[42]Il divorzio non viene ammesso dalle nazioni cattoliche perchè contrario ai loro principii religiosi. Vi fu solo introdotta la separazione dei coniugi. Non è nostra intenzione l'enumerare gli inconvenienti di tutt'altra specie, ma a parer nostro senza dubbio maggiori, che presenta questa legge su quella mosaica. Ci limiteremo solo a constatare che non solamente vi furono altravolta autorevoli giureconsulti e scrittori di vaglia che propugnarono la instituzione del Divorzio; ma che progetti di legge furono presentati in questi ultimi tempi alle assemblee nazionali di Francia e di Italia a tale scopo: e che in ambidue i paesi si tengono pubbliche conferenze per dimostrare che colla sua adozione non solamente sarebbero resi alla felicità molti sventurati, ma che sarebbe ridotto d'assai il contingente delle prigioni e dei bagni.
[43]È probabilissimo che nella mente di Mosè l'espressione ervath davar stesse per qualificare l'adulterio. Certo nei tempi posteriori quando la religione, e con essa, la virtù perdettero d'efficacia e la licenza ebbe il sopravvento nel popolo, il divorzio prese maggior estensione. Si fu allora che le due scuole di Hillel e di Sciammaï disputavano sui motivi che potevano legittimare tale atto, patteggiando la prima anche per motivi meno gravi. Dobbiamo però affrettarci a soggiungere, che erano tanto complicate e minuziose le formalità che si richiedevano per quest'atto: erano tali i consigli che il magistrato era in dovere di porgere all'offeso marito, da disporlo sicuramente a più miti pensieri ove non fosse stato indotto a tal passo da motivi seriissimi, o da invincibile incompatibilità fisica o morale.
[44]Questa trascuranza non provenne sicuramente che dalla fretta di Mosè di adempire al mandato che ebbe da Dio di portarsi da Faraone o dal timore che il bambino avesse a correre qualche pericolo nel viaggio.
[45]In una famiglia nella quale tutto era stato savissimamente disposto perchè rafforzando i sentimenti naturali l'amore vi regnasse sovrano, qual bisogno di tracciare doveri tra padri e figli oltre quelli del rispetto e timore dei secondi verso i primi? Su questo tema Salomon Fiorentino, valente poeta nostro correligionario, dettava un magnifico sonetto col quale, ricordando il fatto di Davide che piange amaramente il tristo figlio che tento di rapirgli e regno e vita, termina colla seguente terzina che ci piace di rapportare: «Oh del figlio inuman se un padre ha cura La legge parli minacciosa al figlio Che dolce al genitor parlò natura».
[46]Ecco come viene esposto questo fatto nel libro dei Numeri, che per la sua imponenza merita di essere da noi raccontato: Era già estinta tutta la vecchia generazione condannata a morire nel deserto, ed era pertanto giunto il tempo prefisso all'ingresso del popolo ebreo nella terra promessa, quando arrivato esso in un certo posto detto deserto di Sin, venne a mancare affatto d'acqua. Come al solito, esso mosse i più alti lamenti verso Mosè ed Aronne, accusandoli di averlo tratto d'Egitto per condurlo a morire in un «luogo cattivo, non atto a seminagione, sprovvisto di fichi, di viti, di melagrani e persino d'acqua». La maestà del Signore si rivelò a Mosè e gli ordinò di munirsi della verga che stava nel Tabernacolo, e accompagnato da Aronne «parlare al sasso in presenza di tutto il popolo, poichè da quel sasso sarebbero scaturite acque in tale abbondanza da dissetare il popolo e il suo bestiame». Mosè fece adunare immediatamente il popolo attorno al sasso indicato, e apostrofando il primo con poche ma dure parole, che lasciano chiaramente indovinare non essere esse che il principio di una vivace rimostranza che voleva dirigergli pel modo indegno con cui si comportava verso Dio quando versava in qualche momentaneo bisogno, battè due volte il sasso colla sua verga e le acque sgorgarono in gran copia. Ma l'Eterno disse a Mosè ed Aronne: «Giacchè non avete avuta fede in me per santificarmi alla presenza dei figli d'Israele, perciò non condurrete questo popolo nella terra che ho loro donato. Interpretando letteralmente questo fatto, si dovrebbe conchiudere, come si crede ordinariamente, che il peccato commesso da Mosè e da Aronne abbia dovuto consistere nella mancanza di fede in Dio per avere battuto il sasso invece di parlargli. Ma oltrecchè non si può ragionevolmente ammettere che Mosè chiamato da Dio stesso «servo fedele in tutta la sua casa» abbia dubitato di Lui, quale differenza può farsi tra il parlare o il battere trattandosi di un corpo inanimato? Forsechè il miracolo avrebbe scemato della sua importanza nel servirsi d'un mezzo piuttostochè dell'altro? E poi a quale scopo Dio avrebbe ordinato a Mosè di munirsi della verga se non avesse dovuto adoperarla? Fra le diverse opinioni emesse dai commentatori su questo fatto, noi riteniamo per la più accettabile quella del Rabbo Mosè a-Coen Tedesco e sviluppata da l'Illustre I. S. Reggio. Dice egli in sostanza: «che Mosè afflitto e sdegnato della riprovevole condotta e delle incessanti mormorazioni contro Dio per parte di un popolo tanto visibilmente da Lui protetto, e temendo che Dio ne lo punisse aspramente come fece altre volte pel fatto degli esploratori, per la sollevazione di Cora, per l'adorazione prestata a Baal-Peor ecc.; quando si trovò presso al sasso si lasciò vincere dalla collera e cominciò ad apostrofare il popolo con tale veemenza che la commozione interna gli troncò la parola in gola; per modo che dalle poche parole dette, il popolo fu quasi portato a dover credere che questo miracolo dovesse attribuirsi precisamente a lui stesso e al fratello, anzichè a Dio. Questa interpretazione si accorda benissimo colle parole che denotano il motivo del castigo quello cioè «di non avere essi santificato Iddio».
[47]C'è chi crede che tale epiteto usato anticamente per significare il maggiore, fosse semplicemente aggiunto al nome di Erode per distinguerlo dall'altro Erode venuto dopo di lui e detto zeerà (il minore).
[48]Ecco quale piccola causa, assegnano i nostri Dottori, alle prime ostilità insorte tra gli Ebrei e i Romani. Un cittadino di Gerusalemme aveva fra i suoi amici un tale che portava il nome di Camzà, e un acerbo nemico che portava il nome di Barcamzà (figlio di Camzà). Il cittadino di Gerusalemme, diede un giorno un grande e sontuoso banchetto, a cui invitò i personaggi più ragguardevoli della città. Nell'accennare al famiglio i nomi di quelli che voleva fossero invitati, ricordò fra i primi il suo amico Camzà. Per mala ventura il famiglio sbadato andò ad invitare Barcamzà. Il padrone di casa vedendo costui a prender posto alla mensa con voce minacciosa gli intima di uscire. Invano Barcamzà lo prega di riflettere quanto sia grande la viltà di recargli così grave e pubblico insulto, invano ei si offre di pagare del suo la parte del pranzo che farebbe in casa sua: l'inesorabile rivale, non ascoltando che il suo odio, gli intima di nuovo di uscire. Allora costui a cui cuoceva un tale atto, si dispose di pagare la spesa della metà del banchetto, e finalmente di tutto il banchetto: ma non ottenne che ripulse. L'insultato Barcamzà sortì da quella casa colla rabbia nel cuore, e giurò di vendicarsi aspramente del suo rivale, e di quei tanti ragguardevoli personaggi, che rimasero spettatori indifferenti di quella triste scena. Un infernale pensiero gli attraversò la mente, e vile quanto scellerato, non esitò a coinvolgere la patria nella sua privata vendetta. Si portò dall'Imperatore romano, e simulando uno zelo immenso per lui, lo avvertì che gli Ebrei si preparavano nascostamente alla ribellione e che già avevano fermo di non più obbedirgli. E per fare esperimento delle sue asserzioni gli suggerì di mandare una vittima ad offrire nel loro tempio. L'Imperatore accetta quel consiglio, consegna a Barcamzà un giovine vitello, e manda i suoi ordini agli Ebrei per mezzo di alcuni suoi famigli. Cammin facendo il maligno calunniatore, ben sapendo che gli Ebrei si sarebbero rifiutati di sacrificare una bestia difettosa, ferì leggermente in un occhio il povero vitello. I sacerdoti indovinando fosse la maligna intenzione del traditore, pensarono di offrirlo sia per atto di riverenza verso l'Imperatore e sia per la salute del popolo. Ma contro questo savio e prudente consiglio, sorse impetuosamente un certo Zaccaria figlio di Anchilas. Qualcuno propose allora di ammazzare Barcamzà e l'animale, ma anche contro questa proposta sorse con impeto Zaccaria. I savi disapprovarono i soverchi scrupoli religiosi che fecero rifiutare il sacrifizio, e che portarono conseguenze tanto luttuose pel popolo d'Israele.
[49]Non crediamo di privare i nostri lettori del seguente aneddoto, che serve a dimostrare la profonda convinzione che avevano i nostri Dottori sulla inutilità di qualunque umano intendimento, per iscongiurare la tremenda catastrofe seguita; inquantochè Dio avesse decretata irrevocabilmente la caduta del Tempio. «Il generale che fu preposto all'esercito invadente la Giudea, nel secreta della sua anima, sentiva una certa inclinazione per la sacra fede di quel popolo contro cui si portava a combattere. Prima pertanto di intraprendere qualunque atto ostile ricorse a una delle solite superstizioni pagane per prendere augurio dell'avvenire e pronosticare l'esito della sua spedizione. Scoccò nell'alto una freccia e questa cadendo si volse contro Gerusalemme. Il generale si volge dall'altro lato, e scocca un'altra freccia: ed anche questa va a cadere in faccia alla santa città. Ripetè tale esperimento da tutte le parti del mondo, e sempre una forza misteriosa torceva la freccia verso Gerusalemme. Il generale rimase attonito di questo fatto e conchiuse tra sè che Dio stesso aveva decretato la rovina di Gerusalemme». L'aneddoto termina dicendo che questo stesso generale si fece ebreo, e che da quel nuovo stipite trasse origine il celebre Dottore Meir.
[50]Simone Ben Iorà che occupava la città inferiore; Giovanni di Gìscala che occupava tre fortezze della città alta; Eleazaro di Simone il quale occupava il tempio e i luoghi più forti della città superiore.
[51]Per dare un'idea della miseria estrema a cui giunse quella città, che Geremia qualificò per «la grande fra le nazioni, la regina fra le provincie»; diremo che una donna già ricca e di sangue illustre, certa Maria figliuola di Eleazaro, e vedova di Doeg Ben Iosef di Betezob nella Perea, condotta alla estrema miseria sbranò il bambino lattante, lo fece arrostire e ne divorò le carni. Una parte la serbava onde pascersi il giorno seguente, ma altri affamati sopravvennero allettati dal leppo di quell'iniquo arrosto, e minacciando scannarla se non dava fuori quanta cibaria ella si aveva annicchiato;—la donna delirante tra l'amore della vita e il terrore del proprio misfatto, pose quel pasto esecrando sotto gli occhi di coloro ai quali rimaneva ancora tanto senso umano che inorridirono e frementi e tremanti si ritirarono.