Cosí risposi a questa imputazione: Io non appartengo né ho mai appartenuto a sètte, e quindi non so che significhi Società della Speranza. Sianvi pure deposizioni quante si vogliono che per settario mi accennino, ma posso giustamente escla[mare][19] conscientia mihi testis; [perché] se vera fosse la qualità [che mi si] imputa, i deponenti [non si] sarebbero limitati ad un se[mplice] detto, ma avrebbero conva[lidato] le loro testimonianze con [qualche] prova. Per quanto posso [sapere] di sètta, mi sembra, che [non sianvi] armi, libri, né documen[ti di mia ap]partenenza. E perché su [questi] punti non vengo io atta[ccato?] Perché l'accusa, è come [tutte] le altre falsa, e falsissim[....] giustizia del tutto inco[...] ché l'emettere sempliceme[nte una] deposizione senza [prove] se dal numero non prende forza equivale al non esporla [. Io non] so se esistono settari e [se ve] ne siano, come si contesta, [degli im]puniti, ma in questo caso n[on credo] della loro politica il comp[rendere] nel novero settario soggetti [estranei] onde ai compagni toglier[e qualche] particolare sospetto, e dare [....] i risultati di loro imput[azioni] provenienti da cause totalmente diverse. Questa massima fino dalle prime misure politiche sembra risultar vera ed adottata, che molti soggiacquero a pene per inquisizioni politiche senza esser settari come in appresso il fatto ha comprovato la pubblica opinione, che li favoriva. Dunque non nude, apparenti testimonianze, ma sode prove necessitano prima di por in calcolo un'accusa, onde la Giustizia non cada nella massima delle iniquità, che è l'oppressione dell'innocenza.

La seconda deduzione si voleva desumere dalle satire, che mi furono imputate nel mio quinto esame a carico delle Missioni e dell'abate Cottignola.

Feci conoscere che una deduzione in buona logica affinché sia valida occorre che si diparta da un principio vero ed indubitato. Dunque siccome che rimaneva ancora da provarsi se quelle satire fossero opera mia, la deduzione non era di alcun valore e come se apposta non fosse. La attestazione che io richiesi di Angelo Mercuriali in riguardo al mio quinto esame, mi venne qui espressa ne' seguenti precisi termini: «Depone egli che voi gli avete date piú volte satire, ed anche da copiare».

Ma di quali satire, io dissi, intende egli parlare? Non d'altre certamente che di qualcheduna pervenutami a caso nelle mani, al tempo delle lanterne, che moltissime ne circolavano, e che egli stesso può avermi chiesto da copiare, e la sua deposizione a nulla ammonta perché non adduce prove di autografia. Onde però togliere alla Giustizia ogni qualunque sospetto, dimando che in mia presenza venghi a chiarir meglio la sua deposizione.

Il terzo riflesso ricavavasi da insussistenti per non dir ridicole testimonianze, «di settari, che asserivano d'aver io quasi per istinto il vizio di rimbrottare e satirizzare altrui, ciò che mi distingueva al pubblico».

Questo articolo, dissi io allora, pochi comenti richiede. È vero, verissimo, che mi piace in compagnia di dar qualche volta la baia agli amici, che prendendone piacere non mi hanno mai privato della loro accoglienza; segno evidente che le mie burle non erano offensive, né denigranti l'altrui carattere. Che se in me fosse lo spirito di satirizzare, come mi si imputa, un qualche tristo imbarazzo sarebbemi pure intervenuto, che d'indizio or servirebbe al Fisco.

La quarta desunzione riferivasi alla mia cattiva condotta, che volevasi vilipendere con le calunnie dei due attentati già ne' precedenti esami discussi.

Da ciò io subito rilevai che la Giustizia si era, come conveniva, persuasa della falsità di tali accuse, perché diversamente non come deduzioni, ma come capi principali di delitto mi sarebbero state apposte; in verun modo però potevansi sostenere, perché la falsità non ha mai titolo a cui si possa riferire. E però esclamai che non l'infamità di vili calunniatori, ma la pubblica voce, i documenti di tutti i dicasteri sí civili che spirituali dimostravano la mia condotta, non mai alterata per cattive azioni. E qui null'altro fuvvi da aggiungere.

Per ultima deduzione venni rimproverato di bugie sostenute nella perseveranza di negar tutto ciò che il Fisco mi aveva affacciato.

Risposi francamente che io ritenevo queste espressioni di formalità alla definizione di straordinari processi; che se a colui, che in ogni costituto reclama l'intervento personale de' suoi accusatori, gli viene conferito il nome di bugiardo, io non saprei qual titolo meriti l'uomo sincero; che sí mi arreca stupore come non si distinguesse la pura negativa dall'opposizione di fatto; che se il Fisco sapesse produrmi tante prove a suo sostegno quante ne ho emesse al mio, non tarderei a dichiararmi reo convinto.