Durante la sua delegazione a rappresentare il terzo regio nella Ferma mista, gli venne affidata dalla corte un'altra non men grave incumbenza, preparatoria anch'essa al sistema dell'amministrazione economica. Oltre i principali rami di finanze amministrate da' fermieri, molti altri ne esistevano, i quali erano stati alienati o dati in cauzione a' monti e banchi pubblici o a diverse famiglie, che, nelle calamità degli scorsi secoli, aveano sovvenuto col proprio danaro ai bisogni dello Stato. Era già stato deciso che tutte queste regalìe dovessero essere avocate al sovrano. Il progetto per la redenzione delle medesime cominciò ad essere discusso nel 1760. Sei anni dopo fu istituita una Giunta di ministri per eseguirla, e se ne abbozzarono le massime. Ma, distratti quelli dalle loro ordinarie occupazioni, bastò l'esperienza di un anno a provare che non si poteva esigere dalla loro opera quella celerità che era necessaria. Perciò con dispaccio 19 ottobre 1767, soppressa la Giunta, se ne trasferì l'incarico al Supremo Consiglio di Economia, e Verri ne fu fatto relatore. Indi nel 1769 venne egli specialmente delegato col consigliere De Montani ad eseguire la liquidazione e classificazione delle regalìe da redimersi; travaglio arduo, complicato, minuziosissimo, cui tuttavia ridusse a termine con distinta lode nel 1770.

Quasi nello stesso tempo emanò il decreto sovrano, col quale si dichiarò cessata la Ferma mista. L'enorme pretesa de' fermieri per il rimborso degli utili de' cinque anni che ancor rimanevano alla scadenza dell'appalto, i quali furono a stento ridotti a sette milioni, finì d'illuminare la corte sull'immensità del danno che da simili appalti era fin allora risultato al regio erario. In un dispaccio del principe Kaunitz al conte di Firmian[8], quello zelantissimo ministro così ne scriveva: «Io devo ingenuamente confessare a V. E., che finora non mi è bastato l'animo di far conoscere alle MM. LL. la somma precisa degli annui utili, toccata nel primo triennio al regio erario per la sua interessenza nella scadente Ferma mista, poichè dal quantitativo di questa terza parte avrebbero le medesime facilmente potuto calcolare l'importo delle altre due terze parli a profitto de' fermieri. Il loro ammontare ad un milione per l'anno 1768 e 1769, anche dopo ricompensata con congrui appuntamenti l'opera di essi come rappresentanti la Ferma, non potrebbe a meno di parere ai sovrani esorbitante, e dovrei temere che non rivoltasse l'animo loro, in riflessione che in fine de' conti questo danaro è cavato dalle sostanze de' loro sudditi, e che S. M. l'imperatore non avea torlo a dire che i fermieri succhiavano il sangue de' Milanesi e Mantovani. Dal confronto poi degli utili degli stessi fermieri colle entrate pubbliche dello Stato, ne avrebbero le MM. LL. fatta la conclusione che, dopo difalcate le spese che incumbono all'erario per l'amministrazione della provincia, il sovrano ritrae da questa molto meno dei fermieri: comparazione veramente odiosa, e che darebbe da pensar molto su questo articolo».

La nuova amministrazione delle finanze venne formata sulla traccia di quella che, con prospero successo, già trovavasi in attività nei Paesi Bassi austriaci, e quindi distinta in tre parti: I. Amministrazione generale; II. Controlleria della detta amministrazione; III. Riforma e legislazione. Fu delegata la prima al magistrato camerale, la seconda ad una Camera de' conti, la terza ad una Giunta governativa. Contro il solito delle riforme, è stata questa eseguila con tanto spirito d'imparzialità, che uno dei fermieri, il conte Antonio Greppi, fu assunto al regio servizio nella Camera de' conti. Il principe Kaunitz, in un suo rapporto fatto all'imperatrice nel 1771, qualificò il Greppi qual uomo di mente e di esperienza, e che in paese si era acquistato la riputazione di galantuomo, anche presso coloro che odiavano la Ferma.

Questa è l'epoca più illustre della vita di Verri, siccome fu la più attiva e laboriosa. Si può dire, senza tema di esagerare, che quasi l'intiera sistemazione dell'amministrazione economica delle finanze è stata affidata a lui solo. Egli vi diede incominciamento colla stesa di un piano organico; e dal proemio di essa si evince che la forza della di lui mente ne avea compreso l'insieme nella maggior vastità de' suoi rapporti. Giova di udire l'autor medesimo a render conto de' propri pensieri; egli così si esprime[9]: «Organizzare un corpo di amministrazione del tributo; immaginarvi una forma interna, sicchè non vi penetri l'arbitrio, nè si pregiudichi alla celerità degli affari; preservare l'interesse dell'erario e l'industria nazionale ad un tempo; gettare i semi delle riforme da farsi nel tributo, parte la più importante e irritabile del corpo politico; suggerire il metodo col quale più rapidamente, ma nel tempo medesimo con passi più fermi e sicuri, si possa distribuire il tributo nella forma più innocua e adattata al bene della società; diminuire al possibile le spese della percezione; lasciare tutta la libertà all'industria, componibile col tributo destinato a proteggerla; accelerare l'epoca in cui, rese le leggi della finanza chiare, umane e semplici, venga portata la luce sopra ogni parte dell'amministrazione; tale è la natura del quesito, sul quale scriverò come le deboli mie forze lo permettono».

Attese quindi indefessamente a preparare la riforma della tariffa. Basterà a dare un'idea di questa improba fatica la sola nomenclatura de' travagli da esso presentati su tal proposito al magistrato camerale, che era stato sostituito nel 1772 al Supremo Consiglio di Economia. Il 13 agosto 1773 presentò egli la ricapitolazione generale dei generi entrati e usciti nell'anno 1769; il 5 ottobre dello stesso anno, il bilancio generale dell'anno predetto; il 14 marzo 1774, lo spoglio delle merci passate in transito nel 1771; e per ultimo, il 30 maggio, pure detto anno, il progetto della nuova tariffa. A fine di render giustizia a chi gli avea giovato co' suoi consigli, così si esprime nella lettera colla quale ha accompagnato il progetto medesimo: «Avrei giustamente motivo di diffidare se queste idee le avessi sviluppate solo e isolato; conobbi la gravità dell'oggetto, sentii il bisogno dell'aiuto de' ministri illuminati, lo chiesi e l'ottenni. S. E. il signor conte presidente Carli ebbe la bontà d'interessarsene meco, discutere le massime ed assistermi co' suoi lumi; oltre i signori consiglieri relatori di finanza, anche i signori consiglieri conte Secchi e marchese Beccaria ebbero la compiacenza più volte di unirsi meco a trattare di queste viste; onde il risultato di questo progetto è una conseguenza di quanto si è discusso». Questo passo comprova da una parte la modestia dell'autore, e dall'altra la maturità e la ponderazione con cui procedeva nei suoi travagli.

L'importanza del beneficio che Verri con quest'opera ha reso alla sua patria, risulterà maggiore dal riflettere allo stato delle finanze di quel tempo. La daziaria era allora divisa in altrettante giurisdizioni, quante erano le provincie che componevano il ducato di Milano, e in ciascuna giurisdizione si esigeva un dazio. Perciò la circolazione del commercio era ad ogni tratto vincolata, e perfino quaranta erano talvolta i pagamenti cui soggiaceva una sola merce[10]. Era tanto mal calcolata la tariffa, che in più di trecento casi i rappresentanti la Ferma generale aveano da quella receduto, e si erano accontentati di percepire un tributo minore di ciò che portava la legge, per non annientare molti rami di commercio e deviare tutti i transiti dello Stato[11]. Questo è pure il motivo per cui avendo a combattere un errore autorizzato dalla pratica, si diffuse Verri nel suo Progetto, sul danno risultante all'erario dal soverchio aggravio del tributo nella tariffa, dimostrandolo con molti antichi e recenti esempi. La corte, nell'eccitarlo ad esporre le sue idee, non si era ancor decisa tra una modificazione della tariffa esistente e una totale riforma. Ma la faraggine degli errori e dei disordini fu da lui sì evidentemente dimostrata, che quella non esitò a preferire l'ultimo rimedio. Così ottenne Verri la gloria di aver applicato al multiforme tributo indiretto quella regolarità di principii e quella semplice uniformità cui era già stato ridotto dal presidente Neri il censo delle terre; e come questa fu l'epoca del risorgimento dell'agricoltura, del pari la nuova tariffa il fu per l'industria e per il commercio.

Chi crederebbe che, frammezzo a sì gravi e moltiplici occupazioni, cui sembra che appena possa bastare un uomo solo, avesse Verri a trovar agio per occuparsi ancora de' favoriti suoi studii? Eppure fu in quel tempo che egli si produsse di nuovo in pubblico come scrittore di economia e come metafisico, stampando nel 1771 le Meditazioni sull'economia politica, e nel 1773 il Discorso sull'indole del piacere e del dolore.

Le Meditazioni sono state accolte con singolare applauso. In due anni furono ristampate sei volte in Italia; e di nuovo, nel 1773, a Losanna, tradotte in francese, e a Dresda in tedesco, nel 1774. Quest'opera può essere considerata il deposito de' principii che egli ha seguiti come magistrato, e il risultato della sua esperienza. Del metodo che tenne nello scriverla c'informa egli stesso nella prefazione alla nuova edizione che ne fece eseguire nel 1781, unitamente ad altri suoi Discorsi[12]. «L'economia politica, dic'egli, è la materia più vasta de' delirii di chiunque, e una specie di medicina empirica, che serve di argomento ai discorsi e agli scritti anche i più inetti, e potrebbe essere la facoltà di chi volesse insegnare senza possedere facoltà alcuna. In questo campo io pure sono entrato, ma il metodo tenuto da me non è simile a quello che comunemente è stato di norma a molti autori. Essi, dall'ozio tranquillo del loro gabinetto, formandosi idee astratte sopra del commercio, della finanza e di ogni genere d'industria, mancando di aiuti per esaminare gli elementi delle cose, sopra ipotesi, anzi che sopra fatti conosciuti, hanno innalzate le loro speculazioni. Il mio ingegno è stato più lento. Ho impiegato varii anni a conoscere i fatti: le commissioni colle quali la clemenza del sovrano mi ha onorato, me ne hanno somministrato i mezzi. Quasi tutte le idee mie hanno cominciato coll'essere idee semplici e particolari; poi, coll'occasione di esaminare oggetti reali, accozzate, disputate, contraddette, si sono andate componendo, e le generali idee sono emanate poi dopo una lunga combinazione di elementi conosciuti. Questo metodo non ha il merito certamente di essere il più breve, nè il meno penoso, ma a lui solo credo di essere debitore della onorevole accoglienza che è stata fatta a questa serie d'idee, le quali le trovo vere e riducibili ad esecuzione anche oggidì, come le trovai dieci anni fa nel pubblicarle la prima volta. Vorrei essere collocato fra gli autori buoni; ma ambisco ancora di più l'essere conosciuto un buon cittadino. Felice quel popolo da cui comunemente si ragiona della virtù, e le di cui dispute famigliari hanno per oggetto i mezzi che producono la felicità dello Stato».

Era impossibile che quest'opera non incontrasse degli oppositori; essa aveva una decisa superiorità di dottrina, e si era osato in essa di dimostrare erronee le venerate massime dei nostri maggiori. Perciò gl'invidiosi e gl'idolatri delle proprie abitudini ne dovevano muover schiamazzo; il che infatti avvenne. Tra i secondi si distinse certo M. Bisthowen, che pubblicò in Vercelli, col titolo di Esame breve e succinto, un volume di sarcasmi, di trivialità e di sofismi, in cui si propose di contraddire da capo a fondo alle Meditazioni, e di fare una illimitata apologia del vigente sistema economico, senza riflettere che, con un tal sistema, la popolazione deperiva nello Stato, l'agricoltura vi era negletta, l'industria languente, il commercio passivo e i racconti dell'antica prosperità erano omai riguardati come una favola. Un altro non men violento oppositore a quest'opera, benchè più ragionevole, suscitò l'invidia in un uomo il quale era altronde fornito di bastanti meriti perchè non avesse dovuto degradarsi cotanto. Fu questi il conte Gian-Rinaldo Carli, allora presidente del Supremo Consiglio di Economia. Ho già indicato nelle notizie di lui[13] qual fu il principio di rivalità che il mosse a ricorrere a questo poco onorevole artifizio. L'amarezza che lo animava, traspira quasi ad ogni pagina. Dice in un luogo: L'oceano ingoia le navi e le isole, un terremoto distrugge le città, una voragine abissa un paese, un autor fervido confonde e trasforma i principii dell'Economia Politica, tenta una rivoluzione nello spirito degli uomini, e si delira. Mentre affetta di parlar sempre dell'autore anonimo, fino ad asserire che egli siasi impenetrabilmente tenuto occulto, si cura poscia di rimarcare che si sono veduti dei bilanci stampati, i quali, se non hanno discreditata la nazione, perchè i fatti veri trionfano su le illusioni della mente, hanno onorato poco l'autore che gli ha formati; con che allude apertamente al primo bilancio di Verri. In difesa delle sue dottrine fece questi alcune aggiunte alle Meditazioni, nella sesta edizione che se ne eseguì in Livorno l'anno 1772, in cui non mancò di ribattere talvolta la mordacità del suo censore. Ma una reciproca stima riavvicinò in seguito i due illustri competitori; e si è di sopra veduto che Verri consultò lealmente il suo antagonista sul Progetto della nuova tariffa, e gli rese una solenne testimonianza dell'utilità de' suoi suggerimenti.

Non meno applaudita è stata l'altra opera che successe alle Meditazioni, cioè il Discorso sull'indole del piacere e del dolore. L'autore vi stabilisce la teoria che il piacere consiste nella cessazione del dolore; teoria ch'egli seppe ornare con tutta la magia dello stile e i magnifici colori dell'immaginazione, benchè forse non sia applicabile con eguale esattezza alla generalità delle umane sensazioni. Egli deduce per corollario della sua teoria che «il prodigioso avvenimento dei quattro illustri secoli d'Alessandro, d'Augusto, dei Medici e di Luigi XIV, che fu un mistero, cessa di esserlo tosto che si conosca essere spuntati quei secoli dai dolori e da così turbolenti governi, che gli uomini ricevettero le massime spinte per agire[14]».