[52]Per l'esattezza storica non dobbiamo tacere che se le proposte di pace vennero rigettate con disdegno, ciò è da attribuirsi quasi unicamente all'uomo incaricato appunto di presentarle, vale a dire a Flavio stesso, persona altamente invisa agli Ebrei che lo ritenevano traditore della patria, perchè certamente non difettavano nè gli amici della pace per sentimento naturale di un vivere quieto, nè gli uomini assennati, i quali prevedendo la sorte infelice che sovrastava alla patria sarebbero scesi volentieri a trattare col nemico. E quantunque costoro fossero persuasi che con tale condiscendenza ribadivano sulla loro nazione, la catena d'una completa dipendenza straniera, pure si confortavano pensando che almeno non sarebbero allontanati dal patrio suolo. Spaventati però dal destino toccato ai primi che osarono consigliare un accordo cogli assedianti si tacquero, e patriotti sinceri e leali accettarono la causa abbracciata dai loro fratelli per quanto la estimassero disperata, e la difesero con tutto l'ardore di cui erano capaci i loro cuori nobilissimi.
[53]Per persuaderci della possibilità di quest'asserzione, dobbiamo fare le due seguenti riflessioni: 1º Che anche in tempi normali, Gerusalemme era circondata da sobborghi, che potevano contenere un numero di popolazione stragrande; 2º Che coll'avanzarsi del nemico una folla innumerevole si chiuse nella Capitale, parte per aiutarne la difesa, e parte per trovarvi un rifugio contro la crudeltà del nemico che non la perdonava nè a età, nè a sesso.
[54]Ecco una bella leggenda colla quale i nostri Dottori vollero constatare la punizione che Dio inflisse ai distruggitori della sua Casa, e dipingere l'orgoglio satanico di quell'uomo che colla più abbietta ipocrisia, o per la sua morte a tempo (immaturamente) come vogliono dottissimi critici moderni seppe ottenere un titolo tutt'altro che meritato. Forse si saprà che esso morì all'età di 42 anni dopo due soli di regno. «Consumato l'eccidio della sacra città, che più non presentava all'occhio attonito del pietoso viatore che un mucchio di ardenti rovine, Tito esultante ed orgoglioso oltre misura entra nella nave che onusta delle preziose e rare spoglie tolte alla già regina dell'Oriente, volge la prua verso Roma. Erano passate poche ore dacchè quella nave solcava le onde dell'Oceano allorchè il cielo si oscura improvvisamente, le onde si accavallano furiose per lo imperversare di un vento impetuoso. In mezzo allo scompiglio generale, Tito rivolgendosi ai suoi capitani così dice in suono di scherno: «Ei pare, a dire vero, una cosa singolare che il Dio di costoro (degli Ebrei), non abbia potere se non nelle acque. Volle vendicarsi di Faraone e ne sommerse l'oste nel mare Rosso; volle vendicarsi di Sissera e ne traboccò l'esercito nel torrente Chisson; ora vuole probabilmente vendicarsi di noi, e minaccia di farci inghiottire dall'Oceano. Venga in terra a provare la sua forza!» A queste parole petulanti così suonò una voce dal cielo: «O empio uomo, rampollo di empio stipite! (La tradizione rabbinica lo fa discendere da Esaù.) Appena tu metterai il piede in terraferma, io farò ministro di mie vendette la più piccola delle mie creature, così imparerai o stolto fin dove s'estenda il mio dominio». Il mare si acquietò immantinenti come per incanto». Con un monumento che sussiste ancora (l'arco di Tito); con medaglie su cui sta effigiata una donna dolorosamente piangente al piè di una palma, col motto IUDAEA CAPTA; con festeggiamenti straordinarii, (i quali ci dimostrano appunto la grandissima importanza che attaccarono i Romani a quella vittoria); Roma si prepara a ricevere il vincitore della Giudea. Tito scende dalla nave tra gli applausi frenetici della moltitudine, ma appena il suo piede calca le prime zolle della spiaggia, il più minuto moscerino gli si introduce nelle narici e su su ne va direttamente al cervello, della cui sostanza nutrendosi vive colà sette anni consumando la vita del suo ospite. Inenarrabili ed incessanti erano gli spasimi di Tito. Parendogli un giorno di ricevere qualche sollievo sentendo a battere un martello su di un'incudine mandava tutti i giorni per un fabbro onde ripetesse quell'esercizio. Se l'operaio era pagano riceveva una mancia generosa, ma se per caso era un ebreo, Tito gli diceva: «Vattene, a te deve bastare la gioia di vederti tanto vendicato».
[55]Poujoulat, Histoire de Jerusalem.
[56]Si crede comunemente, che questo nome gli sia stato dato più tardi per la non riuscita della sua magnanima quanto ardita intrapresa; però contro questa opinione, troviamo un passo nel Talmud, ove quest'uomo viene così chiamato dal celebre Rabbino Akibà suo partigiano entusiasta e devotissimo, e che contribuì immensamente a fargli trovare credito e favore presso il popolo, dichiarando essere esso precisamente la stella vista da Balaamo, che doveva fare trionfare la causa d'Israele.
[57]Tale vocabolo è composto delle lettere iniziali delle quattro parole: tekià, scevarim, teruà, tekià, e che significano quattro diverse modulazioni di voci.
[58]Di questo diritto fu esclusa la tribù di Levi, onde le occupazioni materiali non la distogliessero dal servizio divino e dallo ammaestramento del popolo a cui fu consacrata. Più tardi vedremo che la legge ne la compensava esuberantemente col prodotto delle decime e dei sacrifizii, e coi non rari doni dei privati.
[59]E che gli Ebrei abbiano profittato delle raccomandazioni di Mosè, noi non possiamo neanche dubitarne. A conferma della prodigiosa fertilità della terra promessa, che come dicemmo viene messa in dubbio da quanti si fermano alle desolanti descrizioni che di quel paese ci danno gli scrittori moderni senza por mente agli sconvolgimenti cui andò soggetto, noi non rapporteremo quanto vi si trova nella Scrittura e in Giuseppe Flavio onde non si creda che in noi parla la passione, ma bensì la testimonianza di scrittori pagani. Dopo che Plinio chiamò Gerusalemme «la città la più celebre, non solamente della Giudea, ma dell'intiero Oriente»; dopo ch'ebbe dato descrizioni favorevolissime della Giudea e delle sue produzioni in generale; dopo ch'ebbe vantato la flessibilità del legno del terebinto, la sua lunga durata e il suo colore di un nero splendissimo; dopo ch'ebbe fatto notare l'importanza della resina e del miele d'olivo (specie questo di una manna che si raccoglieva sulle foglie di quegli alberi); si ferma pia particolarmente sulle palme e sulla pianta del balsamo. Ecco le sue parole dalle quali possiamo desumere quale caso si facesse allora di quella produzione: «Il balsamo sdegna di crescere altrove (così credeva anche Flavio: Ora però cresce in Arabia) e il liquido che se ne estrae, e che viene preferito a qualunque altro profumo, la Giudea è il solo paese del mondo al quale la natura lo abbia accordato. Gli Imperatori Vespasiano e Tito furono i primi che mostrarono in Roma ed abbiano portato nel loro trionfo questo prezioso arboscello, divenuto tributario del nostro impero, come la nazione che il coltivava». Tacito ne parla in questi termini: «Questo paese confinante all'Oriente coll'Arabia, al mezzodì coll'Egitto, a ponente colla Fenicia e col mare; dal Nord si estende in lontanza verso la Siria. Gli uomini sono sani e robusti, le pioggie rare, il suolo fertile; esso dà le stesse produzioni del nostro paese, colla stessa abbondanza, e in dippiù il balsamo e le palme: le palme, alberi alti e belli; il balsamo, arboscello il di cui succo s'impiega utilmente nella medicina». Un romano orgoglioso e poco favorevole agli ebrei, poteva forse lodare meglio la Giudea che paragonarla alla gentile e fertile nostra patria, dando la preferenza alla prima? Alle testimonianze di questi due scrittori tutt'altro che parziali pel popolo nostro, possiamo aggiungere quella di un gran numero di medaglie fatte incidere dai Greci e dai Romani nelle occasioni delle loro vittorie sugli ebrei, e che certo non era nella loro intenzione di fare cosa gradita ai vinti lusingandone l'amore patrio. Queste medaglie rappresentano tutte la fertilità del paese, poichè in certune d'esse la Giudea viene rappresentata gemente all'ombra di una palma; in altre offre i suoi olivi e il suo balsamo; una rappresenta covoni di grano, in altra vedonsi tre spicche di grano uscenti da un sol gambo; in questa smisurati pampini d'uva, e in quella corni colmi di parecchie specie di frutti.
[60]Per dare una prova dell'alta importanza che attaccavano i Profeti a questa disposizione, comecchè interessasse una delle più importanti prerogative di ogni cittadino «la libertà individuale», perchè la legge sanciva allo schiavo liberato la immediata restituzione dei diritti civili e politici; noi trascriveremo qui alcuni versetti che coll'animo traboccante di indegnazione, Geremia ne apostrofava i trasgressori: «Dice così il Signore, Dio d'Israele: Io imposi l'obbligo ai vostri padri allorchè li trassi dalla terra d'Egitto, dov'erano schiavi con dire: «In capo a sette anni rilascerete ciascheduno il vostro fratello ebreo, che vi si fosse venduto, ed avessevi servito sei anni; e lo rimanderete da voi in libertà. E i vostri padri non m'ascoltarono.....».—«E voi in oggi vi emendaste, e faceste ciò che piace ai miei occhi, proclamando l'uno all'altro libertà; e ne faceste solenne promessa innanzi a me........».—«Ma poi, pentiti, profanaste il mio nome, e faceste tornare ciascheduno il proprio servo, e ciascuno la propria serva, che avevate rimandati in balia di sè, e li sforzaste ad essere a voi schiavi o schiave. Perciò dice così il Signore: «Voi non mi avete obbedito di proclamare l'uno all'altro libertà; ecco ch'io sono per proclamare contro di voi libertà, dice il Signore, alla spada, alla peste e alla fame; e renderovvi oggetto d'orrore a tutti i regni della terra. E darò quegli uomini che contravvennero alla fattami promessa....... in mano dei loro nemici e di quelli che cercano d'impossessarsi delle loro persone».
[61]Non possiamo proprio passare sotto silenzio la raccomandazione che Mosè indirizza al suo popolo a questo rapporto, esternando un nobilissimo pensiero: «Bada bene che non ti entri nel cuore un malvagio pensiero, cioè: «S'avvicina l'anno settimo, l'anno della remissione—e tu divenga avaro verso il tuo fratello bisognoso, e non gli dia; nel qual caso egli si lagnerebbe contro di te al Signore, e tu incorreresti in peccato. Ma dagli, e non ti dolga il cuore nel dare a lui; poichè in premio di questa cosa il Signore, Iddio tuo, ti benedirà in ogni opera tua, ed in tutto ciò, a cui porrai mano».