Mi sovviene che nel trasportarci da Parma ad Alessandria, il brigadiere di condotta, uomo impetuoso nell'esercizio delle sue birresche funzioni, mi strinse in modo le manette che mi indusse a dirgli:
— Le allenti un poco se è possibile — vede bene che io sono vecchio....
Egli mi guardò sorridendo, e diede un giro all'ingiú alla vite.
— Bravo, esclamai come se fossi stato esaudito — cosí va bene.
Quegli che era con me ammanettato, un certo Antonio Castellini, giovane di nobili sensi, si fece rosso in volto per la rabbia; e non so quali contumelie gli avrebbe vomitato contro, se non gli avessi fatto un segno imperativo d'imitarmi.
Io aveva soggiaciuto a vari arresti in tempi calamitosi, quando l'assolutismo vigeva imperioso. Il titolo politico da cui nascevano, soleva eccitare alle sevizie coloro che gli eseguivano, perché piú angariavano e deprimevano chi il Governo avversava piú si rendevano degni di onori e di premi. Eppure mai mi avvenne un atto sí crudele — mai vidi derisa la voce della umanità con tanto spregio.
Un'altra prova di durezza d'animo ci offerse nel tragitto da Alessandria a Bormida il brigadiere a cui fummo consegnati — ed ecco come.
Alla stazione di Alessandria si fecero venire pel nostro trasporto nel Forte di Bormida due vetture a celle; ma le celle non corrispondevano al numero dei carcerati.
— Che importa? disse il brigadiere — che una cella serva per due, ed anche per tre se occorre.
E con spinte e con urti senza levarci le manette ci chiuse dentro a chiave.