo sfogo della sua dolente amicizia. Ma due monumenti gli fece erigere: uno nella chiesa della sua villa di Ornago, e l'altro nella chiesa de' Barnabiti di Sant'Alessandro di Milano, colla di lui medaglia, scolpita in marmo di Carrara dal valente professore Giuseppe Franchi. Mi sia qui lecita una riflessione. Frisi e Parini, il di cui busto, scolpito dallo stesso Franchi a spese del celebre astronomo Oriani, fu collocato nel ginnasio di Brera, sono forse i soli tra tanti illustri italiani morti a' nostri tempi che abbiano ottenuto l'onore di un monumento: e questo pure nol debbono che a' loro amici. Mentre pertanto e Beccaria e Agnesi e Mascheroni e Spallanzani ed altri molti giacciono tuttora indistinti, quanto non è doloroso e umiliante che, anche nel poco che si è fatto, la sola forza della privata amicizia abbia dovuto supplire a tutto per onorare la memoria degli uomini grandi?[20]

Stette Verri nella sua beata tranquillità fino al 1796, quando proruppe in Italia la forza preponderante delle armate francesi. Allora, sotto la licenza di un governo militare, tutte le passioni si sfrenarono, e l'irritazione de' diversi interessi introdussero la discordia tra i cittadini. Nei principii di questi turbamenti Verri fu eletto a far parte della Municipalità di Milano, e poco dopo presidente di quel Consiglio di quaranta cittadini che dovea esaminare i conti della pubblica amministrazione, ma che, per le cabale di coloro che avevano interesse nel mistero, cessò di esistere appena avea cominciato a dar segni di vita. Egli rientrò nella pubblica carriera animato dalla più ardente brama di promuovere il bene della sua patria; ma, in parte la sua tenacità al rigor de' principii, forse soverchia in quella violenza di circostanze, e in parte un sistema di fanatiche contraddizioni, resero quasi affatto vana la lusinga. Tuttavia la felicità della patria fu il costante scopo dei suoi più fervidi voti; ed io stesso il vidi più volte afflitto profondamente nel riflettere su la successione di tanti traviamenti, e inturgidirsi di pianto que' parlanti occhi, che sì bene esprimevano le commozioni della sua anima.

Fu nel 1796 che Verri fece stampare, per ammaestramento de' nuovi governanti, le sue Riflessioni sull'annona, scritte ventisette anni prima, di cui già si disse. Nel 1797 intraprese la stampa del secondo volume della Storia di Milano, che venne poi condotto a termine dal di lui amico il canonico teologo Frisi, certamente con pubblica benemerenza, se non si fosse permesso due gravissimi arbitrii. È il primo di aver interpolato i propri supplimenti alle lacune lasciate dall'autore senza alcuna indicazione che li distingua, contro la pratica dei Freinsemii, dei Brotier e dei più dotti editori di storici antichi e moderni. L'altro, di aver violato la protesta da lui fatta[21] di trascrivere fedelmente i frammenti dell'autore, mentre osò di mutilarli. Queste arbitrarie alterazioni, le quali avrebbero pregiudicato alla fama di Verri se dessa stata non fosse solidamente fondata, rendono maggiore il desiderio di veder presto eseguita un'edizione completa delle di lui opere, affinchè vi si possa ristabilire il testo della Storia nella sua integrità, aggiungendovi i preziosi frammenti che esistono per la continuazione di essa fino al regno di Maria Teresa.

Dal non essersi potuto da Verri ridurre a compimento il secondo volume della Storia di Milano, si sarà già eccitato nell'animo de' lettori il presentimento di un qualche disastro. Ed uno infatti sommo e irreparabile ne era accaduto; ma a lui non già, che placidamente era trapassato alla pace de' morti, bensì a tutti i suoi concittadini che privi rimasero dei suoi consigli e del suo esempio. Egli morì quasi improvvisamente, colpito d'apoplessia nella sala della municipalità, nella notte del 28 giugno 1797, essendo in età di anni 69, mesi 6 e 17 giorni.

Si ammogliò due volte. La prima con Maria Castiglioni, dalla quale ebbe una figlia; indi, il 13 luglio del 1782, fece sua sposa Vincenza Melzi, che amò sempre teneramente, formando delle sue domestiche virtù e della numerosa prole che da essa ottenne, la costante delizia degli ultimi anni suoi. Essa gli corrispose colla maggiore affezione, e rimasta a lui superstite nel fiore dell'età, gli fece erigere nella cappella gentilizia della rammentata villa di Ornago un decoroso monumento, accanto al sepolcro ch'egli stesso, vivendo, si avea preparato.

Di tre fratelli ch'egli ebbe, e tuttora viventi, Carlo ed Alessandro, si distinsero pur essi nella carriera delle lettere. Il primo, illuminato agronomo, pubblicò, non ha molto, due utili saggi su la coltura dei gelsi e delle viti; il secondo, oltre molti discorsi inseriti nel foglio periodico del Caffè, scrisse le Avventure della poetessa Saffo, la nota tragedia della Congiura di Milano contro Galeazzo Sforza[22], e le Notti Romane al sepolcro de' Scipioni, che gli ottennero una meritata celebrità per tutta l'Europa[23].