«Consta al Fisco, intuonò il giudice, che voi siete l'autore di un libello intitolato Dialogo tra S. Apollinare e S. Vitale principali protettori di Ravenna infamante l'E.mo Card. Rivarola e la Commissione Speciale politica; e che concertaste i mezzi con il signor Eleonoro Soragni, per far pervenire da Modena alla Commissione il detto libello. Le prove si desumono da una perizia di calligrafi rilevata col confronto di altri vostri scritti; dalla copia che venne strappata dalle colonne della piazza la notte precedente li 5 ottobre 1826, avendo essi asserito che ravvisavasi conformità di carattere, sebbene fosse molto stiracchiato ed adulterato; da una deposizione di un soggetto, noto alla Giustizia, che testificava riconoscere appieno in detta copia il vostro carattere.»
Rapporto alla seconda parte dell'accusa il Fisco adduceva: «Che Eleonoro Soragni all'epoca delli 5 ottobre detto anno non era in Ravenna, come rilevavasi dagli atti della Polizia, che gli rilasciò già qualche giorno prima il passaporto; che un soggetto, noto alla Giustizia, per fatto proprio depose avergli io consegnato una lettera per Soragni con entro la satira in discorso scritta di tutto mio pugno e carattere.»
Agli insussistenti punti, cui appoggiavasi il Fisco per sostenere la falsissima accusa della ricordata satira, innumerevoli discolpe potevansi addurre; io però mi limitai ad esporre soltanto quelle ragioni ch'erano piú che mai sufficienti ad abbatterla interamente ed a discoprire l'innocenza mia. Ma quando mai, dissi io allora, la calligrafia ha potuto desumere positivi rilievi da un carattere adulterato, stiracchiato, se appunto le adulterazioni e le stiracchiature svisano quasi i segni dell'originalità? Se calligrafi di buona coscienza stentano ben di sovente a profferir giudizi sopra confronti di un carattere non disuguale, non adulterato, ma semplicemente di diversa data, qual risultato potrà dare una tale perizia? Se un enorme abbaglio di ottica produsse tanta temerità, al lume della verità deve però svanire. Come poi è mai probabile che io volessi espormi ad una certa rovina, copiando scritti satirici? Non mi sarei io prevalso in ogni caso di mano incognita, piuttosto che avventurarmi a stiracchiature, su cui non poteva mai affidarmi per essere, atteso l'impiego che copriva, universalmente il mio carattere cognito? E che diremo di colui che pretende mia la copia in questione? Nient'altro se non che additi le prove su cui fonda la sua deposizione. Dirà egli, la copia. E che vale? Non potrebbe forse essere opera delle sue proprie mani? Ciò almeno sembra piú probabile, che l'imputazione datami. L'interesse, che può essere l'unico movente di costui, non l'invidia, perché non ho mai avuto di che attrarre gli altrui desideri, non la vendetta perché non fui mai di danno ad alcuno, tutto azzarda quando rinviene premi, guarentigie ed asili, e molto piú quando può coprire i suoi raggiri col manto stesso della Giustizia. E difatti è egli piú probabile (e le probabilità in mancanza di prove decise sono di molta rilevanza) che l'accusatore per dar un qualche peso alla sua assertiva calunniosa abbia tentato d'imitare possibilmente in quella copia il mio carattere o che io stesso l'abbia redatta stiracchiandolo? Io qui mi riporto ai riflessi di sopra accennati, che non senza ragionevolezza sottopongo al giudizio del Fisco; reclamando, onde avere maggiori appoggi di rendere rimarchevoli le mie considerazioni, che mi siano rese ostensibili e la perizia e la copia in discorso, né la Giustizia, che il trionfo dell'innocenza e la depressione della calunnia ricerca, può render vana questa mia istanza.
Passando all'altra parte della contestazione riguardante i mezzi imputatimi d'aver avuto con Eleonoro Soragni per far pervenire da Modena alla Commissione la satira in discorso, aggiunsi:
Può essere che il Soragni all'epoca dei 5 ottobre 1826 avesse ottenuto, come mi si contesta, dalla Polizia il passaporto, giacché mi ricordo che aveva in animo di portarsi a Bologna per vedere lo spettacolo teatrale; ma il fatto si è che partí ai primi di novembre soltanto, dopo la cena di turno dell'Accademia del Magnismo, a cui il Soragni era addetto, la quale venne protratta alla fine di ottobre; e l'assenza del ricordato Soragni all'epoca dei 5 ottobre è insussistente, perché posso all'occorrenza documentare che questo intermedio di tempo rimase in Ravenna; fatto questo che rende vano senza altre discussioni il primo articolo di questa imputazione.
Prima che divenghi probabile la consegna della lettera e della satira scritta, come mi si contesta, di tutto mio pugno e diretta al Soragni, che il Fisco m'appone d'aver io effettuato al soggetto noto alla Giustizia, bisogna premettere una prova di assoluta pazzia; che il mezzo imputato non può eseguirsi da un uomo a sé coerente. Chi mai sarebbesi posto al cimento di tanta eventualità, che anche indipendentemente dalle cautele del mezzo potevano intervenire?
Ma perché almeno non si è ricorso alle stiracchiature che sarebbero state piú supponibili, perché non esposte che alla confidenza di due soggetti, da cui in caso di perquisizioni personali trovar piú facilmente titolo di discolpe a mio e a loro garantimento? Chi mai sarebbesi posto al cimento di tanta eventualità, che anche indipendentemente dalle cautele del messo potevano intervenire?
Ma in ogni caso, né qui sono supponibili sviste ed errori, la lettera e la satira sarebbero state opera d'incognita mano, onde prevenire possibilmente sinistri risultati e dar titolo di discolpe al messo nell'ipotesi di una perquisizione personale. E poi, stando anche nei termini dell'imputazione, e qual bisogno v'era d'un terzo per spedire al Soragni la satira, quando che avrebbe potuto portarla seco? Infine; che il Fisco mi provi l'intrinsichezza, tanto necessaria a imprese di tal sorte, che avrebbe pur dovuto regnare tra me e l'anonimo. Ma ben chiara da sé stessa apparisce la calunnia, che tra vaneggiamenti i piú ridicoli non ha di che sostenersi.
Or vengo a specificare le deduzioni da cui si pretese trar motivo di convalidare l'emessa accusa.
Mi venne imputata la qualità di settario, addetto alla Società denominata della Speranza, rilevata in forza, come mi fu riferito, di molte deposizioni di altri settari e di un reo confesso in capo proprio, e lo spirito di odio e di livore nutrito da ogni settario contro il Governo e i suoi Ministri m'aveva incitato a formare il su ricordato libello.