[LI.] Altre lettere ci danno notizia dell'Uccellini durante il viaggio e la dimora a Dijon; e sono le seguenti: — Lettera 13ª, da Moulins 8 gennaio '34 al padre: racconta il viaggio da Auvray a Tours, dove ha fatto il capodanno «presso la vera amicizia», ma non è giunto in tempo per abbracciare il Frignani che doveva consegnargli una somma (60 franchi) per lui raccolta a Parigi; vorrebbe rimanere a Moulins, dove ha una «seconda famiglia» che gli ha offerto «un nobile alloggio, un trattamento signorile, una accoglienza sincera ed affettuosa»; gli trascrive il dispaccio 13 novembre '33 del ministro nell'interno D'Argut che lo autorizza a risiedere a Dijon. — Lett. 14ª, da Gannat 27 gennaio '34: si è recato colà per godere la compagnia di alcuni amici, ma l'indomani ritornerà a Moulins donde per Mâcon, dove altri amici lo aspettano, si recherà a Dijon; ha scritto a Pescantini perché solleciti il Frignani a mandargli i 60 franchi; ha visto «il nostro bravo romagnolo Montallegri che è stato nominato capitano della Legione straniera d'Algeri ed in breve otterrà il grado di capo-battaglione». — Lett. 15ª, da Dijon 15 febbraio '33: «....Il deposito italiano che qui esiste, si compone di pochi, ma saggi individui. Mi sono compiaciuto di ritrovare tra essi il bravo capitano Ravaioli di Forlí; egli mi ha accolto con tutta l'affezione romagnola; è un anno da che si è maritato; ed avendo una casa bene avviata, ho convenuto di prendere presso di lui alloggio»; dimostra la difficoltà di tirare avanti con soli 45 franchi mensili; il Frignani, che lo ha aiutato sinora e che trovasi a Montpellier, non ha saputo dargli consiglio sicuro sull'idea di fare il corso di giurisprudenza, per le spese che dovrebbero sostenersi. — Lett. 16ª, 7 marzo '34 al padre: dà notizia di sé e del deposito: «Dodici sono gl'italiani segnati in ruolo e che partecipano del sussidio, quattro modenesi dei quali due studenti, due romagnoli, io compreso, e sei piemontesi...», tutti con risorse proprie, compreso il Ravioli che «dà lezioni di scherma e lucra non poco»; egli solo si trova senza aiuti e però non può darsi agli studî: «ai 15 abbraccierò Pescantini, e poco dopo Frignani che torna a Parigi: se Fanti parla di Mondo Barbetti, gli dica che è in Africa: Pio Pio di Cesena arrivò qui il 18 scorso con altri; nel mentre che si procurava per loro dei mezzi per recarsi in Belgio, il Pio sparí, lasciando tutti i suoi effetti, senza aver potuto sapere a qual luogo si sia diretto, e veramente una tale partenza non ci ha lasciati senza gravi dolori: e perché lasciare i suoi effetti? le sue armi da chirurgo? egli era molto malcontento della sua posizione, nulla sappiamo ancora di positivo». — Lett. 17ª, 16 aprile '34 alla sorella Reparata: le parla molto affettuosamente di tutti i suoi di casa; le commette di salutare «la virtuosa Antonia Rambelli» e di baciare il figlio di lei, Epaminonda: «Frignani ritornando a Parigi mi ha compiaciuto di restare in mia compagnia quattro giorni che ci hanno compensato di una lunga lontananza di sette anni; noi non abbiamo fatto che parlare delle nostre passate vicende: Pio Pio di Cesena è da qualche tempo in queste carceri e verrà tradotto dalla forza armata fino a Calais, da dove si dirigerà nel Belgio». — Lett. 18ª, 26 maggio '34: preoccupazioni per la salute del padre, speranze di miglior avvenire: «Frignani ha assunto di farmi conseguire dal Ministro dell'Istruzione il grado di baccelliere in forza del certificato comprovante i studî fatti in cotesto collegio, onde essere ammesso a questa università di diritto... Dammi notizie de' miei compagni d'infortunio. È piú di un mese che sono senza nuove di Spada: moltissimi rifugiati sono stati esigliati da Bruxelles; fosse egli del numero? non è difficile». — Lett. 19ª, 23 giugno '34, alla madre: dolorosa lettera per la morte del padre (inclusa in altra scritta al Gonfaloniere di Ravenna). — Lett. 20ª, 28 luglio '34: chiede notizie dei suoi; «Frignani è stato sensibilissimo alla mia disgrazia, egli me lo dimostra con una energissima sua in data di Strasbourg dell'11, mi promette di far ogni possibile per conseguire il permesso di andare a Parigi presso di lui, quando sarà colà ritornato» — Lett. 21ª, 19 settembre '34: si rallegra della pensione accordata dal Municipio a sua madre; dà notizie di sé; «Il povero Burracina è a Mende, département de Lozere, a mezzo soldo, cioè con soli 25 franchi al mese: ho fatto sentire a Parigi il bisogno dell'amico, ho instato perché si procuri di fargli ottenere l'intero sussidio, ed in caso sfavorevole gli si facci una colletta mensile per altri 23 franchi, come si è verso qualchedun altro praticato: in un modo o in un altro, spero sarà provveduto»; gli commette di ringraziare tutti quelli che hanno aiutato la sua famiglia nella sventura, specialmente Giuseppe Orioli e i suoi e il segretario Miserocchi. — Lett. 22ª, 23 gennaio '35: il Buraccina è morto mentre si aspettava che il Comitato italiano di Parigi gli ottenesse l'aumento del sussidio; si compiace che il Roatti sia succeduto al padre nella redazione del Diario, impresa lodevole; approva che si scriva a monsignor Marini per interessarlo a favore della famiglia Uccellini; accenna al disegno di pubblicare con due amici un'opera «che non ferendo in nulla parte la politica e la morale potrà senza contrasto essere introdotta in Italia». — Lett. 23ª, 25 marzo '35, alla sorella Reparata: non gli è stato riconosciuto titolo sufficiente per l'ammissione alla facoltà di legge il certificato degli studî fatti nel collegio, ne vorrebbe un altro legalizzato dall'Università di Bologna; «il generale Olini è morto il 22 corrente, tutto il corpo dei rifugiati sí italiani che polacchi è concorso al suo funerale». — Lett. 24ª, 27 maggio '35: ieri arrivarono e furono a trovarlo Achille Montanari e il suo compagno Frignani, dai quali ebbe notizie recenti dei suoi e degli amici di Ravenna; ha udito con rammarico «la morte del buonissimo Montanari e quella di Santucci e di tanti altri»; vive da due mesi in campagna con un modenese e un polacco. — Lett. 25ª, 21 luglio '35: parla dei certificati scolastici che gli sono necessari; poi in un paragrafo per il Roatti, della partecipazione di lui alla diffusione dell'opera di morale, cui intende; in un altro per il Sittignani scherza sulla vita campestre; in uno per l'Ortolani lo ringrazia dei suoi auguri; in un altro per il Rasi si conduole della perdita da lui fatta di una persona cara; e finalmente in uno per la famiglia dà notizie di sé. — Lett. 26ª, 31 agosto '35: dà proprie notizie; «dirai al Roatti che attendo tutti i momenti da Parigi il libraio Decailly coi fascicoli del Dizionario du ménage, col programma del Giornale cattolico e con tutte le informazioni relative; che ha creduto bene di far precedere il Dizionario al Giornale per formarsi un fondo di cassa, necessario a far fronte alle spese dell'associazione di questo, che, come si sa, si paga anticipatamente; e che l'articolo pel Diario l'avrà quando gli spedirò le stampe in discorso». — Lett. 27ª, 27 novembre '35 alla sorella Reparata: dà proprie notizie; ha intrapreso a tradurre opere francesi da diffondere in Italia per mezzo di associazioni e spera di trarne buon profitto sí da poter aiutare la famiglia; «dirai a Roatti che non gli ho spedito il discorso promessogli pel Diario perché quello che aveva scelto era troppo lungo». — Lett. 28ª, 19 dicembre '35: la prima opera tradotta è La morale del Cristianesimo in azione, la quale è stata loro conceduta «dall'editore francese, che è un certo Teodoro Penin, membro di varie accademie» e si stamperà appena siano giunte le liste degli associati; dà istruzioni sul modo di procacciare sottoscrizioni, e si raccomanda a don Carlo Bacchetta, a Giovanni Valli ecc. — Lett. 29ª, 19 dicembre '35, a don Carlo Bacchetta parroco di SS. Nicandro e Marciano in Ravenna: memore dell'amicizia tra lui e suo padre, lo prega di favorire l'impresa della pubblicazione dell'opera predetta e di procacciargli abbonati [nel febbraio '36 il prete rifiutò di ritirare dalla posta le stampe inviategli dal povero esule, la sorella del quale dovette pagare le spese relative!) — Lett. 30ª, 28 gennaio '36: ha spedito a don Bacchetta 60 copie del programma della pubblicazione, una parte delle quali sono per Edoardo Fabbri «da cui ieri ebbi lettera, e mi assicura di trovarmi associati alla nostra opera e di inviar programmi a Roma per tale oggetto»; allo stesso fine ha scritto l'Uccellini all'amico Tozzola in Imola, al Della Scala in Lucca, a monsignor Marini in Roma; «l'opera ha fatto qui molto incontro, l'editore francese ha di già annunziato nel 3º fascicolo la nostra traduzione». — Lett. 31ª, 13 febbraio '36: gli dà lunghe e minute istruzioni per le associazioni, in risposta ai quesiti fattigli dal Fanti; si rallegra che siasi ottenuta la firma di monsignor Falconieri «che può tirare moltissime sottoscrizioni». — Lett. 32ª, 13 maggio '36: si rallegra col Fanti per il matrimonio con la sorella Reparata; dà notizie di sé e come abbia appreso l'arte del compositore in una tipografia; «scrivo un compendio della storia d'Italia dai primi tempi, cioè dall'arrivo d'Enea, sino a tutto il 1835», di cui la parte antica si sta traducendo in francese da un avvocato suo benevolo; i suoi compagni nell'impresa delle associazioni, Roberti e Tavani, si sono messi nel commercio degli aceti e hanno rinunziato tutto a lui; gli dà altre spiegazioni sulla spedizione e distribuzione dei fascicoli: e suggerisce che il fratello Terzo si metta in giro per i paesi di Romagna a procurare associati; all'impresa sua dà favore un certo Monti di Modena, professore di lingua italiana e latina, per mezzo di un suo zio, canonico in quella città; si duole della morte del Tozzola, ancora tanto giovine. — Lett. 33ª, 18 maggio '36: altri schiarimenti sull'associazione e ricerca di un corrispondente di Livorno, che fu Giuseppe Magherini; spera che in giugno sia pronto il 1º fascicolo. — Lett. 34ª, 15 luglio '36: altre istruzioni sullo stesso argomento; è stato malato di reumatismi e non ha potuto lavorare; ma ora lo supplirà un altro emigrato, Lolli, che ha con lui appreso la tipografia. — Lett. 35ª, 26 settembre '56: il 1º fascicolo della sua pubblicazione è già stampato e sarà a giorni spedito in Italia; ne manderà a Ravenna 250 copie. — Lett. 36ª, 4 novembre '36: oltre alla notizia dell'invio del 1º fascicolo, si ha in questa lettera il primo accenno alla grave controversia tra l'Uccellini e il Frignani, della quale si parlerà piú sotto. — Lett. 37ª, 4 gennaio '37: manda altri fascicoli; l'ultimo dell'anno ha visto don Casimiro Rossi «che andava a Parigi a servire il Nunzio apostolico in qualità di segretario»; loda l'idea del fratello Terzo di avviarsi alla carriera ecclesiastica. — Lett. 38ª, 21 gennaio '37: tutta relativa alla controversia suaccennata. — Lett. 39ª, 5 marzo '37: accenni alla questione stessa; avvertimenti per la nota pubblicazione; il sussidio governativo è stato diminuito di un quinto e il Prefetto ha ordine di non accogliere reclami; «penso di scrivere a Rossi per sentire se ha modo di farmi pervenire al Ministro una mia istanza diretta ad ottenere l'intero sussidio». — Lett. 40ª, 1 aprile '37: dà schiarimenti sulla spedizione dei fascicoli dell'opera pubblicata per associazione; dimostra che sul primo fascicolo ha perduto franchi 198; don Rossi gli ha risposto che non si può ottenere l'intero sussidio, di modo che si trova ridotto con 36 lire mensili; si meraviglia che il fratello Terzo abbia preso moglie senza avvertirlo prima. — Lett. 41ª, 22 luglio '37 alla sorella Reparata: dà notizie di sé; al cognato Fanti: parla della pubblicazione della Morale, che egli non può continuare con 100 abbonati, perché ne bisognerebbero almeno 300; si giustifica rispetto ai lamenti degli associati per l'interrotta pubblicazione; ha già sotto i torchi il 1º fascicolo della Storia d'Italia contenente «la descrizione geografica, politica e storica per ordine cronologico dello Stato romano e della repubblica di San Marino; sebben redatto nel nostro idioma deve servir per la Francia». — Lett. 42ª, 7 dicembre '37: «Ammalato, senza legna, senza tabarro e senza tante altre cose necessarie; afflitto per la malattia pure di quella, da cui solo posso sperar conforto, tu puoi arguire qual è la mia posizione. Un mio amico ha preso l'assunto di proseguire la stampa della mia operetta. Di piú mi promette di stampare un diario, che ho dedicato ai Romagnoli [intitolato: Il Romagnolo, diario per il 1838]»; ne manderà copie perché si vendano a suo profitto. — Lett. 43ª, 4 gennaio '38; manda 500 copie del Romagnolo, da vendersi a 10 baiocchi l'una; sarà tradotta in francese la sua operetta sull'Italia e il Tissot, professore di filosofia al Collegio reale, ha redatto il programma per l'abbonamento; perciò ha bisogno di alcuni libri per compierla e commette al Fanti di inviarglieli. — Lett. 44ª, 24 maggio '38 al fratello Terzo: ha ricevuto i 150 franchi, prodotto del Diario, e aspetta sempre i libri commessi e il giornale modenese La voce della verità; è fidanzato alla signorina Sofia Berger e la madre di lei, signora Royer, ha scritto al Gonfaloniere di Ravenna per avere informazioni sulla famiglia Uccellini; procaccino quindi per mezzo del segretario Miserocchi perché la risposta sia favorevole: «basterà il dire che mio padre era impiegato nella Comune, che l'ha servita onoratamente e con zelo, che in premio del suo lungo servizio la famiglia gode ora una condegna pensione, che abbiamo sofferte molte peripezie, che non abbiamo avuto mai a soffrire alcun processo criminale»; parla a lungo di molti amici ravennati.. — Lett. 45ª, 11 luglio '38 alle sorelle Reparata e Vigilia: è arrivata la risposta del Gonfaloniere alla signora Berger, di sua piena soddisfazione perché attesta la onorabilità della famiglia; è uscito il 1º fascicolo della sua opera, che ha già 100 associati, ma ne bisognerebbero 500; ha ricevuto i documenti necessari per il matrimonio che avverrà presto; parla di cose domestiche. — Lett. 46ª, 25 Ottobre '38: ha ricevuto i libri e un ragguaglio letterario steso per lui da Giulio Guerrini; manderà l'almanacco per il seguente anno, «redatto coi fiocchi», e spera che sarà subito venduto — Lett. 47ª, 14 dicembre '58: ha spedito l'almanacco. — Lett. 48ª, 31 gennaio '39, alla sorella Vigilia: si duole che l'almanacco sia giunto in ritardo e non si sia venduto; accenna alle traversie che hanno mandato a monte il disegno del suo matrimonio. — Lett. 49ª, 16 maggio '39, alla madre: dà notizie di sé: «quantunque non sia mia abitudine di occuparmi di politica, pure per tranquillizzarvi pei gridi sinistri che circoleranno dopo gli avvenimenti del 12 e 13 del corrente, deggio dirvi che l'ordine e la tranquillità è rinata in Parigi, e che tutti gli sforzi degl'innovatori resteranno senza successo fin che il Governo può disporre della Guardia nazionale, che per la sua forza fisica e morale è l'arbitra dei destini della Francia». — Lett. 50ª, 20 luglio '39: affari privati; «Frignani ha pubblicato la sua pazzia nelle carceri, volendo imitare Silvio Pellico; non so qual esito avrà questa sua opera; io l'ho sott'occhio, è ben scritta se il ramassar parole scelte ed il passarle mille volte pel setaccio si chiama ben scrivere, ma manca d'azione, di passione e di quello spirito drammatico che dona colore e forza alla narrazione. In essa sono menzionati molti distinti personaggi di Romagna, tra i quali l'abate Maccolini, il dottor Anderlini, il conte Fabbri, Domenico Farina, ecc., ma non parla che di persone distinte o per natali o per lettere; tutti gli altri suoi amici che hanno avuto molti affari con lui e che sono del rango degli operai sono lasciati da parte: parla del dottor Lorenzo Urbini e lo taccia di matto, fulmina Torricelli perché lo accolse di mal garbo a Firenze al momento della sua fuga»; ringrazia per le notizie ravennati; «penso di scrivere una lettera di condoglianza al figlio di Pasolini; qualunque fosse l'opinione di suo padre, è certo ch'ei nelle circostanze le piú difficili mostrò molto attaccamento al suo paese e lo serví con zelo; ciò basta perché meriti d'essere compianto [si tratta di Pier Desiderio Pasolini, patrizio ravennate, morto il 10 giugno 1839 e padre di Giuseppe, che fu poi ministro di Pio IX e di Vittorio Emanuele II e presidente del Senato italiano]; il Governo francese a poco a poco riduce i sussidi agli emigrati, forse per lasciarli liberi dalla dipendenza dal Ministero dell'interno. — Lett. 51ª, 25 agosto '39, alla famiglia: il sussidio governativo è ridotto al minimo, è impossibile trovar un impiego, impossibile il dar lezioni perché «due vecchi piemontesi qui rifuggiti sino dal 1821 assorbono le lezioni come il serpente boa assorbe i conigli»; non si può mutar paese senza il permesso del Governo; non si può far un buon matrimonio; ha tentato la produzione letteraria con l'aiuto del professor Tissot e di Jules Pautet pubblicista e scrittore, e ha pubblicato i due primi fascicoli di un lavoro sull'Italia relativi allo Stato della Chiesa, ma il commesso che amministrava l'impresa gli ha rubato 800 franchi; non ha potuto quindi pubblicare il 3º fascicolo, concernente il regno di Napoli; fallita questa impresa, è rimandato a tempo migliore il matrimonio con la Berger; ha pensato di darsi al commercio dei generi alimentari italiani, e perciò chiede campioni di olio, vino, frutta secche ecc. — Lett. 52ª, 6 novembre '39 a Demetrio Orioli: fino dal 26 ottobre ha mandato al Fanti il manoscritto del Diario per il 1840 perché si stampi a Ravenna a cura di Giulio Guerrini; spera che se ne venderanno un migliaio di copie e di ritrarne tanto da potersi trasferire nel Belgio; ivi «degli amici d'influenza mi procureranno il sussidio ch'è di 45 franchi, inalterabile, ed un impiego: di già un redattore d'un giornale a Gand, in seguito delle premure d'un rifuggito mio intrinseco [lo Spada?] «m'aveva offerto un impiego di due mila franchi; all'anno: ma nella questione del Luxembourg fu arrestato e la pubblicazione del giornale è ancor sospesa... Quella che destino mia sposa mi seguirebbe...»; là si potrebbe viver meglio, perché i viveri sono a buon mercato; «la Francia è stato un buon paese nel principio dell'emigrazione, tutti vi volevano, tutti v'abbracciavano: v'era emulazione nel fare del bene ai rifuggiti; ma passato questo primo trasporto, questa furia dell'asino che trotta, addio fichi»; si raccomanda dunque per la stampa e lo spaccio del Romagnolo. — Lett. 53ª, 17 dicembre '39 alle sorelle Reparata e Vigilia: spera sia stampato il Diario; racconta che due rifuggiti (Gallerati e Pirra, l'uno lombardo e l'altro piemontese) sono stati arrestati come falsi monetari, e questo ha gittato il sospetto e il discredito su tutti gli altri emigrati; vuol sapere se è viva la madre dell'emigrato Giuseppe Numaj di Forlí e se un altro emigrato, Francesco Pomatelli di Ferrara, abbia persone di famiglia che possano pagare 90 franchi per lui; vorrebbe dall'amico Guerrini un sommario storico della Repubblica di S. Marino. — Lett. 54ª, 25 dicembre '39: si duole che non siasi potuto stampare il Romagnolo, da cui sperava trarre un aiuto. — Lett. 55ª, 14 gennaio '40 alla madre: «Un rimpatrio? e se non l'accettassi? mi rendereste un bel servizio! mi fareste perdere il meschino sussidio che la Francia m'accorda. La mia miseria? Dunque si sono scancellate dalla vostra memoria le prove di fermezza che in altri tempi offersi contro le avversità che mi avvilupparono? La miseria? non è forse il retaggio del proscritto? Un rimpatrio? lo considerate voi su tutti i suoi diversi rapporti? ne conoscete voi a fondo l'entità? lasciamolo, lasciamolo in riposo per ora»; si consola che la sua miseria è effetto di disgrazie, non di vizi; «partendo da Moulins ebbi ampi certificati da quelle autorità; partendo da Auray n'ebbi egualmente; partendo da Dijon n'avrò pure; e ritornando un giorno in patria dirò a certuni: Fui nell'estremo bisogno, chiesi l'obolo di Belisario, mi fu ricusato, ma, vedete, mai prevaricai»; attende le risposte che dovranno deciderlo a recarsi nel Belgio. — Lett. 56ª, 2 marzo '40, alla famiglia: «Tentate di raccogliere quel che si può per mettermi nel caso di trascinarmi a Bruxelles, ove per l'impiego che ho ottenuto posso infine godere un'esistenza piú agiata»; a ciò concorrano i suoi benevoli, il Fanti, Giuseppe Orioli, i Boccaccini, il segretario Miserocchi; dà altre notizie di sé. — Lett. 57ª, 28 aprile '40: si duole della morte «del buon Giuseppe» e della malattia dell'amico Guerrini; «ma Terzo è un pazzo, perché esporsi cosí? quando uno ha moglie e figli bisogna che sia circospetto e che scansi le occasioni pericolose: come il male non è grave credo ben fatto il costituirsi: oh la vita dell'errante quanto è mai dura! ma che impari ad esser piú saggio e pensi che la sua vita non appartiene piú a lui, ma a sua moglie ed ai suoi figli»; si raccomanda perché a suo vantaggio si dia un'accademia musicale; le «Mie pazzie di Frignani non hanno ottenuto qua il minimo successo: Mr. Nicolas stesso, direttore des assurances mutuelles contro gl'incendi che n'è il traduttore invece di Mr. St. Hildelfonse, me ne diede una copia in italiano che lessi e spedii a Spada: so che Mr. Nicolas ha garantito per le spese della stampa, e so che a gran stento si trova modo di pagarle. Se le Mie pazzie movono curiosità in Romagna, ciò è l'effetto di circostanze particolari indipendenti dalla volontà dell'autore. Se i Romagnoli dovessero leggere i graziosi opuscoletti di Mr. De Cormenin sopra la lista civile, si scuoterebbero tanto quanto i Francesi si scuotono nel leggere le Mie pazzie di Frignani; perché quando si tratta una materia locale e coi colori locali, essa non vive che nel luogo che le è proprio: è una pianta esotica che non vegeta che nel suo suolo. Ma perché dunque Silvio Pellico piace a tutti? perché il suo racconto è basato sulla morale, sentimento comune a tutti gli uomini, sulla rassegnazione evangelica, virtú pregiata da tutti, e le Mie prigioni di Pellico sarebbero piaciute, io credo, anche nella China. E poi quello stile semplice, sí diverso dall'affettato di Frignani? Quanto prima deve rendersi a Marsiglia un mio amico, l'incaricherò di farti pervenire per la via di Toscana la Mia pazzia, a condizione però che non diverrai pazzo tu stesso»; gli manda per la riscossione una tratta di mille franchi dovuti al libraio Forey di Beaune da Giuseppe Numaj, che era stato tre anni prima al servizio del Forey, poi aveva aperto una libreria a Seuzze, quindi era andato a Lione, dove «fu riconosciuto, arrestato e condotto di brigata in brigata sino alle frontiere del Belgio». — Lett. 58ª, 4 maggio '40 ai concittadini: è un appello alla loro generosità perché lo aiutino sí che possa trasferirsi nel Belgio, dove Mr. Sanmart, amico dello Spada, gli ha procurato «un impiego di 600 franchi all'anno, alloggio e vitto» [la data 4 maggio sembra alterata d'altra mano; forse la primitiva era 4 marzo sí che questo appello potè essere mandato con la lett. 56ª, alla quale interamente consuona]. — Lett. 59ª, 8 maggio '40, alla famiglia: aspetta sempre gli aiuti necessari per potersi recare nel Belgio; dà notizie di sé e delle sue miserie. — Lett. 60ª, 5 giugno '40: «In questo punto ricevo una lettera da Spada, professore come sapete di lingua italiana nel collegio di Namur in Belgio. Ei si è recato per me a Bruxelles, e come il governatore di Namur è divenuto primo ministro, l'ha vivamente interessato per farmi avere il sussidio de' 45 franchi. Il Governatore ama molto Spada, l'invitava sempre alle sue conversazione, e perciò mi dà a sperare di riuscire: 45 franchi riuniti a 50 dell'impiego, vitto e alloggio pagato, non posso che star bene»; ma non sa come andar colà senza gli aiuti sperati, tuttavia partirà ad ogni modo né scriverà piú che da Parigi o da Bruxelles. — Infatti la lett. 61ª, 15 settembre '40, è scritta da Parigi, dove l'U. dice esser giunto «da vari giorni», incantato dalle meraviglie della città: «Resterò qui ancora qualche giorno per esaudire i vóti di tante antiche conoscenze, e specialmente per favorire Madama Berger che da poi qualche mese si è stabilita qui per compiere l'istruzione di Sofia nell'arte della pittura... Oggi vado a vedere Rasi;... anderò pure a vedere Gatti; mi dispiace che sua moglie, che occupa un rango sí distinto nel corpo de' letterati sia a Bruxelles; ma ei mi farà una lettera onde abbia l'onore di fare la di lei conoscenza»; dice che non sapeva come procurarsi i mezzi di fare il viaggio e che, dopo i rifiuti di sussidio avuti dal Ministro dell'interno, ebbe un'idea: «fu quella di redigere delle Effemeridi per Dijon e pel dipartimento de la Còte d'or; in men d'un mese il lavoro fu compito, approvato, e l'ho venduto 200 franchi; e con tal somma ho potuto vestirmi e sostenere il viaggio: io ve ne spedirò una copia onde possiate conoscere il paese che mi ha dato asilo durante 6 anni; buon paese, ma privo di risorse, senza industrie e senza commercio, ove il partito del progresso ha buon cuore, ma pochissimi mezzi»; ha sentito dire che Duilio Scala è in Parigi, ma non ha saputo dove abiti; spera che gli affari vadano bene sí da poter chiamare presso di sé la Vigilia o la Festa; gli rispondano a Namur, «rue des Lombards, chez Madame Gerand».

Si è accennato sopra, a proposito delle lett. 36ª, 38ª e 39ª, ad una controversia tra l'Uccellini e il Frignani, la quale, sebbene entrambi non ne facciano parola nelle loro Memorie, va raccontata, come testimonianza dei dissidi, cosí poco e mal conosciuti, tra i nostri proscritti politici. Il primo accenno è nella lettera del 4 novembre 1836: «Una voce, non so da che mossa, sorge ora a dilaniare la mia fama ed a sottopormi all'accusa di esser stato in patria un capo di scellerati, un traditore, un venale al segno d'aver venduto per la vil somma di 30 paoli l'amicizia e l'onore. Quanto pesi al cuore una simile taccia, quanto dolore arrechi, ognuno che pregia l'onoratezza lo può da sé arguire. A che mi hanno servito tante pene e tanti sacrifizi? Se il giudizio della mia coscienza non mi sostenesse, assicurati che l'accusatore avrebbe su di me ottenuto il trionfo che si è prefisso. La testimonianza vostra può sola guarirmi da queste funeste ferite, che mettono in pericolo la mia vita morale; e voi non saprete negarmi quanto la verità mi dà diritto di reclamare. Piú tardi vi farò conoscere il fatto. Amo che la testimonianza che da voi sollecito sia concepita in questi termini: — che io ho sempre goduto in patria la stima de' miei cittadini; che l'amicizia non ha a rimproverarmi mancanze di fede che discreditino l'uomo e lo rendano indegno dell'altrui benevolenza; che niun allettativo m'ha sottratto da' miei doveri; e che per tale condotta mi furono confidati impieghi delicati...». La testimonianza fu subito formulata, amplissima e solenne: il 25 novembre '36 avanti il notaio ravennate Gaetano Achille Santucci si costituirono i signori il conte Francesco di Giovanni Lovatelli, avv. Gabriele del fu Giulio Guerrini, avv. Antonio del fu Giovanni Garzolini, dott. Giacomo di Domenico Montanari, dott. Scipione del fu Vincenzo Urbini, dott. Giuseppe del fu Sebastiano Valentini, dott. Domenico del fu altro dott. Domenico Guarini, Carlo del fu Luigi De Rosa, Alessandro del fu Giuseppe Bagnara, Giuseppe del fu Felice Taffi, Angelo del fu Lodovico Gavina, Antonio di Lorenzo Morigi tutti possidenti, Pietro del fu Melchiorre Runcaldier, Gaetano del fu Giuseppe Testoni, Giuseppe del fu Francesco Orioli, Mariano del fu Francesco Meldolesi, possidenti e negozianti, Romualdo del fu Paolo Miccoli contabile e Domenico del fu Giovanni Buranti cursore anziano presso il tribunale, tutti maggiorenni e salvo il conte Locatelli superiori agli anni quaranta; i quali, dichiarando di aver conosciuto «assai da vicino il giovane Primo Uccellini... di questa nostra Patria,... con tutta asseveranza» fecero fede «essersi egli sempre contenuto in quei doveri che sono dell'uomo onesto e dell'educato cittadino: esso ha dimostrato in ogni incontro di essere buon figlio ai suoi genitori, leale amico agli amici, ingenuo di carattere, onesto di costumi, di buona morale e di non comune ingegno; cosicché per siffatte sue qualità meritamente godeva e gode tuttora in patria fama di onest'uomo, a carico del quale non si è mai sentito a dir cosa, che offender potesse la sua riputazione: esso ha coperto in patria piú d'un impiego ed anche in questi incontri ha saputo dar prove di sua onestà, di probità e di saggezza, maggiore fors'anche di quella, che dalla non matura sua età era da ripromettersi; per le quali cose, a lode del vero, che esponiamo, ci troviamo in obbligo di commendare a larghe parole la morigeratezza de' suoi costumi e quella sua ingenuità, che lo resero caro a tutti que' molti che o per affari o per amicizia ebbero occasione di avvicinarlo». L'atto, scritto e firmato nelle forme legali, registrato dall'ufficio del Registro, ratificato dal Gonfaloniere di Ravenna Carlo Arrigoni e dal viceconsole di Francia dott. Giovanni Valli, fu spedito in Dijon all'Uccellini, il quale se ne valse per ismentire le accuse sparse contro di lui. Da chi e come queste accuse procedessero dice l'Uccellini stesso nella lettera, che in parte qui si riassume, del 21 gennaio 1837 al cognato Giulio Fanti: accennata la lunga amicizia che fin dall'infanzia lo aveva legato al Frignani, descritta la florida condizione di lui in esilio (perché aveva preso moglie e si era stabilito presso la famiglia di lei in Mâcon, fruendo dell'alloggio e del vitto gratuito, aveva guadagnato con la pubblicazione dell'Esule e col dar lezioni di lingua italiana, e risparmiava una buona parte del sussidio governativo) al confronto della miseria propria (che spiega raccontando di nuovo le sue vicende già a noi note, nei vari depositi, in Bretagna e a Dijon), narra come il Frignani non volesse prestargli aiuto traducendo o rivedendo la traduzione dei fascicoli delle note sue pubblicazioni (cfr. le lettere 25ª e seguenti), anzi intralciasse in ogni modo l'impresa e giungesse persino a richiedergli «continuamente d'inviargli dieci franchi» dei quali esso Uccellini gli era debitore. «Tutto ciò, egli dice, mi mise di malumore, e gli scrissi una lettera non offensiva, ma espressa in stile ironico, dichiarando che se proseguiva a seccarmi in tal guisa, a ricusarmi la sua cooperazione diretta, io avrei gettato tutto al fuoco. Quella lettera dovette essere per lui peggio che un colpo di cannone, perché la risposta fu di disdirmi la sua amicizia e a rinnegarmi per cittadino. Non contento di ciò, ebbe la perfidia di scrivere agli emigrati di qui, accusandomi di essere stato in patria un traditore, un scellerato, un infame, un caporione dei perversi, e di essermi venduto per denari. Potete imaginare qual effetto produsse fra gl'Italiani una tale accusa, e come io rimasi oppresso da una sí nera taccia. I miei antecedenti erano noti, io li misi allora vieppiú in chiaro; e gli emigrati amici della giustizia e della ragione mi accordarono un tempo opportuno per far constare con documenti autentici le mie assertive. Scrissi a tutti i proscritti italiani che ben mi conoscono, e n'ebbi risposte favorevoli; scrissi a voi, e il documento che m'inviaste finí per far svanire l'accusa di Frignani. Il Deposito gli scrisse risentitamente: allora cominciò a dire che non aveva inteso di toccare la mia qualità politica in riguardo al paese, ma rapporto a lui solamente. Vive dispute sono nate tra il Deposito di Mâcon e di Dijon; e riflettete bene che Frignani dalle lettere successive scritte agli emigrati di qui ha cosí indebolito la sua causa, che si era ridotto a chiamarmi semplicemente un sleale; e questa sua incongruenza è stata per me la migliore giustificazione del mondo. Come, direte voi, Frignani ha potuto per delle personalità commettere una perfidia tale? La paura di perdere la mercede assegnatagli per la traduzione del mio giornale, l'acciecò, lo sconvolse tutto, e per uccidermi, trovò l'espediente di toccare il punto delicatissimo della politica. Che sarebbe stato di me, se qui vi fossero stati dei fanatici? Frignani nascondeva nella sua accusa altri fini che or bene appariscono e che lo caratterizzano per qual egli è veramente. L'altro giorno venne qui per accomodare alcuni suoi affari col Tipografo che gli ha stampato un certo suo libercolo [dovrebbe essere quello delle Profezie sopra l'Italia, stampato a Dijon 1836, nella tipografia Brugnot]. Io mi prevalsi di questa occasione per avere con lui un colloquio alla presenza di altri Italiani: la disputa fu viva ed animata; e lo ridussi al punto che dichiarò non esser stata la sua accusa che un'induzione. Ciò non mi basta: il mio onore non è abbastanza soddisfatto; bisogna che metta in iscritto quanto ha proferito nel mio ultimo colloquio e che ritiri dalle mani degl'Italiani la lettera d'accusa: pare disposto a far tutto ciò, per quanto mi vien riferito da chi si è intromesso in questo affare. Non crediate però che possi riavere la mia amicizia. Oh no, certamente: un uomo tale n'è indegno. Il tempo farà vedere chi ha piú buon cuore, se io o lui. Egli mi ha fatto de' piaceri, non lo nego, tutto il mondo lo sa; ma ne ha perduto il merito dall'istante che me li ha sí pubblicamente rinfacciati: io ho tenuta nota di tutto ciò che gli devo, e sarà mia premura di soddisfarlo. Eccoti una risposta categorica, precisa e genuina alla tua del 2 corrente. La storia è tale quale te l'ho riportata con quel linguaggio naturale e franco che si richiede: tutti i documenti dell'accaduto esistono presso gl'Italiani, e temo che l'affare avrà delle conseguenze ben triste per Frignani». Se cosí terminasse la faccenda, come l'Uccellini s'imaginava, noi non sappiamo; ma ben conosciamo, della incresciosa controversia, alcuni altri particolari che rappresentano, per dir cosí, l'altra campana. Poiché tra gli altri, ai quali l'Uccellini mandò in Mâcon le sue giustificazioni e documenti, fu un esule modenese, il dottore Gavioli (forse quel dott. Emilio che è accennato dal Vannucci, I martiri, ediz. cit., vol. II, p. 85), il quale il 12 dicembre '36 gli rispose una lettera lunga e violenta, che è tutta un'apologia della persona del Frignani e una censura della condotta dell'Uccellini. Racconta che il Frignani da lui interrogato dichiarò verissime tutte le cose dette in onore di Uccellini dalle persone tutte onoratissime e stimatissime sottoscritte nel documento ravennate, ma che verso di lui l'Uccellini era colpevole di molti atti d'ingratitudine; che anche il capitano Ravaioli s'era doluto di lui; e che maggiori spiegazioni avrebbe date in una riunione da tenersi tra gli esuli. Questi si riunirono una sera presso il Gavioli: «Frignani letta la prima lettera ch'egli diresse agl'Italiani suoi amici a Dijon, soggiunse: Intendete voi che io per questa lettera abbia accusato Uccellini qual traditor della patria? No, dicemmo ad una voce; questo non apparisce; ma sibbene che ha tradito la tua amicizia e la tua causa che difendevi nella Speranza contro un Piavi, il quale ha dovuto poi essere un traditore. Cosí è, rispose il Frignani». Dopo altri discorsi inconcludenti si venne poi alla lettura della risposta dei sei e cioè di sei esuli italiani dimoranti in Dijon; i quali erano due a lui ignoti, uno da lui veduto solo una volta e per caso, due modenesi poco favorevolmente giudicati dai lor concittadini (uno di questi il Tavani, l'altro non è nominato) e finalmente il Gentilini, «del quale Frignani non dice altro se non che lo ama e lo stimerà sempre, amico ovvero nemico che gli sia» e che già gli aveva per mezzo del Ravaioli fatte le sue scuse per aver firmato quella risposta. Alla lettera dei sei replicò il Frignani con un'altra (è sempre il Gavioli che scrive tutto questo all'Uccellini) «tanto chiara, vera, giustificativa e dichiarativa,... per la quale si vede ad evidenza palmare ch'egli non ha mai detto, e non ha mai voluto dir altro, se non che voi siete uno sleale uomo e che avete sempre risposto con ingratitudini nere e con perfidie ai generosi attestati di sua amicizia. Il traditor della patria è dunque una parola che avete inventato voi per far chiasso con gli sciocchi per muoverli a compassione di voi e per aizzarli contro Frignani». E qui segue una gran lavata di capo, una sfuriata mista d'improperi e di consigli, all'Uccellini, al quale ricorda: Frignani «vi perdonò una grave ingiuria che gli faceste nella Speranza, e vi ridonò la sua amicizia e la sua stima.... perché, essendovene voi pentito, vi dimostraste poi onorato giovane in tutte le azioni vostre di parecchi anni in Italia». Lo ammonisce poi che sarebbe vano qualsiasi tentativo di attaccare il Frignani in Italia per l'onorato nome e l'autorità di cui vi gode; vano di attaccarlo in Francia, dove egli è in tanta estimazione: «Cresce sempre di giorno in giorno la fama sua; e meritamente, perché dice cose utili, vere e degne: e le dice con tanta bontà di stile e di lingua, che non pochi sono quelli, pure scrittori lodati, che gli hanno nobile invidia. Lasciatelo ancora scrivere cinque o sei anni (poiché egli è scrittor giovanissimo), e vedrete che non solamente Ravenna si loderà di un tanto suo onorato figliuolo, ma Italia pure vorrà compiacersene. Queste cose veggono e sanno tutti; e se voi non le sapete, domandatene ai Tommaseo, ai Mamiani, ai Pepoli e a tanti altri chiarissimi scrittori nostri che sono in Francia: domandate loro qual'è l'opinione che hanno del Frignani, come giovane scrittore. Ovvero, se di mala voglia vi faceste ad ascoltare quello che diranno, ma voleste sapere quello che s'è detto, pigliatevi il Reformateur, e leggete quello che di lui ha stampato il Lamennais d'Italia, voglio dire Tommaseo; poi vergognatevi della vostra bassa e ignorante invidia.... Vergognatevi ancora in pensare, che quando costí erano buoni italiani, non avevano sciocca invidia a Frignani, ma amore e stima. Leggete il giornale che si pubblica a Dijon, e vi troverete articoli in lode della Vita di Dante, scritta dal Frignani; e sappiate che chi lo lodava era l'ottimo e dotto Corsi. Tacerò le lodi che di lui hanno piú volte pubblicate i Francesi, gli Svizzeri e i Belgi; e fra questi la chiarissima signora de Gomont, oggi moglie di Gatti ravennate, la cui antica e adorata amicizia con Frignani voi avete pure tentato sturbare. Ripensate a tutte queste cose, e vergognatevi; ma sopratutto vergognatevi delle vostre nerissime ingratitudini.....» La sfuriata del medico modenese mi ha tutta l'aria di un'auto-apologia del Frignani, dal quale forse fu dettata al compiacente amico. Certo, se il Frignani non la dettò, molto se ne teneva perché, trascrittala di suo pugno e fattala firmare al Gavioli e autenticare al Maire di Mâcon, la mandò a Ravenna ai firmatari della testimonianza in favore dell'Uccellini, del quale in una lettera, del 15 dicembre indirizzata al notaio Scipione Urbini per lui e per tutti gli altri che avevano firmato, denunziava le opere indegne e le ingratitudini, le bassezze e le slealtà! E a questo proposito ricordava come «davanti un popolo di proscritti, che, pochi mesi fa, ascoltavano una sua orazione funebre, letta sopra una tomba», avesse detto: «L'esilio è castigo piú pericoloso e sotto il quale è piú lubrico il fallire che non sotto gli stessi martori e la carcere. Infiniti esempi, e funesti, ne abbiamo davanti i nostri occhi: giovani presuntuosi, incauti, mal fermi nella prudenza e nella virtú, i quali avresti alle case loro reputati santissimi, imperversati insaniscono, a sé non meno che all'Italia innocente, apportando vitupero e rossore»; e concludeva che «cosí appunto incontra ad Uccellini».

Fra i molti che lessero a Ravenna le scritture del Frignani e del Gavioli fu Giulio Fanti, il quale mandò al suo concittadino una bella e onesta lettera, che è anche una meritata lezione: «...Voi potevate (ne cito i passi piú salienti) prendere da quella carta [il documento ravennate del 21 nov. '36], se cosí vi piaceva, argomento a tessere, siccome faceste, il vostro elogio, senza dilaniare la fama di colui col quale aveste comune la Patria ed aveste comuni le disgrazie. Io non saprei ben dire, se a vergar quelle righe v'abbia mosso piú presto la manía di screditare Uccellini, oppure il desiderio che qui si conosca aver voi nome di eccellente scrittore, e di oratore che le gesta del trapassati sulle lor tombe encomia. Le quali cose come sarebbero belle dette di voi da altri, altrettanto si deturpano leggendole scritte di vostra mano...»; seguita poi esprimendogli il comune dispiacere dei parenti e degli amici per la questione sorta fra i due concittadini, gli dimostra la scorrettezza dell'aver reso pubblico, e in qual modo!, un privato dissidio, gli dice d'aver scritto anche al Gavioli il quale avrebbe dovuto comporlo anziché acuirlo, lo invita a «cessare di bersagliare un infelice» che nelle sue lettere aveva sempre fatti i piú grandi elogi di lui e persino richiedendo il certificato non aveva detto il nome dell'accusatore, e conclude esortandolo a pacificarsi con l'Uccellini secondo il desiderio di «tutti i buoni che di siffatta inimicizia vanno assai dolenti.» Il silenzio dei ravennati e le lettere del Fanti dovettero sapere di forte agrume ai due amici di Mâcon; i quali si misero d'accordo e gli risposero entrambi, con lettere separate, il 23 gennaio '37. Il Frignani con tono dapprima burbanzoso giustifica come effetto di sincerità la diffusione delle proprie lodi e si lamenta che l'Uccellini avesse scritto contro di lui anche a Bruxelles, a Giovanni Gatti («e il tenore mi fu manifesto per le acerbissime parole che esso Gatti mi scrisse e le quali turbarono la nostra antica amicizia, fino a che gli ebbi palesate le ragioni mie»); ma poi abbassando la voce si dice disposto a perdonare il passato e a tacere purché non sia provocato; da ultimo fa un grande elogio del Gavioli (generoso con gli amici, medico insigne, «lui, che, italiano, fu segretario della principale accademia medica di Francia, e la cui parola è tanto autorevole, eziandio presso a deputati ed a ministri, che moltissimi tra quelli, i quali, per aver fatto parte della sventurata spedizione di Savoia, perderono la pensione, a lui non hanno ricorso invano per riaverla») dolendosi che il Fanti gli abbia scritto in modo poco conveniente: ed il Gavioli, anch'egli cominciando col fare altezzoso dell'uomo «molto piú avvezzo a dare che a ricevere consigli», afferma cattiva la condotta dell'Uccellini non solo per il «procedere suo verso il Frignani, ma ancora per testimonio del procedere suo verso degli italiani che sono in Dijon», ma poi a un tratto abbassando pur esso il tono si dice disposto alla riconciliazione, come v'è disposto il Frignani, e a fare presso «questo onorando giovane» le opportune insistenze: «chi onora la patria in esilio è mio amico; chi la vitupera, mio nemico; di tal natura è il mio attaccamento al nome italiano.» La tempesta finiva cosí in un bicchier d'acqua; né alcun'altra traccia ho trovata se non una lettera del Frignani al proprio zio Cesare, dello stesso giorno 23 gennaio, nella quale gli trascrive la risposta mandata al Fanti, facendola precedere da parecchie chiacchiere inconcludenti; se ne ritrae per altro che a Ravenna non si fosse dato un gran peso alle accuse del Frignani, che finisce montando sul cavallo d'Orlando: «Se Uccellini fosse cosí sprezzato in Ravenna, come è sprezzato in Francia da tutti que' pochi che lo conoscono, io mi vergognerei di farmegli incontro per combatterlo... Ma a Ravenna non posso cosí sprezzare quest'uomo, come fo qua, s'egli è vero ch'egli sia cosí stimato come attesta il certificato. Per la qual cosa potrei essere forzato di combatterlo costí, come combattei un tempo Mazzoni e Piavi, dichiarandoli infami, quando tutti pensavano fossero degni liberaloni: e non avevano di liberale che la corteccia di fuori, e nel di dentro erano pieni di iniquità; la quale fu poi manifesta per le circostanze in che si trovarono due anni dopo».

Da un riavvicinamento malizioso tra l'Uccellini e il Piavi (cfr. p. 174) era sorta la contesa tra quello e il Frignani; con un ricordo analogo finisce questo triste episodio, che rispecchiava del resto la lotta di due tendenze opposte: il Frignani, posto dalla fortuna in condizioni d'agiatezza e innebbriato dei sogni di gloria letteraria, aveva temperati i propri ardori d'un tempo e s'era volto a quella parte moderata dell'emigrazione che seguiva il Mamiani, il Gioberti, il Tommaseo; l'Uccellini, duramente provato dalla miseria e letterato soltanto per procacciarsi il pane salatissimo, era rimasto fedele alle vecchie idee carbonaresche ringiovanite dal Mazzini. L'uno restò sempre in Francia e vi morí ricco di guadagni fatti traducendo gli Annali della propagazione della fede; l'altro tornò povero in patria ad affrontare nuove persecuzioni, decorosamente sostenute, per mantener fede alle idee che lo avevano sospinto ancor giovine alle carceri e nell'esilio. Entrambi ebbero la virtú di tacere, nei molti anni che vissero ancora, l'episodio della loro turbata amicizia; che ora non sembrerà inopportuno l'aver rivelato, perché è pur esso un elemento per conoscer meglio uno dei capitoli piú oscuri della storia del nostro Risorgimento: la vita dell'emigrazione politica italiana.

[LII.] La lettera 62ª, da Bruxelles 18 ottobre 1840 alla sorella Reparata, contiene piú minuti ragguagli del viaggio dell'Uccellini e dell'incidente di frontiera: egli vi racconta che prima di lasciare Parigi visitò Aristide Rasi, il quale si disponeva ad abbandonare la professione di orologiaio per seguire quella del cantante, seguendo i consigli della signora di St. Edme, che avendolo udito cantare trovò in lui una bella voce di basso, lo accolse in casa sua ove viveva allora e lo istruí si ch'egli avrebbe potuto salir presto le scene del teatro italiano. Non trovò invece il Gatti («figlio bastardo di Cappi») marito della signora de Gomont di Bruxelles, «donna bruttissima ma rinomata nelle lettere.» Partí da Parigi il 20 settembre e il 21 giunse alla frontiera, a Quievrain. «Là si visitano i baulli de' viaggiatori e si visano loro i passaporti; in questo mentre si fa colazione: io aveva finito prima degli altri e fumava tranquillamente un zigaro e di Avana, quando il gendarme del posto mi chiama e mi fa passare nella stanza dell'agente politico. — Signore, ei mi dice, bisogna che retrocediate, voi non potete entrare nel Belgio. — E perché? gli rispondo, tutto attonito. — Perché siete rifuggito, soggiunse egli. Invano gli faccio vedere e toccar con mano che non sono scacciato dalla Francia, invano gli espongo che vado nel Belgio per occupare un impiego, invano gli metto sott'occhio i certificati di cui era munito. Sostiene che ha degli ordini positivi in proposito e bisogna ubbidire. Lascio il mio baulletto in custodia all'albergatore di Quievrain; scrivo subito una lettera agli amici di Bruxelles che avevano preso tanto interesse per me; lor conto l'incidente arrivatomi; li prego di far pervenire l'ordine di passare e prendendo sul braccio sinistro il mio mantello, dall'altro l'ombrello ed un pacchetto di librucci, m'incammino verso Valenciennes, prima città di Francia, distante da Quievrain tre leghe, sei miglia. Scorsa una lega, incontro i gendarmi francesi, m'arrestano e mi chiedono il passaporto, mi domandano perché non entri nel Belgio, dico loro la pura verità, ma non mi credono: infine mostro loro i miei certificati, e si decidono di lasciarmi il cammin libero. Già molti contadini s'erano riuniti attorno a me per vedere l'esito di tale incidente, e vedendomi sortirne vittorioso, alcuni mi dissero in un linguaggio mezzo fiammingo e mezzo francese che facevo un cattivo girare in tale momento a causa del tentativo di Luigi Bonaparte. Infine giungo a Valenciennes, dopo tre ore di cammino: come aveva poco danaro, avendo pagato anticipatamente la diligenza sino a Mons, mi ritiro in un alberguccio, mangio una frittata e mi vado in letto. Malgrado tante traversie dormii profondamente sino alle nove del mattino del giorno seguente, 22. Che diavolo farò?, diceva io fra me stesso, in un paese ove non conosco persona; se avessi pensato un tal caso, mi sarei procurato a Parigi delle raccomandazioni: poi tutto ad un tratto mi viene l'idea di andare alla polizia per informarmi se vi erano a Valenciennes degli italiani; detto fatto, vengo a sapere che v'era Andrea Piani di Faenza, ottengo il suo indirizzo, corro da lui senza ritardo, e lo trovo ancora a letto. Ei vedendomi si mette a sedere sul letto domandandomi piú volte con un sentimento di gioia e di sorpresa incredibile, s'ero veramente Uccellini: quando n'è assicurato, m'abbraccia e mi fa subito portare il café al latte, che bevo attendendo si vesta. Insomma m'installo in casa sua, come se fossi stato in casa mia. Allora tornato in me stesso, scrivo un'altra lettera a Bruxelles e un biglietto a Quievrain, al proposto dei passaporti che m'aveva respinto, pregandolo d'avvertirmi quando avrebbe ricevuto l'ordine di lasciarmi entrare. In meno di tre giorni ricevei 20 franchi da Bruxelles per far fronte alle spese del momento e fui assicurato che quanto prima avrei ricevuto l'ordine che desiderava. Infatti due giorni dopo ricevei una lettera del proposto che mi annunziava avere l'amministratore della sicurezza pubblica permesso il mio ingresso nel Belgio e nello stesso tempo ordinato che mi fossero dati 25 franchi nel mio passaggio da «Quievrain.» Partí il 27, lasciando desolato il Piani, della cui gentilezza si loda grandemente: «voi dovete averlo conosciuto; dimorava in casa della Sambi, antica casa di Beltrami.» Il proposto si scusò, gli diede i 25 franchi e di piú da colazione. «Notate bene che il Belgio mi dava 25 fr. per fare 20 leghe di strada e che la Francia me ne aveva dati 32 per sostenere il viaggio di 130 leghe.» Alla sera del 27 era a Namur presso Spada: «Niun rifuggito è cosí ben visto come Spada a Namur; è l'idolo del paese, ei frequenta la piú alta società, è membro onorario di tutti i casini che ivi esistono, e certamente nulla ha da desiderare. Ei mi ha presentato nelle case più cospicue ed ho potuto vedere coi miei occhi l'influenza che vi esercita: ha imparato la musica, ed è invitato in tutte le conversazioni. La Reggenza, o Comune, gli ha accordato per eccezione una cattedra di lingua italiana nell'Ateneo con un emolumento di 600 franchi all'anno, che spera ancora d'aumentare; ha varie lezioni particolari ed il sussidio: il tutto insieme monta a 200 franchi il mese.» L'Uccellini confessa di dover molto allo Spada: fino al 2 ottobre rimase con lui a Namur, poi il giorno dopo, anniversario del suo arresto (cfr. p. 19) giunse a Bruxelles in casa di Nicola Fantini di Faenza, «sempre accolto dai rifuggiti con segni della piú leale amicizia.» Si è presentato al Lebeau, ministro degli esteri e presidente del consiglio, che esaminati i suoi certificati ha promesso di parlare al ministro della guerra per fargli avere la pensione, e all'Haumann «capo della società letteraria belgica» per ottenere l'impiego promessogli. Bruxelles gli piace e lo descrive, toccando delle cose che piú lo hanno colpito, e fra esse le ferrovie, delle quali non aveva che un'idea imperfetta: «Qui vi sono moltissimi rifuggiti, in gran parte piemontesi; di Romagna non vi sono che io, Spada, Fantini, Bendandi, che io non ho ancora visto perché allontanato da tutti: io frequento la casa di un Conte, Colonnello, il signor Bianco, ove intervengono i migliori rifuggiti.»

Il colonnello accennato dall'Uccellini è Carlo Angelo Bianco, morto suicida il 9 maggio 1843; cfr. su lui il Vannucci, op. cit., vol. I, p. 323-327. Il ministro belga era Giuseppe Lebeau (n. a Huy 1794, m. 1865) avvocato e giornalista, membro del Congresso nazionale, che fu uno dei creatori della Costituzione belga del '30, e fatto ministro degli esteri ebbe una parte notevolissima negli avvenimenti posteriori fino a che nel 1840 fu chiamato a costituire il primo gabinetto liberale, che ebbe corta durata.

[LIII.] Lett. 63ª, da Mons, 31 dicembre 1840: Malgrado la protezione del ministro Lebeau, del deputato Garcia e di altri, non ha avuto il sussidio perché i fondi per i rifugiati sono esauriti: anche l'impiego a lui promesso dall'Haumann è sparito: perciò non trovando a Bruxelles occupazione, è venuto a Mons, dove non vi è alcuno che dia lezioni di italiano e spera di far la fortuna di Spada. Ha già due lezioni in casa Hennekinne e spera trovarne presto altre. Ha fatto domanda al Borgomastro per essere autorizzato a dar lezione nell'Ateneo, e poiché molti l'appoggiano spera di riuscire; ciò che sarà un gran passo. A Mons è solo, non vi sono divertimenti, non italiani fuor che un lombardo, mercante di incisioni che vi dimora da 18 anni, uomo duro e piú belgio che italiano, e un chincagliere Cavalli che ancora non ha conosciuto. Nonostante egli sta bene ed è contento.

[LIV.] Delle persone nominate in questo capitolo, notissimo è il De Merode, pel quale è da vedere al cap. LIX; meno noti Franciade Fleurus Duvivier di Rouen, n. 1794, ufficiale d'artiglieria nel 1814, segnalatosi nelle spedizioni d'Algeria del 1828 e di Costantina del 1859, nominato comandante superiore del campo di Guelma nel 1839 e generale di divisione nel 1848, anno della sua morte avvenuta per le ferite toccategli reprimendo l'insurrezione di luglio; e il barone Carlo Emanuele Chazal, generale belga, n. a Tarbes 1808, che prese parte attiva alla rivoluzione belga del '30 e contribuí a salvare Anversa dal bombardamento, entrò nel '31 nell'esercito col grado di colonnello, poi fu fatto generale e aiutante di campo di re Leopoldo e nel 1844 naturalizzato belga: egli fu ministro della guerra in piú gabinetti e oratore parlamentare di prim'ordine; pensionato nel 1873, viveva ancora nel 1890.

L'ultima lettera che ci resti dell'Uccellini esule è la 64ª, dell'8 settembre 1843 da Mons alla sorella Vigilia; lettera per piú rispetti singolare: «Che dire dei movimenti politici di cui mi date conto? noi ne parliamo con una meraviglia inesprimibile, perché non comprendiamo un'acca. Da qual fonte scaturiscono? qual ne è la base? quai sono i mezzi d'azione? Niuno di noi, esaminando lo stato attuale d'Europa e pesando il partito radicale esistente, trova modo di sciogliere tali quesiti. La Gazzetta di Cologna li fa dipendere da un complotto creato dai membri della Giovine Italia: ma noi non potiamo supporre che gl'Italiani dopo le molte e triste lezioni ricevute dalle sette, abbiano ancora fiducia in esse: converrebbe comporle di semidei, onde sperare di tenerle occulte sino al momento opportuno dell'azione, e poi, ammettendo anche che si abbia potuto sormontare tale difficoltà, si domanda: Codesto complotto agisce isolatamente o con l'accordo del partito radicale d'Europa? Se agisce da sé, quanto progetta è una vera utopia; se agisce coll'intelligenza di tutto il partito che gli è omogeneo, s'arroga un privilegio funesto e si dà la mannaia sui piedi. Supponendo che il radicalismo si senta abbastanza forte per insorgere, sta forse all'Italia il dar fuoco alla macchina? no, senza dubbio. Non havvi in tutto il mondo che un paese, a cui tale iniziativa convenga, e questo paese è Parigi. Un'altra Gazzetta ci fa sapere che il movimento è nato in seguito ad una voce sparsasi dell'arrivo in Ancona di truppe francesi. Il prestar fede ad una tal voce è dichiararsi insensato. E poi qual magia ha in sé il nome francese per entusiasmare tanto gli italiani? Credesi forse che la Francia sia in grado di soddisfare i vóti de' liberali? vana credenza; il partito su cui questi possono contare è estenuato dalle lotte sostenute col sistema vigente; ha d'uopo di lungo riposo, e non vuole certamente far nuovi sforzi col pericolo inevitabile di rovinar sé stesso senza poter giovare agli altri. Non parlo dei radicali degli altri Stati, perché oltre che sono in peggior situazione di quelli di Francia, non possono avere alcuna influenza diretta su l'Italia. Una Gazzetta che ho sotto gli occhi annunzia che piú di 600 uomini, organizzati in bande ed armati da capo a piedi, hanno avuto uno scontro con un corpo di carabinieri, il di cui capitano è stato ucciso, alcuni dei suoi presi e fucilati: ma qual sarà la sorte di codesti disperati, quando si troveranno a fronte di corpi piú numerosi, disciplinati e sostenuti da cannoni? Chi verrà in loro aiuto? insomma non si trova modo di disbrigare un tal fatto; perciò nella prima che mi scriverete indicatemi quanto si vocifera sull'origine, sullo scopo e sull'appoggio «di esso». Dopo ciò, parla del Dizionario portatile da lui compilato e stampato in sei mesi, e ceduto all'editore Lenglumé, «un'arpia che vuol tutto per niente»; accenna alle critiche del suo Dizionario fatte in Ravenna dal Roatti; ha pronta una grammatica francese per gli italiani, per la quale vorrebbe che gli trovassero in patria un editore. Si rallegra che il Fanti sia stato fatto proposto del Registro. Bendandi è maritato da un mese e si è stabilito a Namur, non crede che adesso possa aiutar la famiglia perché non ha cicatrizzate ancora le piaghe di tanti anni di miseria sofferta dal 1834 al 1842, epoca in cui ebbe l'impiego di conduttore delle mercanzie nella Ferrovia del sud. Spada è stato a Mons otto giorni: «abbiamo parlato a lungo degli sconvolgimenti successi senza poter nulla intendere; è grasso, grosso, e in buon arnese; è curioso: non sa piú dire una sola parola ravegnana e mi ha di continuo parlato francese». Quanto al proprio stato, l'Uccellini non ha ancora ottenuto il sussidio piú volte richiesto; Spada gli ha dato speranza di ottenergli un posto nell'uffizio di uno spedizioniere a Charleroi. «Compiango tanti buoni amici che il torrente politico strascina in un abisso di disgrazie».

[LVII.] Al card. Francesco Saverio Massimo succedette, come ministro dei lavori pubblici, il 16 gennaio 1848 monsignor Giovanni Rusconi; il 12 febbraio questi rinunziò e in suo luogo fu chiamato l'avv. Francesco Sturbinetti; il quale passò il 10 marzo al ministero di grazia e giustizia ed ebbe per successore ai lavori pubblici Marco Minghetti.