[62]Ci dovremmo allungare di troppo se noi volessimo passare in rassegna tutti i precetti, che forse non ebbero altro motivo oltre quello di abituare Israele alla mitezza, a sentimenti di pietà, di amore e di gentilezza verso tutti gli uomini. Il seguito di questi nostri studi ci dimostrerà in modo indubitabile che il terreno, cioè il popolo, era veramente adattato a ricevere e a fare crescere rigogliosi quei nobili semi. Ci contentiamo pertanto a segnalarne alcuni: La raccomandazione di alzarsi al cospetto d'un vecchio; di non cibarsi del sangue degli animali; di non fare cuocere il capretto nel latte della madre; di non uccidere il bue o l'agnello nello stesso giorno in cui si uccide il loro figlio; di non mettere la musoliera al bue quando batte il frumento; di non serbare rancore verso il prossimo nè trar vendetta delle sue offese; di non restare testimone indifferente del pericolo dal prossimo; di non maledire al sordo, nè mettere inciampo al piede del cieco ecc. Cadendo in acconcio e persuasi di fare cosa grata ai nostri giovani lettori inseriamo il seguente aneddoto col quale i nostri Dottori vollero appunto dipingere l'indole gentile e pietosa del nostro Legislatore. «Mosè pascolava le pecore di Ietro suo suocero. Un giorno che trovavasi verso l'Oreb, luogo arido e deserto, volgendo l'occhio attorno vede una pecora che si sbranca, e va e va, e s'allontana dalle compagne. Il buon pastore le tiene dietro: la pecora affretta il corso, e scorre per vaste pianure finchè si arresta presso ad uno zampillo d'acqua. Mosè la raggiunge, s'arresta anch'esso, la guarda mestamente e dice: «Mia buon'amica! era dunque la sete che ti spingeva a lasciarmi e sfuggirmi! ed io non me ne era accorto. Poveretta! come devi essere stanca e affaticata! Come potrai raggiungere le tue compagne?» Come la pecora ebbe terminato di bere, Mosè se la trasse sulle spalle, e curvo sotto quel peso, ripiglia il suo cammino alla volta della greggia. Mentre Mosè camminava con quel peso sulle spalle, una voce dal cielo suonò in queste parole: «Tu che hai tanto amore, tanta pietà per la greggia degli uomini, meriti bene di essere chiamato a pascolare la greggia del Signore!»
[63]Shaw t. 1 p. 390.
[64]Mosè aveva formalmente proibito ai giudici di accettare regali, inquantocchè secondo la sua espressione; «i regali acciecano i chiaroveggenti e pervertiscono le parole dei pii». Questa raccomandazione non fu soltanto seguita alla lettera dai nostri Dottori rivestiti della qualità di giudici, ma troviamo anzi che parecchi d'essi ne spinsero la pratica esecuzione ad una scrupolosità diremo quasi esagerata, come ce lo dimostrano ben chiaramente i due seguenti esempi che noi presentiamo ai nostri lettori e che sono spigolati da un campo ben provveduto: Rabì Samuele tragittava un'acqua sur una barchetta. Giunto alla riva un uomo gli porge la mano per aiutarlo a scendere. Lo stesso uomo gli presenta poscia una causa per farlo giudice tra lui e il suo avversario. «Amico, gli dice il Dottore, io non posso essere tuo giudice perchè ho ricevuto da te un servigio». Un altro Dottore, certo Rabì Josè, si faceva portare dai suoi campi ogni venerdì un cesto di frutta dal proprio fattore. Una volta questi gli si presentò il giovedì col solito cesto di frutta. «Per qual cagione hai tu oggi anticipato?» gli domandò il padrone. «Signore! rispose il gastaldo, ho una causa qui in città, e dovendomivi recare, ho pensato profittare del viaggio per portarvi dei vostri frutti. Di grazia! ecco il tenore della mia causa: spetta a voi darne sentenza. «Amico! risponde il Dottore, tu mi hai fatto una cortesia, io non posso più essere tuo giudice»: e delegò due savii a fare le sue veci. Dalle parole che il servo di Saulle indirizzò al medesimo quando gli propose di portarsi da Samuele onde avere notizie delle asine smarrite dal padre di lui, e da un passo relativo ad Eliseo, parrebbe che i consigli dati dai profeti fossero corrisposti con regali di danaro o di qualche genere alimentario; però dalle prove di disinteresse date da questi due profeti, e particolarmente dal primo d'essi, del quale parleremo in seguito, e che furono gli unici dei quali si faccia menzione sotto questo rapporto, noi abbiamo fondati motivi a credere che quei regali quando venivano da essi accettati, lo erano a solo titolo di atti di beneficenza verso i loro alunni poveri.
[65]Tutti i commentatori si accordano a riconoscere in questo precetto una raccomandazione altamente morale. Ed ecco in sostanza il senso che gli attribuiscono: «Questo comando per una parte ha lo stesso valore di quello che proibisce di fare cuocere il capretto nel latte della madre, vuole cioè allontanare gli ebrei da qualunque azione che possa esercitare sulla loro immaginazione e sul loro cuore un'influenza meno che pietosa; e per altra parte include un delicato pensiero di misericordia, che è il carattere speciale della Legislazione mosaica, verso quella povera madre che dovrebbe assistere alla morte dei suoi figli e allo sperdimento delle sue uova: inquantochè anche gli animali irragionevoli soffrano immancabilmente vedendo straziati i loro nati, non dipendendo l'amore materno da causa intellettuale, ma bensì dalla immaginazione e dall'istinto pari nell'uomo, come in tutte le altre creature.
[66]Persuasi che verranno letti con interesse e soddisfazione, noi non possiamo resistere alla tentazione di inserire qui due Sentenze ed un esempio, spigolati nel vastissimo campo della carità Israelitica. Non isfuggirà certo alla penetrazione dei nostri lettori l'alta importanza della prima Sentenza per la tolleranza religiosa di cui ci dà bella prova. «È legge di pace l'obbligo di soccorrere i poveri di qualsiasi nazione in un coi poveri d'Israello, di assisterne gli infermi, di seppellirne i morti». «L'infelice che geme nella povertà è talvolta condotto dai suoi dolori a mormorare della Provvidenza. Egli pensa tra se stesso: «Non sono anch'io una creatura di Dio? Perchè tanta differenza da me a quel ricco? Egli dorme tranquillo i suoi sonni nella casa che è sua, ed io giaccio in questo tugurio non mio. Ei dorme su soffice letto ed io sul nudo terreno. L'uomo benefico, colla sua carità, calma il fremito del povero e ne fa tacere le mormorazioni. Iddio dice a quest'uomo benefico: «Colla tua carità tu riconcilii quel poveretto con me; tu ci metti in pace». «Un personaggio di distintissima famiglia teneva corteggio principesco, ma colpito da gravi disgrazie, si vide in pericolo di cadere dalla sua grandezza e di dovere abbandonare quella pompa che s'addiceva al suo nome ed alla sua famiglia. L'infelice confidò le sue strettezze a Rabì Illel, e caldamente gli si raccomandava. Fra le solite pompe di costui era questa la più costante, di percorrere le vie della città montato sur un superbo cavallo, e preceduto da uno schiavo che gli correva davanti. Rabì Illel fece per qualche tempo le spese del cavalle e dello schiavo. Una volta non trovò uno schiavo che accondiscendesse a prestare tale uffizio; e il buon rabbino si offrì egli stesso, e corse davanti al cavallo per ben tre miglia».
[67]I nostri Dottori dissero: che nel giorno di Chipur non ottengono il perdono di Dio oltre agli impenitenti, le seguenti due classi di persone: La prima comprende quegli stolti che facendo troppo a fidanza coll'indulgenza di Dio dicono fra se stessi: «Pecchiamo pure senza ritegno nè timore: Verrà il giorno di Chipur e noi otterremo egualmente il perdono». La seconda classe comprende quegli uomini che contriti e pentiti pei peccati commessi verso Dio, non si danno alcun pensiero di ottenere il perdono delle colpe commesse verso i loro simili e di risarcirne, possibilmente, il danno arrecato. Su quest'argomento è da notarsi, pel fine eminentemente morale, che lo ispirò, il seguente caso di coscienza proposto dagli stessi Rabbini: «Ove l'offeso, dicono essi, fosse morto prima di concedere il perdono al suo offensore, oltre al risarcire i danni materiali, se ve ne sono, agli eredi, il colpevole è obbligato di farne pubblica ammenda sul suo sepolcro, pronunziando le parole seguenti alla presenza di dieci testimonii, la vigilia del giorno di Chipur: Io fui colpevole verso il Dio d'Israele, e verso costui».
[68]Carattere speciale delle nostre preghiere è quello di essere tutte in numero plurale. Idea sublime! che ci rappresenta incessantemente il nodo di fratellanza che unisce tutti gli uomini, e per conseguenza il dovere di amare e di cercare con sincerità ed efficacia il bene di tutti, implorando per tutti, come per noi, la protezione divina.
[69]L'instituzione dell'aftarà (che consiste in un capitolo dei Neviim Storia e Profeti, e che per lo più ha una diretta analogia colla parassà), si crede tragga origine da una fiera persecuzione sofferta dagli Ebrei sotto l'Imperatore Adriano. Come vedemmo nel mese precedente, costui aveva proibito agli Ebrei sotto pena di morte, l'esercizio di qualsivoglia atto del loro culto, e lo studio religioso. Gli Ebrei non volendo per un lato trasandare i doveri che imponeva loro la religione, che secondo il celeberrimo dottore Akibà è il loro elemento di vita, ma temendo per l'altro lato di esporsi ai gravi pericoli che erano loro minacciati dal prepotente dominatore; si studiarono di praticarli circondandosi di ogni precauzione. Perciò in luogo di leggere la lunga lezione sabbatica del Pentateuco, vi sostituirono una lezione brevissima scelta nei Profeti e che avesse con essa la maggiore possibile analogia. Cessata la persecuzione si credette opportuno di continuarne la lettura dopo la lezione del Pentateuco, sia in memoria dei pericoli che dovettero sfidare i nostri padri per mantenersi fedeli alla loro religione, e sia in omaggio a Dio che pensando la loro costanza sventò i tristi calcoli dei loro avversarii.
[70]La tradizione lascia supporre, che ove il Pontefice fosse stato trovato al cospetto di Dio macchiato di peccati talmente gravi, da essere divenuto immeritevole di coprire un posto tanto eminente ed importante, moriva appena entrato nel santo dei santi; e se ne estraeva il cadavere con una catena di argento che in precedenza si legava al piede di ogni Pontefice. A prova di tale credenza si constata dai nostri dottori, che di tutti i pontefici che ufficiarono nel secondo Tempio, quando cioè quella dignità era divenuta un mercimonio dei dominatori stranieri e concessa al migliore offerente senza riguardo ai meriti personali dei candidati e per conseguenza caduta nella disistima del popolo, tre eccettuati uno dei quali il pio Simone, che pontificò per quarant'anni, tutti gli altri non compirono l'anno nell'altissimo ufficio.
[71]Alla sera nell'atrio delle donne si faceva una gran luminaria che tramandava il suo splendore su tutta Gerusalemme; ivi adunavasi gran gente, i leviti suonavano i loro strumenti musicali e le persone le più serie e le più divote, pigliavano faci in mano ed intrecciavano una danza religiosamente simbolica durante la quale oltre agli inni che venivano cantati, sembra che si gettassero faci in aria per riceverle di nuovo in mano; e come una prova di singolar destrezza si narra che Simone figliuol di Gamaliele e Nassì (principe presidente) del Sinedrio, danzasse con otto faci in mano e le gettasse in aria senza lasciarne cadere a terra neppure una.