Qual supplizio fosse quello di stare rannicchiati in quei buchi senza uno spiro d'aria, con un caldo insopportabile, non vi sono parole adeguate ad esprimerlo. Il buon Castellini mi cedé il suo sedile — e dovendo restare in piedi abbassava quanto poteva il braccio aggravato col mio dalle manette, affinché non mi rodessero l'osso del polso. Ma ogni sforzo di sollievo tornava vano, e bisognava tribolare per ogni verso.
— È un prodigio, diceva io, se non restiamo qui oggi soffocati — ho provato spesso i tormenti che l'assolutismo sa tanto bene infliggere — mai ne ho provato uno eguale.
Poco dopo s'intese a gridare:
— Brigadiere! fate fermare la vettura — uno de' nostri è caduto in grave svenimento — non dà piú segno di vita — aiuto per carità.
Sapete qual fu la risposta del brigadiere?
— Che crepino quanti sono — una ciurma di malfattori di meno.
Era l'amico Antonio Acquacalda che sensibile piú degli altri alla impressione del caldo, ed alla mancanza d'aria, aveva perduto i sensi. Ma la fortuna volle che si arrivasse presto a Bormida. — Quando egli discese gli parve che si fosse in lui rinnovato il miracolo di Lazzaro.
Quasi nel mezzo del Forte di Bormida s'innalza un edificio a due piani con due piccole ali ai fianchi — ogni piano conta undici cameroni — nello spazio di uno di essi havvi l'ingresso — ogni camerone può contenere sedici letti — ognuno riceve la luce da un'ampia finestra guarnita di doppia inferriata, libera al di fuori dei soliti tamburi, e riparata nell'interno da' cristalli — i pavimenti sono a terrazzo, e la soffitta a volta — lungo la pareti esistono tavole infisse al muro che servono per deporvi panni, vasi ed altro — nell'estate sono altrettanti covaccioli di cimici — sino al nostro arrivo furono occupati da militari. Le camere delle due ali del fabbricato sono anguste, assegnate ai custodi ed agl'impiegati dello stabilimento. I cameroni si trovano di facciata l'uno all'altro, separati da un corridoio di passaggio, e difesi sul davanti da un cancello di legno, costruito di grossi travicelli, proprio alla forma delle gabbie degli animali feroci, colla sola differenza che in queste le sbarre sono di ferro — cosicché il carcerato resta sempre in vista di chi transita pel corridoio, e di chi vi stanzia, cioè delle sentinelle e delle guardie del carcere, le quali solevano tenerci gli occhi addosso di continuo per vedere se dal mover delle labbra potevano arguire il senso de' nostri discorsi, e se dai gesti, dagli sguardi e da ogni altro movimento riusciva loro di ricavare qualche cosa che giovasse al Fisco — ed è ciò che costituisce una vera tortura morale, e vi accerto che è dolorosa. L'interno del luogo è vegliato da un capo e da alcune guardie subalterne — quella di servizio non abbandona mai il corridoio. — La custodia dell'esterno è affidata a mezza compagnia di linea, comandata da un ufficiale.
Alla tortura morale aggiungevasi la materiale, ed ecco in che modo. — L'unica ora di conforto in prigione è quella che si passa dormendo — ebbene le sentinelle e le guardie si prendevano il gusto di destarci quando ci vedevano immersi nel sonno, ponendosi a chiacchierare ad alta voce tra loro, o passeggiando con rumore su e giú pel corridoio, o battendo in terra il calcio del fucile, o scuotendo le chiavi, o aprendo e chiudendo con fracasso le porte. — Un altro rompitesta ci veniva anche dall'esterno per le spaventevoli grida «all'erta» che le sentinelle ripetevansi a vicenda — e perché ci colpissero bene le orecchie si avvicinavano piú che potevano alle finestre, quand'era l'ora di mandarle fuori.
Il vitto consisteva in una minestra e in due pagnotte; ossia era eguale a quello che si somministra ai galeotti — . Le pagnotte erano sempre fresche e buone; ma la minestra, se non salvavasi dalla broda in cui giacevasi annegata e se non condivasi con un poco di burro e formaggio, non potevasi ingoiare. Il valore del denaro poi a Bormida pel carcerato era sempre in ribasso come i fondi italiani alla Borsa di Parigi — una lira spendevasi tutto al piú pel terzo del suo costo — né valsero reclami, litigi, ed istanze per mettere in dovere lo spenditore o cantiniere, la di cui avidità non aveva limiti.