[XXXVIII.] Si veda il Racconto dell'assalto di Gaetano Tarroni e dei suoi seguaci contro la Guardia urbana nel 1831 nel Diario ravennate per l'anno 1879, pag. 34-40: il fatto fu il 16 dicembre 1831.

[XXXIX.] Sui fatti del gennaio-febbraio 1832 si vedano le notizie date sotto il titolo: 20, 21 gennaio e 5 febbraio 1832, L'ingresso delle truppe pontificie nelle Romagne nel Diario di Ravenna per l'a. 1863 (Ravenna, tip. Angeletti, 1862), pp. 14-18, e quelle tratte dalla Storia della città di Forlí di Giuseppe Calletti e messe in luce da G. Mazzatinti in un elegante opuscolo senza titolo, pubblicato per le Nozze Fortis-Saffi (Forlí, tip. Bordandini, 1892). Inoltre a illustrazione di questo capitolo è opportuno citare la Narrazione esatta e sincera degli avvenimenti i quali ebbero luogo in Ravenna nei giorni 7 ed 8 febbraro dell'anno 1832, distesa nel 1841 dal capitano Sante Paganelli, indirizzata da lui al Gonfaloniere di Ravenna e quasi per giustificare sé stesso dall'accusa di essersi diportato male in quelle tumultuose e dolorose giornate (conservasi nella Biblioteca Vittorio Emanuele di Roma, Mss. Risorgimento 75).

[XL.] Il Canosa qui ricordato è il napoletano Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa, feroce tipo di reazionario, che presto sarà fatto conoscere nei suoi scritti e nei suoi atti ai lettori della nostra Biblioteca: il «colonnello austriaco», come dice l'Uccellini, deve essere il barone Francesco Marschall von Bieberstein, brigadiere d'artiglieria nell'esercito austriaco.

[XLIV.] La vittima qui ricordata degli odi settari è Domenico Antonio Farini, che morí colpito dal pugnale dei Sanfedisti il 31 dicembre 1834: di lui parlerà degnamente Luigi Rava, pubblicando in questa Biblioteca il suo scritto inedito sulla Romagna dal 1796 in poi; per ora, il meglio sopra Domenico Antonio Farini si ha nei cenni dettati da Luigi Carlo Farini e pubblicati nella Biografia Universale del Passigli.

[XLVI.] Di questi arresti ravennati del dicembre 1832 fu data notizia nella Giovine Italia (n. V, pag. 215-216) con queste parole di corrispondenza da Forlí: «17 dicembre. Eccovi i nomi de' sei individui ultimamente arrestati a Ravenna la notte del dí 15 al 16 corrente, e poi tradotti a Bologna. Scala, professore di liceo, già direttore di polizia in altri tempi. — Ghiselli, professore, idem. — Due Boccaccini fratelli, ricchi possidenti. — Buraccina, locandiere. — Uccellini, ex-segretario del colonnello della guardia civica. — Il Boccaccini Agostino esciva da malattia mortale: era convalescente, ed aveva un vessicante al collo aperto: la carità pretina lo ha trascinato tra ceppi a Bologna. — 24 dicembre. ..... Dopo essere stati tradotti a Bologna, i sei hanno avuta intimazione d'esiglio dallo Stato. Or non potevano averla in Ravenna? e perché dar tanto affanno alle loro famiglie?» — Non sarà inutile avvertire che erroneamente il Della Scala era qui indicato come professore del liceo, poiché non tenne mai questo ufficio, e che Buraccina era il sopranome di Antonio Ghirardini (cfr. cap. XLVIII).

[XLVII.] Di Gaspare della Scala già si è parlato nelle note al cap. XXVII. — Pietro Ghiselli fu professore di fisica e chimica nel collegio o liceo di Ravenna dal 1819 in poi; e dopo la breve interruzione per questo arresto, ritornò alla sua cattedra, che tenne fino al 1840. — I due fratelli Boccaccini, dopo breve esilio, rimpatriarono: Agostino morí in Ravenna il 24 gennaio 1875; Gregorio fu dopo il 1860 capitano della Guardia nazionale e morí circa nel 1864.

[XLVIII.] Della dimora dei profughi Ravennati nel territorio lucchese abbiamo piú precise notizie da una lettera che l'Uccellini scrisse dalla villa di Tofari il 13 febbraio 1833 a Giulio Fanti; vi si ricorda come presente in quel luogo il Della Scala, e tra l'altre cose vi si legge: «... Io non so qual destino m'attenda. Io mi voglio recare direttamente a Parigi, e presentarmi di persona al Ministro degli affari interni coll'appoggio delle persone a cui sono raccomandato; una pensione almeno, anche maggiore dell'ordinario, sembra che non mi dovesse mancare.... Saluta caramente la mia famiglia, insinuale disinvoltura; io sto bene, non sono in mani dei satelliti della Commissione, e ciò non è poco.» — Una breve biografia di Antonio Ghirardini sopranominato Buraccina pubblicò l'Uccellini nel Diario ravennate per l'a. bisestile 1864, p. 23-25, e da questa e dall'Elogio di Antonio Ghirardini scritto da A. Frignani (Parigi, tip. Delaforest, 1835, in-8º; pp. 20) si raccoglie che il Ghirardini, oste nel sobborgo di Porta Sisi, aveva formato una società composta di lavoranti nei molini e nella pineta, che egli veniva disciplinando a servigio di eventuali disegni politici in senso liberale; perciò nel 1821 fu arrestato e dopo quattro anni condannato alla detenzione (perpetua, secondo l'Uccellini, per dieci anni secondo il Frignani; ma fu invece di 20 anni, cfr. p. 149). Liberato intorno al 1830, ritornò in patria e partecipò ai fatti dell'anno di poi, colla Colonna mobile ravennate, poi al principio del 1832 accorse con altri ravennati contro le milizie pontificie entrate in Romagna. Fallito quel tentativo di resistenza, il Ghirardini fu, il 7 febbraio, alla testa dei cittadini che costrinsero i papalini a fuggir di Ravenna; e piú tardi, designato come uno dei capi liberali in uno degli opuscoli del principe di Canosa, fu arrestato, come sappiamo dall'Uccellini; e con lui esulò in Francia, dove fu assegnato al deposito di Mende con il sussidio governativo di lire 23 il mese: ivi morí il 16 dicembre 1834, compianto da tutta l'emigrazione romagnola.

Da questo punto innanzi, sino al cap. LIV, formano opportuno riscontro e compimento alle Memorie le lettere che l'Uccellini scrisse dalla terra d'esilio, 64 delle quali ho potuto vedere, dirette per la maggior parte a Giulio Fanti, anche per gli altri suoi di casa; sí che credo utile darne via via succinto ragguaglio e qualche estratto, che chiarisca e compia la narrazione delle Memorie. — La lettera 1ª, da Marsiglia 14 marzo 1833 al Fanti (come tutte le altre che saranno citate senza speciale indicazione), contiene un racconto del viaggio di mare da Livorno in Francia: «Montai a bordo del brigantino toscano denominato l'Adelaide, comandato da un genovese, il giorno 7, e non partii che il giorno successivo in compagnia di tre modenesi ed un parigino. Il vento era favorevole ed il cielo sereno. Si navigò bene tutto il venerdí, il sabato e parte della domenica; ma verso sera s'intorbidò l'atmosfera, onde il capitano, prevedendo un temporale, aveva deliberato di prender porto ad Angavi. Ma il pilota, che era un napolitano, lo persuase in contrario; e si tirò di lungo. Erano le nove della sera, quando mosse da sud-ovest un vento fierissimo, che mise in furore il mare; si ammainarono in fretta le vele e si praticarono tutte le operazioni richieste dalla nautica in simili emergenti; ma la burrasca diveniva sempre piú terribile. Noi vivevamo tranquilli nel camerotto del capitano, quando l'urlare del vento, le scosse straordinarie del legno, le manovre e i gridi dei marinari ci scossero e ci avvertirono del pericolo. Io pel primo salii in coperta, ma oh Dio! che vista: un cielo carico di nubi, rischiarato di quando in quando da un piccolo barlume di luna; un mare tumultuoso che alzava le onde di sopra al legno; un vento che orribile fischiava; i marinari in iscompiglio; il timone abbandonato: tutto ci annunziò una inevitabile perdita. Il capitano ordinò il getto delle merci, consistenti in ossa, che qui servono alla raffinazione dello zuccaro. Tutti noi ci mettemmo a sgombrare il legno; il vento ci trasportava da una parte e dall'altra, e le ossa da noi gittate ricadevano su di noi, onde riportammo non poche contusioni. Dopo di aver esaurito ogni sforzo, alcuno di noi cadde come in isfinimento, oppresso dalla fatica ed esterrefatto dal pericolo. Io specialmente mi distesi in un angolo della barca in una terribile agonia. La patria, la famiglia, gli amici preoccupavano con dolore la mia mente. Il morire è penoso, ma il veder la morte con tutti gli orrori i piú spaventevoli, è un'angoscia indicibile. Agghiacciato, tutto molle dall'acqua e dalla neve che cadeva, mi ritirai nella camera del capitano, invano cercando di dar tregua all'affanno. I miei compagni si ridussero pure sotto coperta, tutti al sommo afflitti. Il napolitano, che aveva dissuaso il capitano a non prender porto, prese a reggere il timone abbandonato ed il regolò con somma bravura. Apparve finalmente l'alba del giorno 11, il vento cominciò a moderarsi, e noi ci trovammo quasi dirimpetto a Tolone. Il capitano vuole proseguire il viaggio, giacché aveva il vento in poppa, e nel dopo pranzo di detto giorno ci trovammo nel golfo di Marsiglia dopo un viaggio di tre giorni e mezzo.... Un altro legno, portando emigrati modenesi, ha naufragato; «ed i passeggieri si sono salvati sull'albero maestro del legno, approdando in una montagna vicino a Tolone; un di loro, siccome erano ignudi, è perito dal freddo, si chiamava Malagoli. Ho trovato qui molti italiani; io partirò presto per Moulins, da dove mi trasferirò a Parigi...» — La lettera 2ª, da Moulins, 22 aprile '33, parla della richiesta fatta al Valli, viceconsole francese in Ravenna, di un certificato che specificasse appieno l'evento dell'ultima mia detenzione, l'intimatomi esilio, i mali sofferti per cause politiche, le mie plausibili qualità morali e il bisogno che ho di assistenza... Spada, che ne ha uno quasi simile del console d'Ancona, ha conseguite e consegue non tenui gentilezze.....»; è giunto a Moulins quando «per ordine governativo era installata una Commissione incaricata di riformare il deposito» (degli esuli pensionati): «io mi sono ad essa presentato, dietro un di lei ufficiale invito, e le ho esposto l'ultima mia storia in un breve ma forte promemoria, sanzionato dalla certificazione del capitano Montallegri, membro di detta Commissione,» ma nulla ha ottenuto per mancanza di recapiti; ha scritto al Frignani a Parigi «accludendogli le commendatizie di Sercognani e Mamiani «per essere riconosciuto come rifugiato e avere il sussidio, ma la risposta è stata poco confortante, perché il Frignani non ha potuto ottener nulla, neppure con l'interessamento del generale Sebastiani; rende conto del suo stato morale e materiale e dice di essere stato accolto presso una signora Genovieffa Praneraque, per dare lezioni d'italiano a sua figlia; convive con lo Spada, che è «lo specchio dell'economia.»

[XLIX.] Lettera 3ª da Moulins 31 maggio '33: «... Una parte dei rifugiati si ritiene piú abietta di un'altra, perché meno facoltosa ed educata, inveisce, minaccia, figura di essere oltraggiata, dirige accuse di ambizione e di superbia perché non è seguita nei suoi vizi, si raduna, elegge capi di sua soddisfazione, diviene ad insolenze forti, ed ecco che la parte offesa se ne risente, dalle parole si passa ai fatti, e ieri sera sul boulevard des Italiens successe una seria baruffa, battaglia a bastonate, fortuna che non comparirono ferri. Io mi trovai in mezzo alla faccenda, come parte passiva; non feci altro, unito ai buoni, che di sedare il tumulto, e pare assopito e pare che non abbia a rinnovellarsi, si sono ritirati i ricorsi dal procuratore reale. Ho la consolazione di dire che nessun romagnolo vi ha avuto la benché minima parte: intanto il nome italiano soffre; ecco il mio rammarico, il mio piú acerbo dolore: fratelli contro fratelli, che orrore!»; ha ottenuto in via provvisoria la pensione mensile di 45 franchi e si duole che gli amici di Romagna non abbiano saputo raccogliere qualche scudo per lui; vivono insieme, sei romagnoli «idest io, due Morandi di Lugo, Morri di Faenza, Montallegri e Spada» e per poco tempo è con essi Palombi di Ancona, che ritornerà a Marsiglia, e cosí provvedono ai pasti in comune spendendo 16 soldi a testa per giorno; «Abbiamo fatto i funerali a due rifugiati modenesi, uno vecchio morto di etisia senile e l'altro di mezza età rapito da un accidente, uno ricco e l'altro povero; noi tutti li abbiamo accompagnati alla chiesa, indi al cimitero, e sulla tomba venne proferito energico discorso, riportato sui fogli francesi»; dà notizia della sua «degna ed ammirabile scolara», lasciando intendere di esserne innamorato: «Dirai a Scala che non è molto che ho avuto notizia de' miei compagni d'infortunio, so che si trovano a Tofari; il di lui padre, scrivendomi, mi rese sicuro che in giugno si sarebbe diretto a queste parti; rapporto alla sua domanda, posso dire che molti italiani medici fanno qui fortuna, conosco Pironi, Tampellini di Modena, i quali agiscono assai; so ancora che un altro medico italiano è al servizio militare in Algeri; se decisamente si arruolano medici per le colonie, è cosa che qui non si sa precisamente, prenderò altre informazioni dall'alto e.... gliele farò note»; Angelo Frignani è a Parigi, rue de Bac, 13, «povero giovane, la letteratura lo ha di troppo alterato!»; si rallegra che il fratello Terzo siasi dato a un mestiere e manda saluti ai parenti e agli amici Venturi, Rambelli, Romanini, Ortolani, Guerrini, Bosi, Casacci, Casali, ecc. — Lettera 4ª. da Moulins, 14 giugno '33: «.... Sai tu il fatto ultimamente avvenuto nel deposito di Rodez? Ascoltane il dettaglio preciso. Quasi 200 rifugiati italiani lo componevano; puoi credere che la concordia è esclusa dal numero e dalla diversità delle opinioni e dai diversi modi di procedere; aggiungi certe mire dettate dall'interesse e dall'ambizione e potrai dedurre qual ne dovesse essere la posizione tra individui di poco plausibili principi ed alquanto fantastici. Tutto ciò fin dal primo momento produsse una alienazione di animo negli abitanti, e divise il deposito in due fazioni. Allora una mano occulta se ne prevalse, animò una di queste fazioni a divenire ad atti risoluti, onde trar causa di sciogliere il deposito, peso da cui il Governo, si vuole liberare. Emiliani di Modena, l'avv. Lazzareschi di Lucca ed altri pochi furono di questa terribile fazione; appoggiati in ogni loro azione, insultavano, minacciavano di continuo il resto degli emigrati, e tutto ponevano in opera, onde la popolazione, per sé superstiziosa e nemica d'ogni liberalismo, coadiuvasse alle loro manovre. Difatti le vessazioni, gl'insulti che hanno sofferto i rifugiati, non addetti alla linea Emiliani, sono incredibili; io ne ho avuto un preciso ragguaglio da persone imparziali, ed è maraviglioso come non sia colà avvenuto un fatto terribilissimo, prodotto di una forte esasperazione. Ma pure qualche cosa doveva nascere ed è nata: Emiliani un giorno affronta con uno stile alla mano molti emigrati; questi a propria difesa respingono l'assalitore con sassi, gli assaliti sono presi e posti in prigione e l'Emiliani n'è escluso, altri sono confinati fuori del deposito. Viene il giorno 31 maggio; il tribunale diviene alla condanna dei prigionieri e sono inflitti a loro 3 e 5 anni di galera; cosa incredibile. Già in tal epoca il deposito non contava che 60 individui, chi era partito per una direzione e chi per un'altra, stanchi di soffrire ulteriori vessazioni. Fu quello il giorno in cui un certo Gavioli di Modena, preso da uno straordinario furore per la disgrazia de' suoi colleghi, entra nel caffè Cavez; assale con un coltello alla mano il Lazzareschi e lo stende a terra morto; indi si rivolge furente all'Emiliani, e gli dona un colpo terribile; questi, quantunque ferito, insegue il Gavioli, ma cade estinto sulla porta del caffè; la moglie cerca vendicare il marito, presso al quale ella trovavasi, e riceve anche una ferita mortale, da cui però va a riportare guarigione. Alle grida, all'assassino! all'assassino! quantità di popolo accorre addosso al Gavioli, egli si difende maravigliosamente, ma preso a sassate e circondato da ogni parte, si arrende ed è condotto in prigione. Il Gavioli è un giovine di 25 anni; il coraggio e l'energia che ha dimostrato nell'azione, lo dimostra anche tra i ferri. Tra i condannati vi è Budini di Castel Bolognese. Raimondi è stato dimesso. Già, come puoi credere, quel deposito è interamente sciolto ed il progetto in tal modo effettuato; tutti i giornali parlano di questo avvenimento; i ministeriali incolpano il fatto a Mazzini, come presidente di non so qual congrega detta la Giovine Italia, e riportano una sentenza emessa in suo nome; ma tutto ciò viene con fondamento smentito dal giornale La Tribuna e da altri fogli...»; in conseguenza di questo fatto di Rodez, molti rifugiati sono espulsi dalla Francia per ordine del Ministro dell'interno; cosí sopra 27 rifugiati del deposito di Moulins, 15, che sono «il fiore dei galantuomini, persone probe e distinte», sono espulsi, tra essi lo Spada e il Montallegri; di un altro deposito sono esiliati 50 rifugiati, fra i quali il generale Ollini; si dice che anche il deposito di Moulins sarà sciolto — Lettera 5ª, da Moulins, 16 giugno '33: annunzia lo scioglimento del deposito e il trasferimento dei rifugiati nei dipartimenti della Bretagna: «Io mi sono accordato coi migliori, che dopo gli esigli annunziati....sono qui rimasti, e specialmente con la famiglia del colonnello Maranesi, con quella del commissario Reggianini di Modena, con Morri e Morandi, ed abbiamo scelto il dipartimento di Morbihan e la città di Vannes per dimora..... Io aveva deliberato di rinunziare alla pensione, e coi 90 franchi che il Governo accorda ai rinuncianti, voleva correre la sorte de' miei compagni d'esilio e seguirli nella Svizzera. Ma vengo ad intendere che essi non saranno ricevuti; e quando arriveranno a Nantua il Governo gl'intimerà di partire per Tolone, e da qui tradotti in Algeri; la cosa non è per ora ancora positiva, ma se si verifica, guardate un poco come sono trattati i poveri rifugiati. Ho meglio riflettuto; e mi sono deciso di restare ancora a respirare l'aria di Francia, quantunque non molto sana. E dove andare? Ormai non abbiamo suolo che ci accolga. O trista vita dell'esiliato! Il Governo ci accorda un tanto per lega a titolo d'indennità di via; ma in modo scarso, cosí che sarò costretto di ricorrere alla pietà de' miei camerata per superare questa nuova crisi. Essi pure sono in critica posizione, onde il sagrificio che per me faranno gli sarà da me compensato col risultato di altrettanti sagrifici, ai quali mi anderò ad assoggettare per fare buona figura presso i miei amici e per adempire ai doveri che mi prescrivo... Vado ad abbandonare una famiglia, che mi adorava di tutto cuore e che io pure teneramente amo; con quante lagrime e con quanto dolore mi lascia, è impossibile esprimerlo.... Ieri sera alle 10 partí l'amico Spada; datene avviso alla sua famiglia, io gli scriverò da qui a Nantua». — Lettera 6ª, da Moulins, 21 giugno '33: fra poche ore partirà per Vannes; fa un lungo sfogo confidenziale pel dolore della separazione «da una giovine di 17 anni, gentile, educata e piena dí nobili e virtuosi sentimenti», della quale è amante riamato; hanno formato il proposito di riunirsi presto e madre e figlia sono disposte a trasferirsi in Italia, dove, con il loro patrimonio superiore a 40 mila franchi, potrebbero vivere agiatamente: «....So che Ghiselli ha ottenuto di e restare in Toscana, so che i miei compagni d'infortunio sono tuttora in Lucca, e sperano non solo di restare in Italia, ma di ritornare in patria; dunque pare che non senza risultato si potrebbe chiedere il mio ritorno, se non in Romagna, almeno in Toscana; tu promovi l'istanza, tu fa di tutto onde sia ben appoggiata, induci mio padre a tal passo senza notificargli il motivo [lo sperato matrimonio con la giovine Praneraque, della quale ha parlato prima].....» — Lettera 7ª, da Vannes 1º luglio '33: «Nuovi tormenti e nuovi tormentati. Eccomi in Vannes, separato dall'Italia per un enorme spazio, in terra presso che barbara e circondato da mille pericoli. Io non posso trascurare di darti un preciso dettaglio del mio viaggio per le molte particolarità che presenta. Ebbi il passaporto dalla Prefettura di Moulins, unitamente all'indennità di via assegnataci, il giorno 17 scorso; ma ritardai quattro giorni a partire. Mi scelsi compagni di viaggio tre modenesi ed un bolognese, persone a me cognite per merito e prudenza. La sera del 21, alle ore 9 e mezzo montai in diligenza, abbandonando con indicibile rammarico la città di Moulins, che io riteneva come una mia seconda patria. Tutta la notte si viaggiò senza posa, e la mattina del 22 alle ore 11 arrivai alla Charité. Presa ivi una piccola rifocillazione, si proseguí il viaggio sino a Bourges, in cui giunsi alle 7 della sera. Prima nostra cura fu quella di vedere la Cattedrale, tempio magnifico e sorprendente, indi si pensò a rinforzare il corpo; ed alle ore 8 si montò di nuovo in vettura. A noi si aggiunsero compagni di viaggio due giovani polacchi del deposito di Bourges, uno de' quali si trasferiva alla Rochelle a prendere i bagni di mare per tentare la guarigione di una perdita concepita nel maneggio del cannone: giovane gentile e molto educato. La mattina del 23 pervenni a Châteauroux, e la sera a Tours. Non eravamo distante da Tours che una lega, quando saltò via dalla vettura una ruota. Noi tutti che eravamo piazzati dentro al legno, fummo illesi da percosse; ma due francesi che stavano sull'imperiale, all'impeto della caduta del legno, stramazzarono a terra, e ne riportarono qualche tenue contusione. Fu forza di percorrere la lega a piedi, poco incomodo invero a confronto di quanto poteva accaderci. Si fece soggiorno in Tours, bella e galante città, tutto il giorno 24 e parte del 25 sino alle ore 10 del mattino, momento in cui montai in diligenza per Angers, ove pervenni la sera alle ore 11. È dilettevole il viaggio da Tours ad Angers per l'amenità delle campagne, abbellite da deliziosi casini, che in gran numero sono lungo la strada. La Turenna è decisamente il giardino della Francia e mi ha consolato, facendomi sovvenire il dolce suolo della mia patria. Giunti ad Angers il conduttore della diligenza scoperse un pericolo, che poteva esserci fatale se il viaggio fosse stato piú lungo; cioè che una ruota cominciava a prender fuoco. Si pernottò in Angers; e la mattina del 26 verso le ore 8 montai sul battello a vapore, che ogni giorno percorre la Loire fino a Nantes. La Loire, atteso la stagione, ora è scarsa d'acqua; quindi non tardò il vapore ad arenarsi e nello sforzo che si fece per rimetterlo in cammino, ricevè un largo foro, onde, cominciando a condurre molta acqua e ad affondarsi, il capitano ordinò che tutti i passeggieri, i quali erano in forte numero, disbarcassero sin che si fosse riparata la rottura. Difatti sopra vari battelli fummo condotti a riva presso un villaggio di montagna, ove rimanemmo 4 ore consecutive. Due ore me le passai dormendo sotto un albero. Finalmente suonò la campana del battello e fummo di nuovo imbarcati. Ma in ogni istante il legno era arenato ed il pilota, per il terribile vento che soffiava e per la dirotta pioggia che cadeva, non potendo conoscere la corrente del fiume, si trovava in un serio imbroglio. Quindi il capitano deliberò di fermarsi la notte in Ancenis, piccolo paese di fianco alla Loire, distante 9 leghe da Nantes, e di riprendere il viaggio solamente la mattina. Colà giunti, ci fece tutti disbarcare. Era un freddo terribile; cosicché sopra les chemises da viaggio avevano i miei compagni indossati i ferraiuoli; e cosí vestiti passeggiavamo il paese. Tutti gli abitanti ci guardavano con ammirazione: noi di ciò non femmo alcun caso, ma tutto ad un tratto sentimmo a gridare dietro alle spalle: i San Simoniani, i San Simoniani, e donne e uomini e fanciulli cominciavano ad inseguirci con insulti e minaccie. Allora noi, allungando frettolosamente il passo, ci ricovrammo a bordo del battello, ove trovammo due vecchi del paese che ci avevano tenuti d'occhio, e ci chiesero da qual parte venivamo. Fatta a loro nota la nostra condizione di rifugiati italiani e la nostra destinazione, partirono, e credo che ad essi fosse dovuto lo dileguamento del complotto. Noi deponemmo subito e la chemise ed il tabarro, ed andammo alla piú prossima osteria a rifocillarci: ivi giunti trovammo delle faccie poco omogenee; tuttavia con complimenti divennero meno truci. Accettarono quei signori ospiti di bere in comune; i discorsi però d'esterminio che tra loro tenevano contro i San Simoniani e i liberali in genere ci tenevano in qualche agitazione. Niun moto ed atto di risentimento demmo a conoscere e la nostra prudenza ci fu di salute. Era l'ora di notte circa, quando sopravenne un caporione del paese; si mise a sedere alla nostra tavola, chiese da bere, senza togliere giammai da noi lo sguardo. Poi prese parola con uno de' suoi che gli era vicino, levò il cappello e frugando dentro di esso, levò due piccoli involti, ne svolse uno che era pieno di cartuccie e battendole sopra la tavola, esclamava con un sorriso ironico: Questo è pepe di buona qualità per tutti i chouans. Allora ognuno in nostro cuor disse: la commedia vuol finir male! Partí egli poco dopo e vennero in seguito due gendarmi, i quali ci chiesero i passaporti, e ne segnarono in un taccuino i rassegnamenti. Si fece l'ora del riposo, noi tutti convenimmo di non restare nell'osteria e si recammo a bordo del battello, ove dormimmo alla meglio. La mattina del 27 si riprese il viaggio, non senza ulteriori intoppi e si arrivò a Nantes verso le 10. Colà trovammo altri italiani. Magnifica oltre ogni credere è la città di Nantes, è la migliore che io abbia visto dopo Marsiglia e Lione; è quasi tutta fabbricata di nuovo, e non tarderà ad essere annoverata tra le prime città della Francia. Ho visto la casa dove fu arrestata la duchessa di Berry, posta in rue Chateau n. 3. Si fece soggiorno colà tutto il giorno 27 e 28. Io era rimasto senza un soldo, ed i miei compagni non potendo per me incontrare dei sagrifici, mi deliberai di fare il viaggio sino a Vannes a piedi che è di 26 leghe di posta, cioè di 65 miglia incirca. Un certo Mellini di Modena seguí la mia deliberazione e noi partimmo la sera del 28. Non avevamo percorso che poche leghe quando cominciò a piovere, tuttavia non ci arrestammo, e la mattina del 29 fummo a Mont-château, distante 12 leghe da Nantes, paese orribile, tana di lupi; cercammo una vettura da spender poco, ma inutile fu la ricerca, onde disperati ci demmo a proseguire il viaggio sino a la Roche-bernard, ove giungemmo alle ore 10 antimeridiane, cosicché in meno di 12 ore noi avevamo percorse 16 leghe. Io era stracco ed affaticato all'ultimo segno. Si diede una buona mangiata, ed alle 2 pomeridiane ci accolse il letto, ove rimanemmo sino alle ore 5 del mattino seguente. Che bella dormita di 15 consecutive ore! Indi si tirò di lungo sino a Vannes, in cui entrammo ad un'ora pomeridiana. Prima cura fu quella di far ricerca de' nostri compagni, e si seppe che per reclamo fatto dagli abitanti, il Governo ci ha destinato per deposito un luogo che si chiama Auray, piccolo paese e porto di mare posto nel dipartimento. Vannes è una città che non comprende che 10 mila anime, è murata, brutta e mal costruita. È lungi dal mare una lega, col quale si comunica col mezzo di un canale. Non v'è che scarso commercio, manca di vino e quel poco che si trova è carissimo. Gli abitanti sono infinitamente devoti, hanno chiesto al Governo di fare un giubileo, invece di perdersi in vani passatempi impiegano gran parte della giornata in preghiere ed orazioni. Ieri mi trovai in una libreria a prender carta, quando una quantità di paesani ivi era raccolta ad acquistare uffici e libri di devozione. Non v'è persona che passando innanzi ad un Santuario non tenghi il cappello in mano qualche minuto, e non reciti preghiera. Se Dio mi concedesse tanti anni di salute quante croci ho vedute innalzate ad onor suo da Nantes sin qui io vivrei certamente piú del doppio che visse Noè. Io sono alloggiato alla Croce bianca, piazza di Luigi 18º. Molti alberghi hanno insegne di simil genere. Il vestiario sa pure di religioso. Le donne portano un abito nero lungo, di vita cortissima, chiuso sino al collo, con un grembiale che si annoda dietro sulle spalle e che copre tutto il petto, portano in testa una piccola cuffia stretta che copre tutta la capigliatura, e sopra la cuffia un altro arnese a guisa di mitra con due grandi code sul di dietro; non diversifica che dalla testiera la quale è assai piú bassa: gli uomini portano un grande gilè, ad uso dei nostri antichi, di panno bianco filettato di rosso, e sopra al gilè una larga giubba a quattro falde, due toccano i fianchi e due restano sul di dietro; un cappello di bassa testiera, ma di un'ala immensa, piegata in mille diversi modi, copre loro la testa; hanno i capelli lunghissimi di dietro e sono nel davanti rasati. Tal modo di vestire abbruttisce e dà un'aria atroce. I costumi loro, trattandosi di civismo, sono incolti, non hanno degenerato dai Bretoni, loro ascendenti. Non si vede un'ombra di gaiezza, non un viso che spiri un generoso sentimento. Gran quantità di bestiame: ieri, che fu giorno di mercato, tutto il paese erane pieno di vitelli e di buoi: vi è gran commercio di butirro. Ho visto in qualche casa di campagna a dormire gli animali insieme coi contadini; sono sucidi all'ultimo segno e pieni di scabbia. Il migliore paese che sia nel dipartimento è Lorient, fabbricato non è molto dalla compagnia dell'Indie, ma il Governo non vuole concederci di andare colà. Quello che assai incomoda e ci riesce di pena è il linguaggio: è un misto di francese, d'inglese e d'antiche espressioni bretoni, pronunziate in guisa che si rende impossibile l'intenderle. Tutto giorno si odono degli eccessi commessi dai chouans, di cui il dipartimento è pieno: l'altro giorno fu da loro massacrato un povero soldato che veniva a Vannes da Auray. Messo tutto in complesso, e riflettendo bene alla nostra situazione, ai pericoli da cui siamo attorniati, alle mire del Governo tendenti a sgravarsi del peso dei depositi, riflettendo che nel preventivo del 1834 non si fa menzione che dei sussidi per i polacchi, e che il pane che or la Francia ci porge, oltre di essere duro, è per cessare, riflettendo che una semplice insinuazione nell'animo di gente ignorante può rovinarci, che una mancanza d'uno dei nostri può segnare il nostro esterminio, che il fatto di Ancenis ne è una prova, ed il reclamo di Vannes ne è un'altra ben chiara, messo tutto a ponderazione, si va decidendo di rinunziare ad un sussidio il quale non apporta che persecuzioni ormai insopportabili. Chi ha mezzi si reca in Inghilterra; chi è povero si dedica al militare. Io che non ho mezzi; che il mio debole fisico m'impedisce di fare il soldato, che mi resta di risolvere? Sia quello che si vuole, io pure rinuncio. Io sono stanco di condurre una vita tanto penosa, e d'essere strascinato da una parte e dall'altra, sempre in preda a nuove tribolazioni: avvenga ciò che può avvenire, io rinuncio. Ma prima tenterò di poter ottenere Lorient per deposito, tenterò ogni via per sortire da queste tane e di avere un miglior sito per vivere in pace. Sarà difficile di ottener la grazia, lo vedo pur troppo: converrebbe recarsi di persona a Parigi, ma è vietato di rilasciare a qualunque rifugiato il passaporto per quella capitale. Il certificato, che Valli mi ha promesso di fornirmi se ne ottiene l'autorizzazione, forse potrà servirmi allo scopo. Ma in ogni modo, ed anche ottenendo l'intento, io non resterò in Francia, stando le cose come sono, che 4 mesi al piú, nel quale tempo voglio bene consultare me stesso, e prendo una tal proroga per avere un riscontro dalla patria. Questa mattina ci siamo portati presso al Prefetto: è un buon uomo, ci ha accolti favorevolmente e ci ha fatto conoscere che non può concederci di scegliere Lorient per deposito; che se in Auray non ci troveremo contenti, allora potremo avanzare un'istanza al Ministro per un traslocamento di deposito, ed egli ci sarà di appoggio in ogni occorrenza. Egli stesso ha convenuto che il paese è pieno di chouans. Il bisogno m'induce di adattarmi alla circostanza, è forza partire, domani vado a prendere il passaporto e il tributo della prima quindicina di luglio, compenso ben scarso agli appuntamenti che mi trovo avere: da' miei sacrifici tutto saprò conseguire ed appena sarò in pareggio, allora mi risolvo a rinunciare, dimandando di restare in quel luogo della Francia che mi può aggradire. Farò il cameriere, farò di tutto piuttosto che vivere in tanta agitazione. Il pane che trangugerò non sarà mai salato come quello che ora assaggio, sarà il prodotto del mio sudore, non dell'altrui ostentazione. Ma per ottenere di restare in Francia, anche rinunciando alla pensione, mi è duopo di un appoggio, ed il piú adattato ed opportuno è il certificato di Valli; e caso non ottenesse di rilasciarmelo in via autentica, bisogna pregarlo di rilasciarmi una lettera, ampia, che specifichi appieno i mali che per titoli politici ho sofferti, e faccia elogio alla mia civile condotta, e concluda col dichiararmi degno di tutta l'assistenza e protezione. In ultimo per condurre a un punto meno terribile la mia situazione mi è necessario un ultimo sforzo di pietà da miei concittadini romagnoli. Io ritengo che rese loro cognite le mie traversie, si presteranno di buon animo a soccorrere un disgraziato, vulnerato da tutte le parti, ed io spero col loro mezzo di sortire da tanti affanni. Già tu sai qual luogo io posso destinare qua in Francia per mia dimora e tu sai che un lampo di sorte mi balena sul capo. Non per questo che io mi risolvo a rinunciare, perché anche qui restando so che non svanisce; ma è decisamente la situazione difficile e pericolosa, in cui il Governo ci pone; e da quanto ti ho esposto chiaramente si ravvisa senza ulteriori schiarimenti. Impegna dunque l'amicizia a mio favore, procurami dalla Romagna un sussidio, da cui unicamente dipende il mio miglioramento; e quando avrai esaurito tutti i mezzi per riuscire nell'intento tu mi scriverai ad Auray, dipartimento di Morbihan, aggiungendo nella mansione il titolo di refugié italien. Se le tue premure restano inefficaci, io allora mi darò totalmente in braccio alla fortuna; e le mie risoluzioni saranno quali convengono ad un disperato: sarà di me ciò che il destino vuole. Appena giunto ad Auray ti darò mie notizie e ti spiegherò la posizione di quel paese e come gli abitanti ci riguardano, e poi chiudo la mia corrispondenza sino al punto della mia rinuncia. Tu hai tempo nel corso dei 3 o 4 mesi che qua resterò, di tentare tutti i mezzi che possono favorirmi. Addio: domani parto per la mia destinazione. Salutami gli amici che sai essermi cari, rapporta loro la mia trista situazione, abbraccia per me tutta l'intera famiglia. Io godo una perfetta salute nonostante le traversie che soffro. Ricordami alla buona famiglia di Orioli. Procura che nessuno mi scriva perché le lettere costano 3 franchi: io non attendo che la tua in riscontro alla presente, la quale spero mi sarà di consolazione. Amerò di sapere il risultato delle premure di Medri presso il Marchese Cavalli. Salutami Signorini. Addio.»

[L.] Da Auvray sono scritte le lettere seguenti dall'8ª alla 12ª delle quali riferisco la sostanza. — Lett. 8ª. 10 luglio '33: descrive il soggiorno di Auvray, dov'è da 8 giorni, chiamandolo «asilo di chouans e di refrattari»; parla del costo dei viveri, della mancanza di vino, dell'uso del cidre; desidererebbe di essere trasferito a Valence, «ove è stabilito un nuovo deposito»; soggiunge: «Qui non siamo che 15 circa.... Le persecuzioni contro i rifugiati sento che proseguono tuttora in Marsiglia e in altri luoghi. Pare che i nostri esiliati da Moulins ripassino la Francia per andare nel Belgio e nell'Inghilterra, giacché la Svizzera li ha rifiutati. Montaliegri ha ottenuto di restare in Orleans». — Lett. 9ª, 7 agosto '33 al padre: da 15 giorni malato di febbri, è in tanta miseria che si è deciso a vendere il tabarro; insiste per avere un sussidio e il certificato del viceconsole francese. — Lett. 10ª, 10 settembre '33: ha ricevuto il certificato rilasciato a suo favore dal Gonfaloniere di Ravenna, legalizzato dal viceconsole, e se ne varrà per chiedere di esser trasferito al deposito di Dijon, dove potrebbe far gli studi alla facoltà di diritto; se non ottiene, seguirà a Lorient i compagni che già vi sono andati: «Duillio mi scrive che entro il corr. mese spera di rientrare in Italia»; ha sentito con dolore che il padre è malato; si lamenta del proprio stato; «Spada è nel Belgio insieme con altri esigliati da Moulins, ed ora si trova in Gand: sono stati distribuiti in tre alberghi e percepiscono 40 soldi al giorno; si va ad aprire una forte sottoscrizione: egli si lagna perché la famiglia non ha spedito ad esso alcun soccorso». — Lett. 11ª, 29 ottobre '33: ringrazia per l'aiuto procacciatogli di denari raccolti tra gli amici; credeva di aver ottenuto di andare a Dijon, non senza indennità di via, ma invece gli hanno concesso di andare a Poitiers, dove è pure la facoltà di legge: «Barbetti passò da Moulins ai primi di giugno, deciso di andare in Portogallo; non valsero ragioni per farlo prendere altra direzione, era in compagnia di altri due romagnoli. Ieri sera parlai con un ufficiale proveniente da Oporto, esso è italiano e ci diede contezza di molti nostri; io gli ricordai alcuni romagnoli, e precisamente Barbetti, ma egli non me ne seppe dar nuova. A quello che asserisce il numero degli italiani è d'assai diminuito; si contano due terzi tra morti e feriti, disse che i rimasti non son piú guardati di buon occhio e ben trattati come era per l'avanti, cosí è degli altri stranieri:... tale fu sempre il guiderdone di chi serví fuori di casa sua»; ha avuto lettera del 19 dallo Spada, «il solo oramai tra gli esigliati di Moulins, che non abbia ottenuto di rientrare in Francia;.... io credo che viva sulla generosità di Batuzzi e di Catti, di cui mi fa cordiali saluti»; si lamenta che i ricchi di Ravenna, già a lui benevoli, siano stati renitenti ad aiutarlo, e insiste sulle difficili sue condizioni: «uno che sapesse lavorare stenterebbe averne il permesso per l'opposizione degli ouvrieri, i quali dicono che, avendo un assegno dal Governo, potressimo arrecare un ribasso ai lavori: ciò non è una asserzione, ma un fatto positivo avvenuto a Quimper ad un certo Simoni. Certo non è cosí di tutta la nazione, ma dai buoni dipartimenti noi siamo esclusi, che è quanto dire sottratti ad ogni risorsa. Tutti quelli che avanzavano dal deposito di Rodez entrano in Brettagna, dispersi in vari siti». — Lett. 12ª, 16 dicembre '33: «L'amico Frignani coll'appoggio del generale Sebastiani mi ha fatto finalmente conseguire il permesso di recarmi a Dijon»; partirà perciò fra pochi giorni, con la idea di fermarsi a Moulins, dove abbraccierà il Frignani «il quale da Parigi si rende a Marsiglia»; a Dijon si darà agli studî legali; auguri agli amici e alla famiglia.