— Non s'inganna punto — io sono addetto dappoi vari anni al loro consorzio.
— Fortuna, ripresi ridendo, che non siamo superstiziosi, altrimenti la vostra compagnia ci sarebbe di cattivo augurio.
Io aveva sperato di trarre dalla condizione degli arrestati un lume idoneo a mostrarmi il motivo del mio arresto — invece mi s'imbrogliarono maggiormente le idee, trovandomi con uomini estranei, con cui non ebbi mai alcuna relazione, ed alieni affatto, teoricamente parlando, alla politica.
Intanto che io m'intratteneva con essi, giunsero i carabinieri. Prima lor cura fu di ammanettarli a due a due ad uso dei pollastri che si conducono a vendere in piazza. Io aveva già ravvolto all'insú le maniche del mio abito, e teneva i polsi l'un presso l'altro per ricevere degnamente il caro arnese, le manette, con cui aveva già contratto una piena confidenza. Ma fui lasciato sciolto, beneficio che avrei volentieri respinto, se avessi creduto che i condottieri della corrispondenza fossero stati in facoltà d'innovare gli ordini avuti.
Dalla piazza si andò a piedi alla stazione della ferrovia — io me ne stava alla coda del drappello come una cornacchia spennacchiata — in ogni angolo delle strade s'incontravano carabinieri e poliziotti — saggia precauzione. Appena arrivati al posto ci fecero salire sopra una vettura a celle. Nell'estate queste celle sono molto angosciose, perché hanno uno stretto pertugio, insufficiente a dar adito al volume d'aria, di cui si ha d'uopo per mitigare la intensità del caldo, che in esse si concentra — e due dei carcerati, Balella e Casadio, dopo breve tragitto, caddero in deliquio tale che occorse di farli venire, per oltre un quarto d'ora, sul davanti della vettura, ove si riebbero. A me si accordò il vantaggio di occupare la prima cella, di cui si tenne lo sportello aperto.
A Castel Bolognese fummo acquartierati, in attesa dell'arrivo del convoglio, nel passaggio della sala della stazione — e guardati a vista dai carabinieri, rinforzati da quelli del paese. Si accorreva da ogni parte per vederci. Mi parve che io attirassi piú degli altri gli sguardi dei curiosi — ed intesi queste parole:
— Povero vecchio! e quando cesseranno di tormentarlo?
Poco dopo si fece innanzi A. F. nostro, concittadino, e col permesso de' nostri Angeli Custodi ci favorí una buona colazione al caffé col latte — ed a me porse qualche denaro.
Alla stazione di Bologna invano si attesero dei veicoli di trasporto, e fummo costretti di andare a piedi dapprima a San Giovanni in Monte — poscia a Sant'Ignazio, ove ci lasciarono. Abbattuto dal caldo ed affaticato dalle lunghe girate sofferte, non poteva piú reggermi in piedi, e mi vollero piú ore di riposo per rinfrancarmi. Ivi sapemmo che gli altri ravegnani, prima di noi arrestati, erano stati trattenuti nello stesso locale per congiungerli a noi, e fare una sola spedizione per Alessandria, la quale si effettuò in capo a due giorni, scorsi fra gente di galera e come essi trattati.
Prima di giungere al luogo assegnatoci, ci toccò passare altri due giorni in Parma, dentro prigioni peggiori dei porcili, fornite di sacchi non sporchi, ma anneriti dal sudiciume, pieni di pulci e di altri nauseanti insetti. — Non si creda però che un sí tristo procedere ci sconcertasse — anzi piú che s'imperversava nell'opprimerci e piú cresceva in noi l'allegria per l'effetto di quel buon umore che inspira una coscienza senza macchia.