Di Gaspare Della Scala trovasi il nome sotto la protesta Gamba Ghiselli, cosí: Gaspare Della Scala, che giurò di viver libero e di osservare la Costituzione, domanda l'esterminio dei persecutori della medesima; e però nelle liste di proscrizione del 1799 era detto di lui: «Costui è stato uno dei piú scelerati e sanguinari di Ravenna; sempre meditava arresti di povere persone innocenti; ambiva di poter sottoscrivere sentenze di morte, essendo uffiziale ne' Granatieri: insomma perfido al maggior segno». Durante il Regno italico chiese il 23 ottobre 1808 l'ufficio di commissario di polizia di Ravenna, che tenne per piú anni, e riebbe nel '31 quando molti furono richiamati agli stessi uffici che avevano avuti sotto il governo napoleonico.
[XXVIII.] Ruggero Gamba Ghiselli, figlio del conte Paolo e di Marianna Cavalli, nacque in Ravenna nel 1770; di undici anni fu posto agli studi nel Collegio dei nobili, ma nell'85 si dovette levarlo «per riformarlo dall'indole troppo focosa», dicono i registri dell'istituto: fu allora mandato al Collegio di Parma, e vi si segnalò per ingegno facile e vivo. Alla venuta dei Francesi in Romagna nel febbraio 1797 si mostrò ardentissimo giacobino e fu fatto comandante della Guardia Nazionale di Ravenna; promotore indefesso di dimostrazioni democratiche e di feste repubblicane, recitò e pubblicò parecchie allocuzioni e discorsi pieni di fremiti e di frasi altosonanti (p. es. vedasi il suo tra i Discorsi pronunciati in Ravenna nel giorno della festa patriottica prescritta dalla legge 22 Pratile anno VI Repubbl. in occasione di solennizzare l'alleanza della Repubb. Cisalpina con la Gran Nazione, Ravenna 1798, p. 8-11): tra gli altri, notabile l'indirizzo di protesta al Corpo legislativo Cisalpino quando si sospettavano alterazioni nella Costituzione per opera dell'ambasciatore Trouvé (fu letto nella seduta del 21 luglio 1798 ed è stampato, con altri consimili indirizzi di patrioti d'altre città di Romagna, nel Redattore del Gran Consiglio della Repubb. Cisalpina, bimestre 5º, pag. 1311-16), scritto dal Gamba Ghiselli e firmato da molti altri cittadini, con le piú esaltate e strambe dichiarazioni. Nei tempi piú quieti del Regno italico il Gamba Ghiselli si tenne in disparte; ma restaurato il Governo pontificio, si mescolò alle trame della Carboneria sí che il Rivarola lo condannò a venti anni di detenzione: fu liberato nel 1829. Dopo breve esilio nel '31, ritornò in patria, e morí poi nel 1846. È nota l'amicizia sua con lord Byron che amò la Teresa Guiccioli e trasse seco a morire in Grecia Pietro Gamba, l'una e l'altro figli di Ruggero.
L'ordine del giorno del Gamba Ghiselli, accennato dall'Uccellini, è in data del 13 febbraio 1831 e indirizzato alla Colonna mobile della Guardia nazionale comandata da Giovanni Montanari, che «vi sarà fida scorta in ogni evento», diceva il Gamba, come «vi fu capo nella difficile giornata della Rigenerazione»: un altro ordine del giorno del 23 febbraio riguarda l'ordinamento della Guardia sedentaria.
[XXX.] La narrazione del Fabbri, qui accennata dall'Uccellini, dei fatti cui partecipò nel 1831 la Colonna mobile dei Ravennati si può leggere nel Diario ravennate per l'anno bisestile 1864, già cit., alle pag. 18-23.
Vescovo di Rieti era sino dal 1827 Gabriele Ferretti (nato in Ancona nel 1795, morto in Roma nel 1860), non ancora cardinale, alla qual dignità fu riservato in petto nel 1838 e pubblicato nel '39: sulla difesa da lui organizzata in Rieti nel '31 si veda A. Vitali, Gabriele de' conti Ferretti card. di S. R. C. e vescovo di Sabina, Roma, tip. Aureli, 1867, pag. 22-24.
[XXXI.] Tommaso Fracassi Poggi cesenate fu chiamato a far parte del Comitato di governo nella sua patria il 6 febbraio 1831, poi con Vincenzo Fattiboni fu deputato all'Assemblea di Bologna, e il 16 marzo fu nominato prefetto di Ravenna, ove tenne breve governo: ritiratosi a Cesena, vi morí poi il 21 gennaio 1836.
Luigi Bonaparte, terzo fratello di Napoleone I, nacque nel 1778, fu re d'Olanda dal 1806 al 1810; caduto l'impero, visse prima a Roma, poi a Firenze occupato negli studi di storia e letteratura; morí a Livorno nel 1846. Dalla moglie Ortensia Beauharnais ebbe tre figli: Napoleone Carlo (n. 1802, m. 1807), Napoleone Luigi (n. 1804, m. 17 marzo a Forlí) e Carlo Luigi Napoleone (n. 1808, m. 1873) che fu imperatore dei Francesi col nome di Napoleone III. Questi ultimi, educati in Italia e ascritti a società segrete, si gettarono per legami di sètta nei moti romagnoli del '31, contro il volere del padre, ma il Governo provvisorio cercò di allontanarli mentre essi si erano uniti al corpo dei volontari che assediava Civita Castellana: se non che il primo cadde malato a Forlí, e morí dopo breve malattia; mentre l'altro, con l'aiuto della madre, sfuggiva agli Austriaci riparando in Francia. Si veda, in proposito, G. Mazzatinti nella citata Riv. storica, vol. II, pag. 248.
[XXXII.] Dei due ravennati caduti nel fatto di Rimini sappiamo solamente che Antonio Baccarini era volontario e Domenico Zotti, figlio di Giuseppe, era caporale nella Colonna mobile.
[XXXIII.] Sulla questione della firma del Mamiani nella capitolazione di Ancona si può vedere il mio scritto, La giovinezza e l'esilio di T. Mamiani, 2ª ed., Firenze, Sansoni, 1896, pag. 32, 52, 92-94.
[XXXVII.] Per i nomi e le notizie dei 38 eccettuati dall'amnistia gregoriana si veda pure La giovinezza e l'esilio di T. Mamiani, pag. 40-47. Fra essi il medico Sebastiano Fusconi potè tornar presto in patria, donde, essendo rimasto fedele ai principi liberali, dovette riprendere poco dopo la via dell'esilio, ritraendosi a vivere con la famiglia a Santa Maura nelle Isole Jonie. Rimpatriò solo allorché, instaurato il governo costituzionale di Pio IX, fu eletto rappresentante di Ravenna alla Camera dei deputati, della quale fu vicepresidente; si trovò il 15 novembre 1848 tra i pochi accorsi in aiuto di Pellegrino Rossi, già colpito dal pugnale omicida, e tentò inutilmente i rimedi della scienza a salvarne la vita preziosa; piú tardi andò a Gaeta presso Pio IX, per eccitarlo in nome della parte piú moderata al mantenimento delle franchigie costituzionali, ma non n'ebbe che vane parole; dopo il 1859, fu deputato al Parlamento, fece parte dei Consigli comunale e provinciale di Ravenna, e fu amministratore giudiziario della Pineta; morí nel 1888 (cfr. P. D. Pasolini, Giuseppe Pasolini, memorie, Torino, Bocca, 1887, pag. 145 e segg.).