Pratico degli usi di prigione mi tolsi tosto da dosso l'orologio, il portamonete, le chiavi, e quant'altro io aveva nelle tasche, e lo posi sul tavolo d'ufficio — poi stesi le braccia in alto per agevolare al carceriere l'adempimento del suo incarico.

Compiuta la visita il capo fece intendere queste sole parole — al numero otto — Brutto numero, dissi fra me, avendo ben compreso dov'era posta la segreta, che l'additava. Il custode accese subito un lanternino — tirò fuori le chiavi del numero indicato — e datomi sulle spalle il sacco di paglia che doveva servirmi di letto, m'intimò di seguirlo — e fatti alcuni passi in uno stretto corridoio mi trovai dinanzi al tugurio assegnatomi.

Entratovi dentro vidi bene che era quale me lo era immaginato, cioè angusto, basso, umido — gettai il sacco lungo il muro di facciata alla porta — diedi un'occhiata alla parte opposta, e dal lume della luna che penetrava dal pertugio del tamburo della finestra, la quale si suole tenere aperta in estate affinché i prigionieri non siano soffocati dal caldo e dai miasmi, scorsi quattro corpi umani, ognuno avvolto in un lenzuolo sul proprio sacco. Stetti un istante a guardarli: costoro davano al luogo, già per sé tetro, il cupo aspetto di una camera mortuaria. Nessun di loro si mosse. malgrado lo stridore dei catenacci, il tintinnio delle chiavi, e le percosse dei battenti dell'uscio — e da ciò compresi che erano cavalli vecchi — è questo il nome che i carcerati si sono imposto. Per non restare lí dritto come un palo, spinsi il sacco contro il muro — lo schiacciai colle ginocchie per togliergli quella rotondità che m'impediva di occuparlo — e mi vi distesi sopra cosí abbigliato com'era.

Allora diversi pensieri m'ingombrarono la mente — quello dei congiunti piú di ogni altro turbavami — ma seppi presto quietarlo, persuadendomi che fosse in essi quella superiorità di animo che io sentiva. Poi mi tornò all'idea l'inchiesta del brigadiere, se conosceva il motivo del mio arresto — e mi pentiva di non avergli risposto «sí che lo conosco — e sta nei principi democratici che professo, nel propugnarli con ogni mio sforzo — sta nell'inveire contro le male opere che commettete, contro gli arbitri che usate, dei quali sono ora io stesso un chiaro esempio» — e m'infervorava come se avessi avuto dinanzi l'intera curia fiscale unita alla ciurma che l'appoggia, quando uno dei carcerati scese giú dal sacco, e nell'urtare coi piedi nel mio lo intesi esclamare:

— Oh! un nuovo cavallo.

Ed accostatosi alla latrina la scoperse, e vi orinò dentro movendo un puzzo esecrabile che mi costrinse di levarmi il giubbetto, e di gettarmelo sulla testa per impedire che mi percuotesse gli organi sensitivi dell'odorato — e cosí imbacuccato mi volsi verso il muro, e non tardai a chiudere gli occhi al sonno.

Suonavano le quattro quando mi destai — e il giorno era abbastanza avanzato per darmi modo di scorgere ben bene i miei quattro camerati — essi dormivano ancora saporitamente, scoperti sino al petto — e potei rilevare che erano uomini nella forza dell'età, e di solida tempra.

Zelante esecutore delle pratiche di carcere, piegai il mio sacco, ne feci un comodo sedile, e l'incalzai nell'angolo per guadagnar spazio — indi presi la scopa, e ridussi presso la porta la paglia caduta dal sacco nel ravvolgerlo, affinché i camerati vedessero nello svegliarsi che non avevano a che fare con un coscritto — da ultimo infissi un vecchio cucchiaio di legno, rinvenuto sulla banchina della finestra, entro un buco del muro a sostegno del giubbetto e del cappello — e col fazzoletto seppi costruirmi un berrettino in punta. Intanto gli amici l'uno dopo l'altro si scossero — e nel vedermi installato colle debite forme mi diedero cordialmente il buon giorno. Ma mi accorsi che non potevano convincersi che io fossi uno de' suoi — forse a causa dei panni che mi coprivano — forse anche perché i modi e i lineamenti del mio volto non corrispondevano alle viste loro — e qui bisogna rimarcare che i vecchi carcerati hanno un tatto finissimo nel giudicare dalle fisonomie.

Alle sei si ebbe la prima visita, la quale di giorno e di notte si rinnova di tre in tre ore — si opera sempre in presenza del capo o del sotto capo, da due guardie che con ogni diligenza tastano il polso ai ferri delle finestre, ed esaminano se le porte e gli sportelli sono affetti del male dei tarli. In pari tempo due uomini di pena portano via le immondizie, ed il vaso degli escrementi che riportano vuoto e netto — poi una delle guardie nota gli oggetti permessi che il detenuto ordina specialmente per uso boccolico, se ha fondi in deposito.

Dopo la visita si distribuisce il pane che è di 750 grammi, diviso in due pagnotte — l'una si dà nel mattino, l'altra nel dopo pranzo, onde non siano divorate ad un tratto. La metà della prima serve di colazione, e dispare fra le fauci del carcerato senza che uno se ne accorga — l'altra metà è fatta a pezzi, ed immersa verso mezzo giorno nella minestra, che per la sua pessima qualità ha il nome di sbobla. La seconda serve di cena, e se il carcerato possiede qualche soldo per comprarsi un poco di companatico o di vino, la smaltisce alquanto bene, se no gli tocca di far tanto d'occhi per ingoiarla.