NISSAN (Marzo-Aprile).
Come s'apre splendido e nobile l'anno ebraico! Con quanta ragione Mosè potè rivolgere al popolo che stava per redimere le seguenti parole: «Questo mese è a voi il capo dei mesi: il primo sia per voi dei mesi dell'anno»; poichè fu in esso che quello stesso popolo scosse il lungo giogo di dura oppressione, cominciò ad avere vita politica, ad essere nazione. Riassumiamo questo principale avvenimento della storia del nostro popolo.
Dopo ventidue anni dacchè Giacobbe piangeva perduto il suo amato Giuseppe, appena lo sa vivo spinto dall'ardente desiderio di abbracciarlo ancora una volta prima di morire, non esita neppure un istante ad aderire all'invito di lui, e portasi in Egitto con tutta la sua famiglia composta di settanta persone. Passato poco meno d'un secolo, e morto Giuseppe e tutti i suoi fratelli, sorge a re d'Egitto un uomo, che agitato dalla paura e guidato da una politica iniqua, infrange ogni legge di lealtà; e dimentico degli immensi benefizii fatti da Giuseppe all'Egitto, a quella [pg 13] famiglia venuta colà ad ospitare fiduciosa, e fattasi in quel frattempo un popolo numeroso, impose dapprima enormi gravami e poscia nell'intento di estinguerla totalmente decretò: che ogni neonato maschio di essa, venisse violentemente strappato dalle braccia materne e affogato nel Nilo. Ma se Dio pei suoi imperscrutabili disegni permetteva che questa famiglia scelta a ricevere e spandere la sua eterna volontà fra tutte le nazioni della terra, fosse nei suoi primordi oppressa da dura schiavitù, vegliava nullameno su d'essa con particolare affetto.
Ad una madre, Iochebed figlia di Levi, non resse il cuore di lasciarsi strappare il suo nato dagli sgherri di Faraone. Le riuscì di nasconderlo. Ma non potendo celarlo oltre a tre mesi, lo espose alle rive del Nilo fidente nel divino aiuto, e quasi presaga di quanto doveva succedere. Iddio, che con segni straordinarii, come ci afferma la tradizione, aveva palesato la grandezza avvenire di quel bambino sino dal suo nascere, dispose che raccolto dalla figlia di Faraone e da quella, stupita dalla sua maravigliosa bellezza, addottato a figlio e chiamato Mosè; venisse condotto alla reggia e quivi educato dai sacerdoti d'Osiride in tutta la scienza del paese.
Però nè le seduzioni della sapienza, nè quelle della Corte, fecero dimenticare a Mosè i suoi fratelli oppressi. Dopo luminose vittorie, che a capo degli stessi Egizii che avevano dovuto proclamarlo loro capitano, ottenne sugli Etiopi che avevano invaso e volevano sottomettere l'Egitto[5]; egli ebbe [pg 14] a provare la più nera ingratitudine. Esigliato per essersi levato in difesa di un suo fratello ingiustamente maltrattato da uno di quegli aguzzini, che strumenti di tirannia, [pg 15] pare che si facciano una legge e trovino una dolce voluttà nell'aspreggiare vilmente i miseri pazienti sottoposti ai loro ordini; dovette riparare in Madian ove trovò cortese ospitalità presso un certo Ietro sacerdote di quel paese e del quale ne sposò poscia la figlia Zéfora.
Nella solitudine del deserto di Sinai presso cui pascolava le pecore dello suocero, invigorendo il suo nobile e magnanimo cuore maturò il sublime proposito di tornare in libertà i suoi fratelli e di farne un popolo segnalato fra le nazioni. Certo dell'appoggio divino che nel roveto ardente vinceva le estreme sue riluttanze, inspirate dalla sua modestia e dalla gravezza dell'incarico che stava per assumersi[6], va in Egitto: e col fratello Aronne arringa il popolo d'Israele, e lo persuade che il Dio giusto e forte dei suoi padri conobbe i suoi dolori, vide l'angoscia del suo animo; e lo trarrà da quella vita di avvilimento e di patimenti e lo condurrà in una terra beata promessa ad Abramo, Isacco e Giacobbe, e da loro già abitata. Portatosi poscia al cospetto di Faraone gli domanda la libertà del popolo primogenito di Dio in nome di quell'Essere che fu, è, e sarà[7]. Faraone con un'alterigia dissennata, non si soddisfa di rispondere con un rifiuto dicendo di non avere cognizione di tale Iddio; ma con una iniqua disposizione impone sul popolo un nuovo gravame, attribuendo la domanda fatta [pg 16] da Mosè unica conseguenza della loro pigrizia. Ma coll'opera di mirabili prodigi, detti le dieci piaghe d'Egitto, Mosè rende manifesta a tutto l'Egitto la onnipotenza del vero Iddio, e libera Israele arricchito delle spoglie dei suoi oppressori[8] che prima eransi arricchiti del suo lavoro di oltre due secoli[9].
Pare essere destino dei tiranni di non volere o potere mai cedere alla ragione acciecati dalle loro prave passioni. Cuocendo al Faraone di avere permesso a tanti uomini di sottrarsi al suo giogo, e non potendo comportare che quel popolo che per tanti anni aveva dovuto curvare il capo alla sua verga se ne andasse libero; raccoglie in fretta il suo esercito e si pone ed inseguirlo, onde ritornarlo di nuovo alla sua soggezione. Ma allora appunto lo aspettava una terribile punizione che tardi o tosto colpisce sempre l'ostinato ed inumano oppressore. Breve strada disgiunge l'Istmo di Suez dalla terra che Dio aveva promessa agli Ebrei; ma siccome questi avrebbero incontrato prontamente i Filistini, e siccome il dovere subito combatterli avrebbe in essi risuscitato il desiderio di tornare in Egitto, perchè una secolare schiavitù ne aveva avvilito il cuore e domato il coraggio, Mosè fece loro prendere la via del deserto.
È assai difficile il precisare oggi le posizioni, a cagione dei grandi cambiamenti che una lunga serie di secoli, fece [pg 17] subire alle spiaggie del Mare Rosso. La prima tappa fu fatta in un luogo detto Sucoth (tende) probabilmente a causa delle tende colà rizzate; la seconda ad Etan. Però affine d'ingannare il re d'Egitto, facendogli credere di essersi smarrito in quelle inospiti e sconosciute solitudini, Mosè fece accampare il popolo con una marcia retrograda tra Migdol e il mare dirimpetto a Baal-Sefon.
Era il sesto giorno dall'uscita d'Egitto, e il popolo alzando gli occhi videsi vicino la formidabile oste di Faraone. Smarrito, grida al suo conduttore: «Ecchè! non eranvi forse sepolcri in Egitto, che ci conducesti a perire in questo deserto? Perchè ne traesti dall'Egitto?» Mosè, avvisato da Dio del grande fatto che stava per succedere, li conforta con queste parole: «Non temete! Oggi per l'ultima volta voi vedrete gli Egizii. È l'Eterno che combatterà in vostra difesa». Sorge l'alba del settimo giorno, e dietro l'ordine di Dio, Mosè batte colla sua verga i procellosi flutti del mare: ed oh prodigio! le acque si dividono, e schiudono nel loro seno un ampio passaggio ad Israele che lieto vi si precipita, onde frapporre il mare tra sè e l'inimico. Acciecato dal desiderio di vendetta, Faraone ordina al suo esercito d'inseguire i fuggenti, che già toccavano l'altra sponda. I soldati accortisi, ma troppo tardi, dell'estremo pericolo che loro sovrastava affannosamente gridavano: «Fuggiamo, fuggiamo da Israele, poichè Iddio combatte per lui contro l'Egitto». Intanto Israele esce festosamente dal mare, e Mosè batte di nuovo colla sua verga le acque, le quali con immenso fragore ripigliano il loro corso ordinario, e seppelliscono nei loro abissi quegli ostinati oppressori. Un sublime cantico, la lirica più antica giunta insino a noi, venne composto da Mosè; e coll'accompagnamento di strumenti musicali venne cantato dal popolo ad onore di quel Dio, che si dimostrò tanto buono e potente in suo favore.
Ecco il grande avvenimento che diede origine alla instituzione della festa di Pasqua o delle azzime Pessahh o hhag amassod, che noi celebriamo nel plenilunio di Nissan, [pg 18] cioè dai 15 ai 22 di questo mese. La doppia denominazione con cui viene designata questa festa avviene da ciò, che colla parola Pessahh (che significa transito, salto) si vuole commemorare l'incolumità serbata ai primogeniti ebrei quando l'angelo di Dio uscendo per l'Egitto ad uccidere indistintamente i primogeniti degli uomini e delle bestie, saltava le abitazioni degli Ebrei frammischiate a quelle degli Egiziani; e coll'altra denominazione di hhag amassod si vuole ricordare il comando dato da Mosè, e costantemente quanto scrupolosamente osservato dal popolo ebreo, di cibarsi d'azzime per tutto il tempo della sua durata.