Dieci anni addietro tenevasi conto della differenza che passa tra il reo provato e il semplice accusato, cioè tra il detenuto di larga e quello di segreta, al quale compartivasi carne, minestra nel brodo, vino ed altro, perché il carcerato prima della definizione della causa a cui era sottomesso si considerava senza colpa. Ora il trattamento è eguale per tutti, e s'infliggono le pene della colpa avanti che si verifichi — ecco un progresso dovuto al costituzionalismo, non ancora rimarcato.
Dai brevi colloqui avuti coi camerati, desunsi che erano braccianti di campagna, capi di famiglia, e sottoposti a processo per gravi accuse di reati comuni. Per evitare che sfogassero la smania, propria dei carcerati, di esporre i fatti che li riguardavano, li tenni a bada con interrogazioni sulla condotta dei custodi, sugli usi del luogo, e sui lavori che eseguivano con perlette di vetro, mostrando ansietà di occuparmene io pure — poi rinvenuti vari pezzi di carta a stampa, che avevano servito d'inviluppo, mi posi a leggerli ed a rileggerli sin che si recò la sbobla, la quale valse a distrarci alquanto — poi giunse il mio pranzo che in gran parte si divisero — e poco dopo fui trasferito nel numero 20. Ma non li lasciai all'asciutto, cioè senza pagar loro da bere, tributo sanzionato dalle costumanze carcerarie, da cui niuno può esimersi dall'osservare.
La mia partenza gli afflisse oltremodo, perché riputandomi provveduto di ampi mezzi speravano che io fossi loro di conforto. In carcere regna sempre un perfetto comunismo.
La nuova camera era un paradiso in confronto della prima — grande, ariosa, e quel che piú importa, occupata da persone piú omogenee, fra le quali trovai alcuno di mia conoscenza — perciò lo spirito, sbarazzatosi dalla tortura morale che nasce dal contatto di gente d'indole e di abitudini diverse, provò un allievamento sensibile, che influí anche sullo stomaco in modo da suscitarmi un buon appetito, che estinsi mangiando soavemente a cena coi camerati — poi fumato uno zigaretto mi stesi sul letto, e dormii sino a che mi vennero a dire verso le cinque del mattino:
— Si alzi — a momenti si parte.
— Per dove?
Niuno rispose.
Disceso nella camera d'ufficio del capo mi vidi in presenza di cinque individui, quasi tutti a me ignoti, sebbene fossero di Ravenna — e dovei chiedere ad ognuno nome e professione per sapere con chi mi accumunava.
Ad uno di loro, un certo Casadio, dissi:
— Scusate — mi pare di avervi ravvisato piú volte fra i becchini.