[82]Isaia ed Ezechiele parlando di navi fanno menzione di alberi, di vele, di gomene e di remi.
[83]Siamo persuasi di fare cosa sommamente grata ai nostri lettori inserendo qui la bizzarra «leggenda di Salomone» che si rapporta a questo fatto. Crediamo che non sarà difficile capirne l'allusione delli «versi strani»: Il sapientissimo re al quale era stato affidato il glorioso incarico di fabbricare la Casa Sacra, turbato dall'ordine divino che il Sacro tempio non fosse tocco da ferro, non sapeva trovare modo di compire la grande impresa. Come infrangere enormi massi di marmo e fare a pezzi durissimi legni senza aiuto di ferro? Chiamati a sè i suoi ministri ed esposta loro la cagione del suo turbamento, uno dei più sapienti così rispose: «Gran re! L'ultimo giorno della creazione in sull'imbrunire il Creatore, diede la vita ad un vermicello chiamato shamir, il quale possiede la singolare virtù di tagliare i marmi più duri col solo suo tocco. Dove questo vermicello annidi non seppe mai mente umana». Ma il re sapientissimo, a cui era stata data piena signoria su tutti gli spiriti, chiamò a sè due scedim (spiriti, che avevano molta affinità cogli uomini, perchè la credenza popolare riteneva che come questi si nutrissero, vestissero abiti e si propagassero ecc.) ed impose loro di indicargli il luogo ove il shamir si nascondeva. Questi tremanti dichiararono che quel segreto era solamente noto al loro re Asmedai. Interrogati ove quel principe avesse sua dimora risposero: Egli abita sulla vetta di un monte di qui assai lontano, e dentro al monte egli ha scavato una profonda pozza che ha riempito d'acqua, e che chiuse con un gran masso attaccato al terreno colle impronte del suo suggello, e ogni mattina prima di salire al cielo ed ogni sera nello scendervi, esamina attentamente i noti segni, beve e riposa. Salomone licenziò gli spiriti e chiamò a sè il suo prode capitano Benajà; gli porse una catena con sopravi impresso il santo nome di Dio, e un gran numero di fiaschi di vino e lo incaricò di condurgli Asmedai. Benajà si avviò alla grande opera e dopo molti giorni di viaggio arrivò al monte designato. Cominciò collo scavare un largo fosso ove fece scorrere tutta l'acqua della pozza, e poscia ne scavò un altro più sopra e pel quale versò nella pozza tutto il suo vino. Nel cadere della notte Asmedai, sceso dal cielo, si avvicinò alla pozza, ne esaminò il suggello e lo trovò intatto, sollevò il masso e vi sprofondò dentro. S'accorse del cambiamento e temendo di qualche insidia si propose di non bere, ma straziato da ardente sete tracannò ingordamente una quantità di vino e venne colto da profondo sonno. Benajà che stava alle vedette si slanciò frettolosamente sul dormiente e gli girò intorno al collo la sacra catena. Asmedai si svegliò e accortosi della catena che lo serrava si dibattè disperatamente e mandò urli spaventevoli; ma poscia accorgendosi dell'inutilità d'ogni suo tentativo si acquetò e seguì Benajà. Giunti alla presenza di Salomone questi gli fece manifesto il suo desiderio ed Asmedai così gli rispose: Il shamir fu confidato al re del mare; e questi l'ha confidato al gallo selvatico, e col più terribile dei giuramenti l'ha stretto a conservarlo inviolato e sempre. E il gallo selvatico ha posto il suo nido in un alto monte nudo e deserto e mai se ne diparte che non porti seco il suo deposito. Salomone chiamò di nuovo il suo fedele Benajà e lo mandò alla scoperta del gallo selvatico. Il prode guerriero s'avviò al disimpegno del suo incarico e dopo lungo cammino gli riescì di scoprire il nido del gallo selvatico. Attese che il gallo vi uscisse, chiuse il nido con una campana di vetro e poscia si nascose e aspettò. Ritornò il gallo selvatico e corse al suo nido a portare l'imbeccata ai suoi pulcini; trovò il vetro e vi si arrestò sopra; girò intorno, sparnazzò colle ali, spinse e picchiò, ma invano. I pulcini intanto chiamavano e piangevano. Finalmente ricorse al prezioso deposito per infrangere il vetro; trasse di sotto le ali il shamir e l'accostò.... Ma in quel punto Benajà uscì dal suo nascondiglio e mandò un grido terribile: il shamir cadde a terra, e Benajà ebbro di gioia lo raccolse avidamente e fuggì. Il povero gallo selvatico, disperato del violato giuramento si diede la morte.
[84]Salomone volendo rappresentare quel senso di disgusto e di ripugnanza che si prova nel vedere un oggetto prezioso e pregiato ornare una persona deforme, paragonò una donna bella e gentile ma priva di senno, a un nézem d'oro pendente dal naso di un maiale.
[85]A quest'uomo che risuscitò la legge quando stava per estinguersi, si attribuisce la fondazione della Chenesced Aghedolà (la grande Accademia o Sinagoga), cioè di una assemblea di Dottori della quale egli fu il primo Presidente e Simone il Giusto l'ultimo, i quali dovevano conservare e spiegare la legge e tramandarsi di uno in altro le tradizioni orali che la completavano. (Come diremo più estesamente altrove, queste tradizioni e spiegazioni furono poi raccolte dal Rabbino Giuda sopranominato akadoss (il santo) nella Misnà, e dai due Dottori Ravà e Rav-Assè nel Talmud o Ghemarà). A lui si attribuisce l'invenzione dei punti vocali, degli accenti e della màsora o critica filologica del testo biblico; a lui si attribuisce la compilazione delle orazioni quotidiane, e oltre al libro che porta il suo nome e che si crede scritto da lui, gli sono attribuiti anco i due libri de' Paralipòmeni. Vuolsi pure che il libro di Malachia (l'ultimo dei profeti canonici) appartenga altresì a lui, e che abbia occultato il suo vero nome sotto questo, che vale angelo o messo.
[86]Natinei vale dati, votati, e probabilmente erano prigionieri di guerra che avevano adottato la religione di Mosè, e che secondo il libro d'Esdra furono consacrati da Davide e dai suoi Capitani al servizio dei leviti, ad imitazione di ciò che fece Giosuè dei Gabaoniti. Non crediamo fuori di luogo di raccontare questo brano di storia sulla conquista della Palestina, che servirà pure a ristabilire un fatto, che a torto viene interpretato in modo sfavorevole al popolo nostro. Finito il lutto per la morte di Mosè, il popolo ebreo mosse verso il Giordano, che, come dicemmo altrove, passò a piedi asciutti. Pervenuta la notizia di questo fatto, della presa di Gerico città importantissima munita di alte mura e forti torri, della espugnazione di Ai alle orecchie dei Gabaoniti; questi nella speranza di stornare dal loro capo la sorte esiziale da cui erano minacciati ricorsero ad uno strattagemma. Scelti tra loro parecchi individui li ammaestrarono sul da farsi, li provvidero di indumenti vecchi e logori, di pane ammuffato, d'otri di vino secchi è screpolati dal tempo. Godesti uomini si portarono al campo degli Ebrei, si presentarono a Giosuè e agli anziani, si finsero venuti da paesi lontanissimi inviati dai loro anziani e concittadini a domandare la loro alleanza e ad implorarne l'amicizia, in causa dell'onnipotenza dimostrata dal loro Dio coi grandi miracoli operati in loro favore in Egitto e nel deserto. A conferma delle loro asserzioni presentarono il pane muffato e che assicurarono essersi preso dietro appena tolto dal forno; mostrarono gli abiti indossati, a loro dire, nuovi e logoratisi pel lungo cammino. Giosuè e i principi si lasciarono ingannare da tale racconto menzognero e senza consultare Iddio conchiusero seco loro l'invocata alleanza; ma dopo tre giorni si venne a conoscere la verità. Il popolo alzò gravi querimonie contro la precipitazione dei principi. Ma il fatto non potevasi oramai revocare, l'alleanza era stata giurata nel nome dell'Eterno e non si poteva violare; quindi Giosuè volendo dare soddisfazione al popolo e nello stesso tempo mantenere la fede giurata, destinò i cittadini di Gabaon ai grossi servizii del Tempio. Oltre alle precise istruzioni date da Mosè nel condurre l'assedio di città lontane o non appartenenti alle nazioni votate a morte pei loro peccati; oltre alle storiche assicurazioni che constatano come Davide e Salomone abbiano vinti e resi tributarii parecchi popoli senza distruggerli; l'esistenza stessa dei Natinei è una prova convincente che Mosè non aveva imposto agli Ebrei di sterminare senza pietà tutti i popoli della Palestina, come erroneamente o maliziosamente pretesero parecchi scrittori. La totale distruzione era stata decretata solamente per sette popoli o tribù le cui opere erano talmente nefande «che la terra, dice Mosè con una figura espressiva, stomacata e polluta li vomitava dal suo seno». Anzi i nostri Dottori dicono che prima di accingersi alla conquista della Terra Santa, Giosuè mandò nella Palestina tre proclami così concepiti: «1º Chi vuole sancire con noi un punto di pace sarà accettato; 2º Chi vuoi sottrarsi all'eccidio esca volontariamente dalla Palestina; 3º Chi vuole guerra avrà guerra». I Gabaoniti accettarono il primo; la popolazione Gersunita si uniformò al secondo; 31 principi mossero guerra e soggiacquero.
[87]L'epiteto fariseo passò quale sinonimo di falso religioso, di vilissimo ipocrita, quantunque tale designazione non sia sempre assolutamente esatta. Egli è per questo che noi crediamo bene di trascrivere le seguenti linee del celebre S. D. Luzzato, nelle quali ci viene spiegata l'origine del fariseismo e il significato di tale denominazione. «A Esdra tenne dietro gran numero di soferim. Dei più antichi non si conoscono i nomi, e questi innominati sono i veri fondatori del Rabbinismo, gli autori di tutte quelle instituzioni che diconsi divrè soferim, o parole degli scribi (il nome sofer significò poscia anche maestro di scuola ed anche scrivano, copista). Col lasso del tempo vi furono dei falsi scribi, degli scribi ipocriti, come vi furono nel primo tempio i falsi sacerdoti o i falsi profeti. Questi falsi devoti furono detti per ischerno farisei, astinenti, austeri; e quando la tendenza liberale e grecizzante formò un partito sotto il nome di Sadducei, l'epiteto di farisei fu da questi dato indistintamente a tutti i rigoristi, attaccati alle istituzioni degli antichi scribi, sia che fossero veramente ipocriti, sia che fossero uomini d'una sincera pietà».
[88]A titolo di curiosità storica e per gli eccellenti ammaestramenti morali che racchiudono, non vogliamo privare i nostri lettori delle principali fra le dieci domande, che al dire dei nostri Dottori, Alessandro Magno indirizzò ai sapienti d'Oriente e le risposte date dai medesimi: e di un apologo sui viaggi e sulla straordinaria avidità di conquista che teneva agitato lo spirito di quel monarca, e per la quale non si peritava a gettare intiere nazioni in braccio agli orrori di guerre funestissime. Ecco le domande: «Misura forse maggiore distanza l'Oriente dall'occidente o il cielo dalla terra?» I pareri furono discordi: chi opinava la distanza essere pari e chi la voleva maggiore dall'Oriente all'Occidente. «Nella creazione del mondo quale delle due cose ebbe la precedenza tra il cielo e la terra?».—«Il cielo».—«Fu creata prima la luce o l'oscurità?». Questa interrogazione non ebbe una risposta sicura. Ma perchè obiettarono altri sapienti non gli si rispose «l'oscurità», poichè effettivamente risulta dal sacro libro che essa dominava l'abisso? A questa giusta osservazione venne risposto, che temendosi per parte di quel monarca altre interrogazioni insolubili sull'eternità di Dio e sulla fine del mondo, si preferì di interromperne il corso prendendo a pretesto l'insufficiente capacità di poter soddisfarne il desiderio». Qual uomo, ridomandò egli, puossi chiamare veramente sapiente?—«Il preveggente»—Quale veramente forte?—«Quello che sa vincere le proprie passioni»—Quale veramente ricco?—«Quello che è contento del proprio stato». Ed ecco ora l'apologo: Alessandro seguendo la sua insaziabile bramosia di grandezze e di regni, manifestò agli stessi sapienti il disegno di attraversare i monti delle tenebre, e chiese loro consiglio sui mezzi da impiegarsi per riuscirvi. Ottenutili e attraversati quegli orridi monti, giunse fino agli estremi confini dell'Asia, e si trovò presso il paese delle Amazzoni, ove le donne erano preposte al Governo, compievano gli uffizi guerreschi e combattevano invece degli uomini. Queste gli mandarono un'ambasciata di parecchie loro compagne, che gli tennero il seguente libero discorso: «Sire! Se mediti di moverci guerra, tu tenti una folle impresa. Se vinci, quale gloria d'avere vinto delle donne? Se sei vinto, quale disonore d'essere vinto da donne?» Alessandro persuaso da tale giudizioso discorso abbandonò l'impresa, e dopo d'avere fatto incidere sovra un sasso queste parole: «Io Alessandro, fin qui stolto e vano, appresi senno dalle donne»; volse la sua marcia verso un paese dell'Africa. Il re di quello stato conscio della propria debolezza e della potenza di Alessandro, gli aperse la città e la reggia e lo invitò a pranzo. Tutto nella mensa era oro: pane, pietanze, frutti tutto era d'oro. Alessandro altamente stupito rivolgendosi al suo ospite gli chiese: «Che mangiate oro nel vostro paese?»—«Posso io credere, rispose esso, che tu mova così lontano per nutrirti, come gli altri uomini, dei prodotti del campo? Forsechè fanno essi difetto nel tuo paese? Io m'immaginai che tu volessi oro, e ti presentai dell'oro». Ritornato in Asia, Alessandro camminava un giorno per lo mezzo di sterili deserti e d'inculti terreni, e capitò alfine presso un ruscelletto le cui acque scorrevano con un mormorio così dolce e tranquillo, che parevano invitare il passeggiero a sedersi sulle rive onde godervi riposo e pace. Alessandro aderì a questo tacito invito, si sedette, bevve di quell'acqua che trovò di un sapore delizioso, fece tuffare in essa alcuni pesci salati di cui era provvisto, e sentì che mandavano una fragranza soave. Fortemente maravigliato, gli balenò in mente il desiderio di cercare il paese fortunato da cui quel ruscello traeva la sorgente. A quell'uomo singolare bastava gli si suscitasse un desiderio nell'animo, per volerlo immediatamente compiuto. Risalendo a ritroso dell'acqua giunse alla porta del Paradiso. Picchiò, ma gli venne negato l'accesso. Alessandro ripigliò colla sovrana alterigia del suo focoso carattere: «Apritemi, ch'io sono Alessandro il Grande conquistatore dell'Asia»—«No, gli fu risposto, questa è la porta del Signore; e qui non possono entrare che i soli giusti che seppero dominare le loro proprie passioni». Alessandro impiegò preghiere e minacce per esservi ammesso; ma accorgendosi che tutto era invano, così parlò al guardiano del Paradiso: «Dammi alcuna cosa che mostri al mondo com'io son venuto colà, ove nessun mortale giunse prima di me». Una mano invisibile gettò allora disopra l'alta muraglia un piccolo involto, che venne a cadere ai piedi di Alessandro. Questi lo raccolse con avidità, e tornò frettolosamente alla sua tenda. Ma quale non fu il suo stupore, allorchè aperto l'involto, vi trovò racchiuso un occhio di morto. Furibondo lo gettò a terra. Ma un suo savio consigliere così gli favellò: «Gran re! Non disprezzare questo dono, perchè se tu lo libri coll'oro e coll'argento vi troverai in esso qualità straordinarie». Alessandro ordinò di provare immantinenti. Si recò una bilancia; la reliquia fu posta in un guscio, l'oro nell'altro; e con grande meraviglia di tutti per quanto oro vi si mettesse, l'occhio traboccava sempre. «Non v'è dunque contrappeso che valga a rimettere l'equilibrio, esclamò Alessandro?» Altro che! rispose il savio, voi vedrete che basta assai poca cosa»: e raccolto un tantino di terra ne coperse l'occhio, che subito si sollevò nel suo bacino. «Se il puoi, spiegami immantinenti questo fenomeno, gridò Alessandro»—«Eccomi a soddisfarti, rispose il savio vecchio. Quest'occhio rappresenta la cupidigia insaziabile del cuore umano. Finchè quell'occhio sta aperto non v'è nè oro, nè argento, nè ricchezza che basti a soddisfarlo. Ma chiuso e coperto di terra, allora si fa palese la vanità dei suoi ambiziosi progetti e dei suoi sconfinati desiderii; e dei grandi della terra non avanza che la memoria del bene o del male che fecero ai popoli confidati al loro governo.
[89]Fu pure nel corso della persecuzione di questo tiranno, tanto tristo quanto dissennato, che successe quel pietosissimo caso di sette fratelli che subirono il martirio, piuttosto che cedere alla intimazione di cibarsi di carne porcina o di fare atto di ossequio alle divinità greche. Ecco come viene esposto nel Talmud questo fatto, che per una strana confusione di data, venne registrato tra i luttuosi avvenimenti successi all'epoca della distruzione del secondo Tempio. Condotti questi sette fratelli al cospetto dell'Imperatore questi invitò il primo a fare atto di adorazione al simulacro del suo idolo. Il fanciullo rispose: Signore! Mi è impossibile ubbidirti, inquantochè sta scritto nel sacro libro della nostra religione: «lo sono l'Eterno Iddio tuo». Fu consegnato al carnefice e morì fra i tormenti. Venne introdotto il secondo e all'identico invito fatto al primo rispose: Sta scritto nella legge, «non sarà a te altro Dio al mio cospetto» e anche questo incontrò la sorte del fratello. Il terzo rifiutò di obbedire appoggiandosi al divino comando di «non inchinarsi a Dio straniero»; il quarto riferendosi alla minaccia «di scomunica» comminata «a colui che sacrifica a Dêi stranieri»; il quinto col proclamare l'unità di Dio espressa nel primo versetto del Schemah; il sesto col ripetere un versetto del Pentateuco concepito in questi termini: «E conoscerai oggi e serberai in cuore che l'Eterno è (l'unico) Iddio nel cielo disopra e nella terra dissotto e non ve n'ha altri» e come i due primi anche questi spirarono fra atroci tormenti. Venne la volta del settimo, la cui gioventù e bellezza disponendo in suo favore lo stesso tiranno, questi gli propose di gettare in terra il proprio anello ch'egli dovrebbe inchinarsi a raccogliere, lasciando supporre agli astanti un attestato di omaggio verso l'idolo la cui immagine stava scolpita sull'anello. Ma l'eroico fanciullo rifiutò con disdegno, e dichiarò attenersi strettamente vincolato dal patto conchiuso tra Israele e Dio e pel quale il primo prometteva di mantenersi fedele alla legge ricevuta, e il secondo di considerare perpetuamente Israele per suo popolo peculiare. Intanto che anch'esso era condotto a morte così pregò la povera madre; «Lasciate ch'io abbracci ancora una volta il mio povero figliuolo». Il figliuolo le si getta nelle braccia, e questa lo stringe teneramente al seno e lo bacia, e gli dice: «figliuoli miei! andate in pace, e dite al Signore che il patriarca Abramo erasi disposto a sacrificargli un solo figlio, ed io ne sacrificai sette per la gloria del suo nome». E in così dire scoppiandolesi il cuore per la insopportabile ambascia esalò l'eroica e desolata sua anima.
[90]Sono moltissimi i passi biblici che ci autorizzano a questa opinione: ne rapporteremo alcuni. Abramo essendosi rifiutato di accettare la cortese offerta fattagli da Ebron l'Iteo di concedergli gratuitamente la grotta di Macpelà per seppellire la propria moglie, glie ne pesò il prezzo convenuto in quattrocento sicli d'argento correnti a mercanti. I fratelli di Giuseppe riportando in Egitto il danaro ritrovato nell'imboccatura dei loro sacchi, dichiararono al maestro di casa di averlo riportato dello stesso peso di quello sborsato prima. Geremia comprando un campo da Hhanamél suo zio gliene sborsò il prezzo di sette sicli e dieci monete d'argento in peso, e finalmente troviamo nel profeta Amos che volendo far palese la malafede di disonesti mercanti mette in loro bocca le seguenti parole: «Vendiamo con false misure, e pesiamo con false bilancie l'argento che ci viene dato». Per l'esattezza storica non possiamo però esimerci dal fare riflettere che nella Bibbia troviamo altresì la parola pesare adoperata all'epoca dei Persiani, epoca in cui senza dubbio tale parola doveva avere il senso di pagare poichè si aveva sicuramente l'argento coniato. Bœkh nelle sue ricerche metrologiche dà per istorico ciò che racconta Erodoto VI, 127, che cioè Fidone tiranno d'Argo abbia pel primo fatto battere moneta in Grecia l'anno 750, avanti l'êra volgare, dietro un sistema di pesi e di misure imparato dai Fenicii, ai quali parecchi autori Greci fanno risalire l'invenzione delle monete, quantunque lo stesso Erodoto ne attribuisca il merito ai Lidii. Ora gli Ebrei che avevano così frequenti relazioni coi Fenicii non avranno forse creduto ancor più che utile, indispensabile l'avere anch'essi moneta coniata? Questa opinione è sostenuta da Bertheau nella 3ª edizione della sua Archeologia d'accordo con parecchi altri autori.
[91]Nella Biblioteca reale di Parigi si trovano 6 specie di tali monete, tre d'argento e tre di rame. Le prime tre d'argento sono le seguenti: 1º Un siclo che porta impresso un vaso con sopra un'Alef (prima lettera dell'alfabeto) adoperata certo come cifra significante 1º anno della liberazione—2º Un mezzo siclo che porta un vaso eguale a quello del siclo con sopra le iniziali Anno 2º—3º Una medaglia colla leggenda «lehherud ierusaláim» (per la libertà di Gerusalemme) dall'uno lato, e dall'altro lato la parola «Simeone»—4º Una moneta di rame colla iscrizione: «Simeone principe di Israele» e intorno ad un gambo di balsamo che sta in una delle sue faccio la leggenda: «Anno primo della liberazione d'Israele»—5º Altra moneta di rame colle stesse iscrizioni.—6º Finalmente una terza moneta di rame colla leggenda: «Anno quarto... metà»—«della liberazione di Sionne».