(Nel luogo di questo spazio
Sorgeva altre volte la barbiería
Di Giovan Giacomo Mora
Il quale con Guglielmo Piazza pubblico Commissario di Sanità
E con altri avendo conspirato
Mentre imperversava atroce pestilenza
Con venefici unguenti qua e là applicati
Molti a cruda morte spinse
Entrambi pertanto nemici della Patria giudicati
Comandò il Senato
Che sopra di un elevato carro
Abbrostiti da prima con tanaglia rovente
E mutilati della mano destra
Colla ruota fossero infranti
E nella ruota intrecciati dopo sei ore scannati fossero
E quindi abbruciati.
Ed affinchè nulla rimanesse di uomini tanto scelerati
Confiscati i beni
Volle che le ceneri gettate fossero nel fiume.
Della qual cosa onde eterna sia la memoria
Questa casa, officina di sceleratezza
Lo stesso Ordine decretò
Che adeguata fosse al suolo
Nè mai potesse in avvenire rifabbricarsi
E si ergesse una colonna
Che detta fosse infame
Lungi adunque, lungi di qua
O buoni cittadini
Affinchè l'infelice infame suolo
Non vi contamini.
M. DC. XXX.
Alle calende di agosto

Essendo

R. capitano di giustizia
Gio. Batt. Visconti.

Presid. ampliss. del senato
Gio. Batt. Trotti.

Pubbl. presid. della sanità
Marco Ant. Monti.)

[283]. Memorie, ec., di D. Pio La Croce, di sopra citate, pag. 51.

[284]. Coniectura tamen aestimatioque communis fuit, centum quadraginta milia capitum fuisse quae perierunt, reperique ita prescriptum in tabulis rationibusque iisdem, unde haec mihi petita sunt omnia quae retuli. (Fu tuttavia congettura ed opinione comune, che centoquarantamila anime fossero perite, e così trovai registrato nelle tavole e conti medesimi dai quali trassi tuttochè ho riferito.) Ripamonti, lib. IV, pag. 228.

[285]. Descrizione di Milano, tom. II, pag. 66 e seg.

[286]. Si conosce il costume de' tempi e singolarmente l'orgogliosa opinione de' nobili, i quali si consideravano di natura diversa degli uomini della plebe, dal viglietto seguente, che il signor don Pietro Fossani ha ritrovato in sua casa, come originale di un simile che un di lui antenato scrisse a certo Paolo Besozzi: «Intendo andare attorno una scrittura data da ti Paolo Besozzi in confidenza ad alcuni pochi, alla quale non posso adequatamente rispondere per non essere arrivata alle mie mani. Pure, con quei dogmi che sono necessari alla gente vilissima e poco pratica delle corti e del trattare civile, ti dico che è solito de' buffoni e solo lor proprio privilegio farsi pari e superiori a' lor maggiori, lasciando di dargli i dovuti titoli, e presumendo di arrogarli alle loro vilissime persone, ma, inavveduti, si scordano di quel che veggono tutto di praticarsi, che, stanchi i maggiori delle loro buffonerie e arroganze, non per vendetta, ma con animo tranquillissimo li fanno ricordare; altre volle danno di mano ad un bastone per pigliarsi spasso delle loro carni. Il simile farò con te io infrascritto, non conoscendoti l'essere e il procedere tuo al merito, e nella qualità ed essere mio altra obbligazione. — 6 luglio 1649 — Antonio Francesco Fossani affermo, ec.» — (Nota del conte Verri).

[287]. Vedi la Verità Svelata, ec., edizione di Venezia, 1684, p. 70.