Un tanto zelo doveva essere illimitato nella sua espansione. Quindi Pietro Verri e Beccaria divennero il centro dì un'unione d'illustri giovani, egualmente studiosi ed animati da non minor fervore per la prosperità della lor patria. Essi radunavansi nelle stanze di Verri, e si resero in séguito famosi sotto il nome di Società del Caffè, dal titolo di un foglio periodico di letteratura e di scienze che pubblicarono per due anni sul modello dello Spettatore Inglese, cui però sorpassarono di molto nella varietà e scelta degli argomenti, nell'eleganza e nella profondità[4].

A quel tempo aveva già il nostro Verri pubblicati colle stampe diversi saggi de' suoi talenti e della sua coltura. Oltre alcuni opuscoli di circostanza, che potrebbero citarsi a sua lode quand'altro di meglio non avesse fatto, pubblicò egli, nel 1762, colle stampe di Lucca, un Dialogo su le monete; nel 1763, un Saggio sulla felicità, e quindi molti articoli nel Caffè, due fra i quali assai interessanti sul commercio e sul lusso. Diedero occasione al detto Dialogo i rumori che si erano mossi da alcuni autorevoli ignoranti contro la breve, ma pregevol opera data in luce in quell'anno da Beccaria sul disordine delle monete; e Verri spiegò in quello, con singolare brevità e chiarezza, la teoria sulla monetazione dello stato di Milano, cui si attenne dappoi costantemente, e nella quale insistette e nelle Meditazioni sull'Economia Politica e nella Consulta che sullo stesso argomento scrisse a richiesta della corte nel 1772. Essa ha dovuto bensì cedere ad una prevalente dottrina nell'esecuzione della riforma, ma non è ancor provato che quella in confronto non potesse esser migliore, e meno poi che fosse falsa. Verri avea in quel Dialogo così esposto il suo principio: «Lasciamo battere moneta alle nazioni che hanno miniere e grande commercio marittimo; noi, abitatori d'un piccolo Stato mediterraneo, senza miniere, pensiamo ad accomodare le nostre partite del commercio, a diminuire le importazioni, ad accrescere l'esportazione, ad animare l'industria; pensiamo ad avere moneta buona, a valutarla bene, e non ci prendiamo briga dell'impronto che questa moneta debba avere». Se la dimostrata sincera persuasione di un grand'uomo può far ascoltare con minor disprezzo, o esaminare con più seria attenzione le massime che si oppongono alle attuali costumanze, non sarà pure inutile di riferire che tra le carte di Verri esiste un esemplare dello stesso Dialogo coll'annotazione di sua mano, che egli lo rileggeva sempre con piacere, persuaso che non si potesse con minor noia e maggior chiarezza combattere i pregiudizii del volgo in questa materia.

L'epoca della rinnovazione dell'appalto delle finanze fu pur quella in cui Verri diede principio alla sua pubblica carriera. Scadeva, col 1765, il novennio della Ferma generale[5]. Perciò l'imperatrice, mentre volle che nel nuovo appalto il regio erario fosse interessato per un terzo, ordinò pure che si radunasse una Giunta di ministri coll'incarico di compilare i capitoli dell'appalto e la tariffa dei dazi. Col dispaccio 24 gennaio 1764, portante queste disposizioni, venne pur Verri nominato alla carica di consigliere presso la Giunta stessa, con voto deliberativo.

Concorse a determinar questa sua nomina, non tanto l'onorevole estimazione già acquistatasi coi propri scritti, quanto l'aver egli trasmesso nell'anno precedente al principe Kaunitz un volume di Considerazioni sul commercio dello stato di Milano, opera, per erudizione e dottrina, certamente superiore alla sua età e ai tempi in cui la scrisse. Trattava in essa, in tre distinte parti, della grandezza e decadenza del commercio di Milano dal 1400 sino al 1750, dell'attuale suo stato e dei mezzi di ristorarlo. Quest'opera rimase inedita; ma la prima parte, ampliata nel 1769 con nuove interessantissime notizie che gli comunicò il benemerito archivista del Senato, segretario Corti, e da lui disposta per la stampa col titolo di Memorie sull'economia pubblica dello stato di Milano allorchè fu sorpreso dalla morte, sarà ora per la prima volta pubblicata.

All'epoca della detta elezione era egli riuscito, mediante un indefesso travaglio, a compilare il primo Bilancio del commercio della Lombardia, con quella maggior precisione che era possibile ad uomo privato. Affine di ottenere l'esattezza nelle copie, difficilissima in simili lavori colla manuale scritturazione, ne fece stampare quel numero di esemplari che gli occorreva per distribuire a pochi amici, e spedire alla corte. La notabile passività che risultava da quel bilancio, diede luogo alla stampa di una Lettera critica, nella quale all'opposto intendevasi di provare che il commercio dello stato di Milano fosse attivo di molti milioni. Questa contestazione, e il falso supposto che il bilancio fosse stato divulgato, spiacquero al principe Kaunitz; ma da grande uomo, qual era, lungi dal sacrificare le viste di ben pubblico all'albagia ministeriale, ne trasse argomento per anticipare un'utilissima disposizione. Molto importante, anche per far conoscere il suo carattere, è la lettera che scrisse su tale argomento al ministro plenipotenziario conte di Firmian[6]; ed è la seguente:

«Soddisfo alla precedente di V. E. del giorno tre, con cui mi rimise il Bilancio, stampato dal conte Pietro Verri, del commercio dello stato di Milano, colle altre tre pezze che lo accompagnavano. Può ben essere persuasa l'E. V. che io non approvo e non sarò mai per approvare alcun passo che deroghi all'autorità e dignità del governo; e specialmente a questo riguardo mi è rincresciuto che il detto cavaliere, di cui peraltro mi piace l'ingegno e la scelta che ha fatto de' suoi studii, siasi lasciato inconsideratamente condurre dal fervor giovanile a convertir colla stampa in oggetto di compatimento ciò che, prodotto in iscritto alla sola Giunta ed al governo, gli avrebbe fatto dell'onore, se non altro per l'idea e per il piano di eseguirla.... Ma posto che è rotto il ghiaccio convien ora andare innanzi, e verificare, col maggior accerto che si può, il giusto mezzo fra i nove milioni di annua mancanza, che fa comparire il detto bilancio, e gli undici milioni di sopravanzo annuo, che risultano dalla Lettera critica al medesimo opposta. Sono persuaso che sia falso il bilancio, perchè l'autore non potè essere autorizzato a riconoscere i fondi originali per fissare dati certi, e credo egualmente che non sussista il calcolo annesso alla Lettera critica, perchè si vede dettata da un puro spirito di contraddizione e di animosità. Ordini dunque V. E. alla Giunta di subito applicarsi a riconoscere, per quanto sia praticabile, lo stato attivo e passivo di codesto commercio, affinchè rimosse le esagerazioni, e con quella maggiore probabilità che sia compatibile colla natura del soggetto, possa vedersi da qual parte propenda la bilancia. È troppo necessario questo esperimento, acciocchè i paesi circonvicini, eccitati a dubitare sugli eccessi opposti, non entrino poi in diffidenza per mancanza di una dimostrazione che decida».

In adempimento del superiore comando, fu delegato dalla Giunta alla compilazione del nuovo bilancio lo stesso consigliere Verri, unitamente al di lui collega consigliere Maraviglia. Questa vasta operazione venne compita in meno di diciotto mesi; e la chiarezza del metodo e l'esattezza dell'esecuzione, descritte in seguito nella Relazione che ne innoltrarono al ministro plenipotenziario, il 30 di ottobre del 1765, possono servire di utile soggetto d'imitazione anche a' tempi presenti. Quel bilancio offriva in risultato un'attività di lire 15,387,034. 16. 2, e una passività di lire 16,980,488. 5. 4; e perciò il commercio passivo era maggiore di lire 1,593,453. 9. 2.

Intanto, avvicinandosi il tempo dell'attivazione della nuova Ferma mista, la profonda sagacità e l'attività indefessa dimostrate da Verri in tutte le operazioni della Giunta, gli ottennero che fosse dalla corte onorevolmente prescelto a rappresentare il terzo per S. M. nella Ferma stessa, e contemporaneamente promosso al rango di consigliere nel Supremo Consiglio di Economia[7].

L'inerzia de' precedenti governi gli aveva talmente allontanati da ogni cura della pubblica amministrazione, che l'esercizio delle finanze si coperse d'impenetrabile mistero; ed il sovrano, che pur vedeva i miseri suoi popoli spremuti incessantemente dagli inesorabili fermieri, era nell'impotenza di provvedervi, mancando di mezzi e di lumi onde far amministrare direttamente le proprie rendite. Fu un tratto della più sublime sapienza l'istituzione della Ferma mista. Per tal modo il rappresentante del principe ha potuto conoscere l'entità delle pubbliche rendite, il sistema de' fermieri e gl'immensi loro profitti. Verri, giustamente animato da una destinazione di tanta confidenza, vi si adoprò con tal zelo, che giunse a superare la stessa aspettazione della corte, sicchè questa fu in grado di anticipare di cinque anni il compimento dell'ideata riforma, col decretare nel 1770 la cessazione della Ferma delle finanze, sostituendole un'amministrazione economica.

Malgrado l'immensità di tali occupazioni, lo zelo instancabile di Verri volle estendersi anche alla discussione, che allora si era mossa, per la riforma del sistema dell'annona. Quindi scrisse nel 1769 le Riflessioni su le leggi vincolanti nel commercio dei grani, lo scopo e l'esito delle quali fu esposto da lui medesimo nell'Avvertimento che premise ad esse, allorchè nel 1796 le ha date alle stampe. «Quest'opera, egli dice, fu scritta nell'occasione in cui si voleva sgombrare l'amministrazione pubblica dalle nebbie e dagli errori consacrati dall'antichità. Si credeva che i soli mezzi per salvare la provincia dalla carestia fossero i vincoli; e quindi una legge obbligava a notificare ogni anno tutti i grani raccolti; altra legge obbligava a introdurne una data porzione nelle città; pene severissime erano imposte a chi ammassasse grano senza una patente; cautele su la macina de' mugnai, cautele sul trasporto interno, proibizione dell'uscita de' grani dallo Stato. Tale era la legislazione che pesava sul prodotto delle terre. I magistrati custodi di tai leggi davano le dispense e le tratte, e questa lucrativa facoltà li teneva tenacemente a difendere la pretesa saviezza delle leggi tramandateci da' maggiori. Vi voleva del coraggio per comparire nell'arena in favore del ben pubblico contro tali interessati oppositori all'utile verità; pure, malgrado le arti nemiche, fui fortunato, e nel ceto di chi disponeva dell'economia pubblica la luce della ragione ebbe accesso, e si screditarono gli errori. Quindi leggi libere si promulgarono, e da venti anni a questa parte non vi fu mai inquietudine o pericolo di carestia».