[XXI.] Sino dall'11 settembre 1826 pubblicando in Ravenna il suo primo proclama la Commissione presieduta dall'Invernizzi invitava i cittadini alla denunzia dei reati politici; e da un'altra notificazione in data di Faenza 16 aprile 1827 appare che l'istituto della Spontanea era stato introdotto con l'editto pontificio del 6 luglio 1826 con termine utile fino al 15 marzo 1827, prorogato poi al 10 giugno, sino al quale giorno avvertiva monsignor Invernizzi esser egli delegato da Sua Santità a ricevere «le spontanee abdicazioni e le denuncie da chiunque volesse a noi presentarsi». Degli atti e procedimenti di questa Commissione speciale poche notizie si hanno nella storia (cfr. Farini, op. cit., lib. I, cap. II); non sarà inutile però avvertire che fin da principio ad uno dei suoi membri, Giovanni Ruffini, trattenuto forse in Roma dall'ufficio di luogotenente criminale, fu sostituito Filippo Francesco Carli, giudice nel tribunale d'appello di Bologna, e al cancelliere primamente nominato succedette Natale Lorenzini. Le sentenze della Commissione, di cui ho potuto avere notizia (oltre le due riferite nelle note ai capp. XX e XXV), sono le seguenti:

1827, 7 giugno: come rei di appartenere alla Società Carbonica e di aver promosse o frequentate adunanze anche dopo l'editto 6 luglio 1826 furono condannati i seguenti pesaresi: Vincenzo Pennacchini domestico, alla galera in perpetuo; Giovanni Spinaci calzolaio e Raffaele Pascucci vetraio a 25 anni, Romualdo Carandini domestico e Terenzio Ghirlanda sartore a 5 anni di opera pubblica, Nicola Conti minore di età, muratore, a sei mesi di prigionia. — Detto giorno: altra sentenza della Commissione contenente notizie particolareggiate delle società segrete di Gubbio, cioè della Vendita dei figli di Bruto istituita nel maggio 1824, della società dei Figli della speranza e Fratelli del dovere istituita nell'anno 1825 e di quella dei Buoni amici promossa nel febbraio 1826 contro la società antiliberale dei Compari. — 1827, 5 luglio: Pasquale Santi pescivendolo, di Cesena, fu condannato a 10 anni di galera perché l'8 febbraio 1821 in casa Salberini durante una festa di ballo ferí mortalmente Mariano Pierini «e da una deposizione testimoniale appare che dalla Sètta Carbonica fosse designata la di lui uccisione»: il Pierini era «un esploratore della polizia» e il Santi era «sorvegliato all'epoca del delitto dall'officio della polizia locale per la sua aderenza coi facinorosi»; perciò il Santi fuggí all'estero, dando cosí indizio di colpa, e la voce pubblica lo designò subito come autore del misfatto. — 1827, 1 agosto: sono condannati Giacomo Leoni di Meldola, domiciliato in Forlimpopoli, tintore e oste, di anni 50 a dieci anni di galera, Paolo Bendandi detto Grametto mercante di bestiame, di Forlimpopoli, a sette anni di galera, Luigi Pasolini canepino, di Forlimpopoli, di anni 17, a un anno di casa di correzione, e Michele Bendandi mercante di bestiame, di Forlimpopoli, a un anno d'opera pubblica, per essere appartenuti alla società dei Fratelli del dovere «ch'è la società media fra la Carbonica e quella della Speranza» (sentenza importante per conoscere le vicende delle sezioni di società segrete in Forlimpopoli). — Detto giorno: Antonio Ballardini, di Faenza, calzolaio, condannato alla prigionia per 6 mesi per ferimento semplice avvenuto la sera del 24 maggio 1827 in Faenza a danno di Bartolomeo Savini Casadio per il «sospetto in taluno ingeritosi pochi giorni prima al fatto che il Casadio servisse qualche autorità giudiziaria nella qualità di delatore.»

1828, 10 aprile: «Risultò dagli atti che lo zelo di Antonio Bellini ispettore di polizia in Faenza nel dare opera che gli individui addetti alle proscritte società segrete non turbassero la pubblica tranquillità, eccitasse contro di lui l'odio di alcuni ascritti alle medesime»; e perciò, dopo altri inutili tentativi, egli fu ucciso la sera del 2 luglio 1826 in Faenza da due colpi di pistola esplosi per opera di Vincenzo Galassi detto Cuccolotto pignattaro e Antonio Biffi detto Biffotto vetturino, entrambi faentini, diretti nella delittuosa operazione da Carlo Filiberti flebotomo in Faenza, con complicità di Niccola Benedetti di Gubbio, cameriere in Faenza, di Tommaso Antolini oste, di Faenza, e di Sante Spada di Cotignola; con questo che Galassi, Biffi e Filiberti fuggirono dal loro domicilio e dallo Stato pontificio. Per questi motivi sono condannati Vincenzo Galassi all'ultimo supplizio, Niccola Benedetti a 5 anni di galera, Tommaso Antolini a 3 di opera pubblica; si ordina l'arresto di Antonio Biffi, Carlo Filiberti e Sante Spada, e si dimette dal carcere col precetto di rappresentarsi Luigi Masotti, sartore, di Faenza, e guardia provinciale arrestato per pretesa complicità. — 1828, 6 giugno: Biagio Fedeli di S. Alberto, carabiniere addetto alle carceri politiche di San Vitale, perché «guadagnato da taluno dei detenuti, vilmente si determinò a tradire il suo officio, portando e riportando sí al di dentro che al di fuori di dette carceri, ambascerie e viglietti», fu espulso dal corpo e condannato a cinque anni di galera, piú ad altri cinque di opera pubblica come detentore di uno stile proibito. — 1828, 23 luglio: fu condannato a tre anni di opera pubblica Luigi Venturelli di Imola, «degente in Faenza», il quale «imaginò che sarebbe stato di molto suo profitto, se avesse indotto la Commissione speciale nella credulità «che dalle società segrete si macchinava una rivoluzione dai confini del Ferrarese a quelli della delegazione di Pesaro, sotto la denominazione di Vespri Siciliani»: inventò e denunziò perciò uomini, luoghi, contrassegni; poi, arrestato, confessò il delitto «accusandone per impulso i debiti contratti ed il desiderio di procurarsi qualche straordinario guadagno per estinguerli». — 1828, 4 settembre: Michele Ronci di Morciano, sartore, «addetto a società secrete», fu condannato a dieci anni di galera per aver tentato, prima in Fano, poi in Rimini il 10 maggio 1824 di avvelenare Andrea Medri di Cesena «per odi privati». — Detto giorno: Giosafat Geminiani, guardiano, nativo di Fusignano, domiciliato in Ravenna, «sospetto non leggiermente d'appartenere «ad alcuna delle società segrete», fu condannato a 10 anni di galera, perché la sera del 19 marzo 1826 mentre in Ravenna «corrissava con alcuni giovani addetti a società segrete il calzolaio Gaetano Gugnani, detto Vobis, malveduto dai settari per la sua contrarietà alle loro massime», esso Geminiani si mise in mezzo e ferí il Gugnani, che della ferita morí pochi giorni di poi. — Detto giorno: Giacomo Battuzzi, possidente, di Ravenna, fu condannato a dieci anni di galera (senza pregiudizio degli altri 15 di detenzione inflittigli per sentenza del card. Rivarola del 31 agosto 1825) perché la notte del 19 marzo 1819 colpí d'arma da fuoco il direttore della polizia provinciale di Ravenna Giuseppe Lausdei, avendo complici i contumaci Vincenzo Battaglini e Tommaso Quatrini di Ravenna, che furono condannati l'uno a dieci, l'altro a cinque anni di galera. — 1828, 30 settembre (in Rimini): Niccola Martinini di Rimini, maestro di scuola privata elementare, fu condannato a 7 anni di galera perché mentre il Governo attendeva a scoprire gli autori dell'attentato contro il card. Rivarola «falsamente testificò in giudizio avergli confidato Giuseppe Previtali, che disse essere suo amico, che il legale Ottavio Bottoni coll'intelligenza del Previtali medesimo, di Luigi Serpieri, marchese Ercole Buonadrata, Domenico Piolanti, Francesco Serpieri, Achille Bocci, Giuseppe Ferranti, Giacomo Martinelli, e di Gio. Battista Grilli, era stato l'autore del vero attentato suddetto col mezzo di pistola, essendosi il Martinini approfittato della scienza, che il nominato Bottoni trovavasi in quell'epoca in Ravenna per un suo privato affare. Per siffatta testimonianza, avvalorata ancora da altri amminicoli, tanto esso Bottoni, quanto gli altri suddetti soggiacquero all'arresto e alla detenzione, fino a che non si conobbe giudizialmente la loro innocenza nel sopradetto sacrilego attentato.»

[XXIII.] Gaetano Bianchini fu ispettore di polizia in Ravenna sino al 1823, poi destituito perché compreso nei processi del Rivarola che lo assoggettò al precetto politico; arrestato per ordine dell'Invernizzi, si liberò colla spontanea: finí amministratore di casa Guiccioli. — Di Antonio Spada vedasi cap. LIV.

[XXV.] La condanna dell'Uccellini fu pronunciata dalla Commissione speciale il 23 luglio 1828: eccone il testo riprodotto di sulla stampa originale:

COMMISSIONE SPECIALE | PER LE QUATTRO LEGAZIONI | E PER LA DELEGAZIONE D'URBINO E PESARO | RESIDENTE NELLA CITTÀ DI FAENZA | Sessione delli 23. di luglio 1828. | TRANSUNTO | DELLA SENTENZA NELLA CAUSA RAVENNATE DI LIBELLO FAMOSO.

Prima che apparisse l'alba del giorno 5. d'Ottobre 1826., si trovò affisso in due luoghi della Città di Ravenna un lungo scritto in versi contenente un Dialogo fra li due Ss. Martiri Apollinare, e Vitale, principali protettori della nominata Città, ingiurioso al Governo, ed ai suoi Ministri. Restatone per qualche tempo occulto l'autore, giunse poi la COMMISSIONE SPECIALE a riconoscerlo nel giovane Primo Ucellini di Ravenna, d'età maggiore, impiegato nell'officio del Registro, e sospetto d'appartenere a Società Secrete. Non avendo presentato l'incarto quella sicurezza di prove, che richiedevasi per la pena ordinaria, la COMMISSIONE stessa, inteso il Difensore, ha condannato il suddetto Primo Ucellini alla pena straordinaria di anni tre d'Opera pubblica.

Dato dalla Cancelleria della Commissione Speciale questo dí 30. di Luglio 1828.

NATALE LORENZINI, CANCELLIERE.
Faenza dalla tipografia Montanari e Marabini.

Su monsignor Pietro Marini, qui accennato, si veda la nota al cap. LXXV. — Nella Rocca d'Imola, dove fu condotto a scontare la pena convertita in semplice detenzione, l'Uccellini trovò ed ebbe compagni alcuni dei condannati dal Rivarola: il conte Eduardo Fabbri di Cesena, notissimo scrittore di tragedie e insigne tra i liberali di Romagna, e l'avvocato Battista Franceschelli Carrozza di Castel Bolognese: del Gamberini, pur carcerato in Imola, non ho piú precise notizie. — Del tempo della prigionia imolese restano le seguenti lettere dell'Uccellini a Giulio Fanti: 1. Lo esorta a credere nella sua amicizia inalterabile e gli rende buona testimonianza di fedele amicizia: «...... Il tuo carattere sempre integro e leale abbia ora quel risalto, che gli si conviene, e col rendere ad altri ostensibile questa mia resti garantito l'onor tuo. Io non esito a dichiarare che era in tuo arbitrio l'accrescere il mio sagrificio, e tu n'avevi opportuni mezzi, ma l'interesse, funesta e principale sorgente di tutti i mali, non ha potuto tralignare nell'animo tuo, dotato di quelle prerogative, che ben distinguono il buono dal falso amico»; e seguita dicendo di aver ben conosciuto tutti i suoi avversari e di esser «la vittima dell'interesse e dell'infamia» (17 settembre 1828). — 2. «Dietro a quanto t'annunziai nell'ultima mia, è d'uopo che ti risponda per un titolo che non può fare a meno di non interessare ogni uomo, cui stia a cuore il bene del suo simile. Tu m'annunziasti che la patria trovasi in discordia per sospetti e diffidenze a segno che ne temi tristissime conseguenze. Ma come può esser questo? Non riflettesi che il malumore e la dissensione sono l'intera rovina dei popoli? Non sono forse state sufficienti le passate vessazioni per opprimerci, che noi stessi ne vorremo delle nuove e piú funeste suscitare? ah! no, miei cari ed amati cittadini. Sbandite gli odi, ritorni in voi la pace e l'amore. Contro coloro, che spronati dall'interesse osarono indegnissime azioni, provvederà la giustizia divina, che non mai lascia impuniti peccati snaturati. Non li vedete voi già in preda ai rimorsi di coscienza, illanguidir tutto giorno, e venir meno come cera al fuoco? I sentimenti di natura sono fortissimi sí che uomo alcuno invano tenta di superarli. Qual maggior persecuzione di questa? Ben suppongo che all'aspetto di tanti mali la vostra immaginazione sarà alterata ed il vostro cuore disacerbato. Ma ricorrete voi stessi alla ragione, adattatevi ai di lei giusti consigli e voi troverete nel vostro turbamento un pronto ed efficace rimedio. Non tutti meritano disprezzo. Fa d'uopo riflettere alle circostanze prima di decidere sull'altrui carattere, né può riputarsi indegno chi si è attenuto a' mezzi prudenti, e chi strascinato dalla forza ha saputo accudire agli atti che questa ha voluto disporre. Siate in questo punto ragionevoli. Assicuratevi pure che pochi sono stati veramente i perfidi, che si sono lasciati accecare dall'ambizione e dall'interesse. E nel frangente in cui attualmente siamo v'è però una regola sicura che serve a conoscere l'uomo, come l'oro la pietra di paragone. Chi non sa vincere le proprie passioni, emanciparsi dai vizi è sempre un soggetto pericoloso, cattivo, capace d'ogni nequizia. Questa verità, convalidata dagli esempi, vi sia sempre dinanzi agli occhi, e vi serva di guida nel stringer vincoli d'amicizia: ché dagli ignoranti e viziosi non può esser mai l'amicizia rispettata. Non sempre il male suol esser danneggevole. Se la trista catastrofe non ha guari successa vi sarà d'esperienza per l'avvenire, riflettendo sulle cause che l'hanno originata, ne risulterà un bene maggiore del passato. Non disperatevi adunque; ripacificatevi, o miei cari: tra voi piú non regni quella ingiuriosa diffidenza, che contrasta i bei principi del ben sociale. È forse il tempo questo di rivolger contro voi stessi l'ingiurie ed il disprezzo? L'ammalato si sostiene piú colla propria energia che coi rimedi dell'arte, e se viene che s'intorbidisca l'animo la perdita è quasi irreparabile. Gettate uno sguardo di compassione sulla misera Romagna, nostra comune madre, e spero che di subito vi si accenderà desiderio di soccorrerla, obbliando le private dispiacenze e facendo argine al danno, che sembra soprastarvi. Queste e non altre sono ora le prove di tenerezza filiale, che compartir possiamo verso ad una madre che non fida che nelle nostre affettuose sollecitudini. E che deggio di piú dirvi? La vostra saviezza e prudenza non permetteranno sicuramente che intervengano tristi effetti da una diffidenza, che deve essere ammorzata o almeno ridotta a quel semplice dubitare proprio d'ogni uomo probo ed assennato, e voi saprete ben ponderare le circostanze a seconda di quell'amore di cui dovete sempre essere inspirati a vantaggio comune. Deve pertanto il tuo zelo animarti presso gli amici a far sí che dimentichino gli odi e si risguardino invece come quell'amore che è il perno principale dell'umano consorzio. E chi non sa che dove manca la concordia ogni cosa è in pericolo ed in rovina? Questo sentimento deve esser proprio d'ogni cittadino, anche del piú neutrale, perché a tutti preme il bene della Società in cui si vive e con orrore da tutti si risguardino le guerre intestine. Però tu non farai che adempiere ad un sacro dovere civile, adoperandoti in modo e per quanto ti sia possibile che non intervengano dei danni fra i tuoi ed i miei concittadini, che io amo piú della mia vita. Se mi sono dilungato in questa materia, imputane la cagione alle premure che prendo al mio loco nativo; io di tutto farei per vederlo tranquillo, né potevo rimanermi in silenzio sopra un punto cosí importante: nessuno potrà darmene disprezzo, perché è di obbligo civile e naturale il procurare il bene del suo simile e specialmente dei propri concittadini. Ti assicuro che la trista notizia, che riguardo ad essi tu mi dasti, mi fece un'impressione terribile e bastò ad affliggere ed alterare l'animo mio, già da lungo tempo assuefatto alle disgrazie con esemplare imperturbabilità.» (19 settembre 1828). — 3. «Che bella temerità: ma sono in prigione; e tutto possono azzardare... Leggi quanto il Mercuriali ha ardito di scrivermi: ma le sue ciarle son vane: il fatto è quello che conta. Io credo che sia per impazzire; il costituto che mi ha apposto in garantimento è curioso, e tutto fantastico..... Pondera bene la nota del l'art. 1º; essa ti risguarda; e quella colpa per quanto vedo, che ha egli, vorrebbe a te addossarla. Puoi ben credere che io già non gli rispondo; e a te dirigo la lettera, onde ne facci quelle riflessioni di fatto e di circostanze, che io non posso conoscere, e me le affacci....» (senza data, ma della fine di maggio 1829). — 4. Lunga lettera a proposito di un dissidio tra il Fanti e la sorella dell'Uccellini «per causa di amore» (19 marzo 1830). — 5. «Ieri ebbi un assalto febbrile che mi tenne in camera......»; per divagarsi rilesse piú volte il canto XII della Gerusalemme liberata e dai casi di Clorinda trasse ispirazione a comporre un sonetto In morte di Orsola Montanari giovane pregevole per beltà e per onesti costumi, rapita ai viventi nel fior degli anni (12 maggio 1830). Ecco, per dare anche un saggio delle rime dell'Uccellini, il sonetto pietoso: