Il Forte di Bormida, lontano tre chilometri da Alessandria, isolato, doveva essere provveduto di un medico permanente e di una farmacia, specialmente quando nell'agosto vi si trasferirono i ravegnani detenuti in Pinarolo, i quali allora ascesero sino al numero di quaranta. Era un provvedimento suggerito dal piú semplice senso di umanità, a fine di essere in grado di porgere pronti soccorsi a chi fosse caduto in qualche sconcerto fisico: lo che facilmente succede nelle comunanze ove trovasi gente diversa per età, per temperamento e per abitudini. Ma invece la visita del medico ottenevasi per lo meno 24 ore dopo l'ordinazione, ed un eguale spazio di tempo scorreva prima di avere i medicinali — ed in quarant'otto ore anche una lieve costipazione poteva divenire una infiammazione di petto, valevole a gettare uno nel numero dei piú.
Avventurosamente a pochi e leggieri sconcerti soggiacemmo — uno solo di entità afflisse Ugo Leonardi, affetto di malattia al cuore — egli cadde in uno stato veramente compassionevole, e deperiva a colpo d'occhio. Sovente passava la notte alzato, seduto sopra un'asse della lettiera, non potendo, per l'affanno che lo opprimeva, tenersi sul duro sacco, che ci provvedevano per dormire. Egli sentiva estremo bisogno di respirare un poco d'aria fresca — ma chi osava aprire la finestra di notte, ben sapendo che le sentinelle di fuori e di dentro avevano ordine di farci fuoco addosso, anche di giorno, se ad essa avvicinati di troppo non si fosse obbedito alla prima intimazione di allontanarsene?
Infine il Leonardi, anche da noi eccitato, dovè risolversi a consultare il medico del Forte sulla malattia che lo vessava, colla intenzione, constatata che fosse da regolare documento, di chiedere alle Autorità competenti una traslocazione nelle carceri del proprio paese, ove favorito dall'aria nativa poteva conseguire sensibili miglioramenti. Il medico si prestò all'invito, ma con aria imperiosa, disdicevole alla filantropica professione che esercitava — e ciò fu un tristo preludio alle mire dell'ammalato. Difatti egli non volle in niun conto ammettere il male espostogli, malgrado che gli si facesse conoscere di essere stato appieno verificato dai medici primari di Ravenna — anzi siffatte asserzioni lo inacerbirono, ritenendo forse che si affacciassero a solo fine di accusarlo d'imperizia — e per indurlo ad una seconda visita piú accurata della prima, si ebbe bisogno di ricorrere alla regia Procura di Alessandria. Né si arrese per vecchio vizio di caparbietà di certo prodotto da presunzione, onde il Leonardi per giustificarsi, e per riuscire nell'intento di una traslocazione, fecesi trasmettere da Ravenna i certificati, in forma autentica, dei professori Sancasciani e Montanari, comprovanti il morbo nel senso manifestato. Ma la regia Procura dichiarò che era in obbligo di rigettarli, perché riconosceva per valide solamente le attestazioni del medico curante del luogo — cosí erasi tra l'incudine ed il martello.
Intanto a forza di esami e contro esami giudiziali, di ricerche e d'investigazioni il Fisco dovè convincersi che i carcerati di Bormida non avevano neppur l'ombra di reato comune. Ma si accorse però che erano infetti di radicalismo o di democrazia pura, e fu chi pose in opera ogni sforzo per levar loro da dosso sí trista infezione — fra i mezzi adottati all'uopo è da notarsi l'invio a Bormida di alcuni grassi beccafichi del Signore, che distribuirono ai detenuti libriccini di preghiere, ed ispiraron loro con edificanti parole le massime che sono da professarsi per non incorrere mai in disgrazie.
Qual fosse l'esito della loro missione ognuno lo può da sé prevedere senza bisogno di addurlo: ed intanto che altro concertavasi per convertirci, si dispose di ricondurci nelle carceri de' nostri paesi per indi riavere quella libertà che niuno doveva toglierci, se si fossero rispettati i retti dettami della Giustizia.
Ma prima di chiudere il racconto convien parlare degli esami a cui soggiacqui, iniziati non già nel termine di 24 ore come la legge prescrive, bensí quasi dopo un mese di carcere.
Dalle prime interrogazioni direttemi dal Giudice Istruttore compresi che il mio arresto, e quello de' miei colleghi, fu promosso dall'omicidio del Procurator regio Avv. Cappa. Mi accorsi egualmente che volevasi attribuire al fatto un colore meramente politico — e allora dissi fra me:
— Non è da stupire se l'Unione democratica è presa di mira in sí trista faccenda.
E conobbi benissimo che si agiva dietro l'impulso di persone influenti del paese, le quali avevano già tessute con nere fila la biografia dei cittadini che la compongono — quindi consideravasi come un nido di sediziosi e come un continuo fomite di disturbi — e posso dire che chiari mi apparirono gli artifizi usati a danno della medesima.
In causa pertanto dei rapporti di chi tanto la avversava, il Giudice insisteva a dirmi: