GAETANO RAMBELLI,
ABRAMO ISACCO FORTI, detto MARCHINO.
Fu condannato poi alla Galera per anni sette
BENIAMINO FORTI detto CARLINO per l'espressa complicità nel surriferito omicidio con qualità di mandato:
Ed alla Detenzione per anni cinque
ANGELO BRANZANTI, di Ravenna, orefice, maggiore di età, riconosciuto indiziato di qualche dolosa prescienza nel sopraddetto Omicidio del direttore Matteucci.
Si ordinò finalmente, che MARIANO ZAULI, altrimenti detto GANGA, fabbro e DOMENICO MONTALETTI, fornaio, ambedue di Ravenna, il primo preteso complice in uno degli appostamenti fatti al lodato E.MO, ed il secondo preteso complice nell'accennata fabbricazione del pane, fossero dimessi dal carcere coll'ingiunzione dei precetti contro di loro decretati.
Dato dalla Cancelleria della Commissione speciale questo dí 9 di Maggio 1828.
Natale Lorenzini, Cancelliere.
Faenza, dalla tipografia Montanari e Marabini.
Il capo custode Mariani (ricordato anche nel cap. XXVII) era prima addetto alle carceri di Forlí e ne fu tolto per la sentenza del Rivarola: fu padre di Angelo, celebre musico vissuto dal 1824 al 1875 (cfr. Regli, op. cit., p. 307). — Monsignor Andrea Gianolli non era vicario (vicario generale arcivescovile dal 1827 in poi fu monsignor Giulio Buoninsegni di Borgo S. Sepolcro), ma uditore di S. E. R.ma l'arcivescovo Chiarissimo Falconieri (nato a Roma nel 1794, fatto arcivescovo di Ravenna il 3 luglio 1826, cardinale il 12 febbraio 1838, morto nel 1859): con tale ufficio il Gianolli appare negli anni 1827-30, e secondo il Frignani (op. cit., LVII) era un «prete della diocesi di Cesena». — Il caso dello Spada è narrato anche, con piú abbondanza di parole, dal Frignani (op. cit. LVII, LVIII), che lo designa col nome di Spadini, «mugnaio, famoso brigante sino dai tempi della Repubblica cisalpina.» È singolare che non si sia trovato il nome di questo Spada (tale era veramente il suo casato) nei registri parrochiali dei defunti; ma, mi scrisse l'ottimo F. Miserocchi, sta il fatto «che costui era un brigantone di tre cotte; che faceva il magazziniere di professione, e che all'atto dell'esecuzione dei cinque impiccati si dilettava di beffeggiare i pazienti contandoli ad uno ad uno con aria di soddisfazione di mano in mano, che salivano il patibolo, come mi narrano alcuni testimoni oculari ancora viventi; tanto che col suo schifoso contegno era giunto quasi a provocare una sorda ma rumoreggiante reazione da parte degli spettatori, ma il caso provvide alla vendetta...»