«Non ha prescritto una medicina contenente arsenico, di recente, a nessuno… di sua conoscenza, dottore?» domandò Carter Bradford.
«No.»
«Noi siamo riusciti a stabilire qualcosa di più» dichiarò il capo della polizia guardandosi attorno. «Molto probabilmente si trattava di comune veleno per topi. E, per di più, non se n’è trovata traccia se non nel bicchiere… non negli altri bicchieri, non nelle bottiglie, non nel vaso delle ciliege, o in nessun altro recipiente.»
«Che impronte digitali ha trovato sul bicchiere del veleno, capo?» domandò il signor Queen con la sensazione di fare una domanda stupida.
«Quelle del signor Haight, della signorina Haight, della signora Nora Haight e nessun’altra.»
Ellery rivolse un pensiero di ammirazione all’abilità del capo della polizia. Dakin non era rimasto in ozio, quella notte. Aveva preso le impronte digitali del cadavere. Aveva trovato qualche oggetto che apparteneva sicuramente a Nora, probabilmente in camera da letto, e aveva rilevato le sue impronte. Jim Haight era rimasto in casa tutta notte, ma Ellery era pronto a scommettere che nemmeno Jim era stato disturbato. Un bel lavoro, molto abile. Ma appunto quella efficienza e quell’abilità turbarono il signor Queen. Il giovane lanciò un’occhiata a Pat, che osservava il capo della polizia come ipnotizzata.
«Qual è stato il risultato dell’autopsia, dottore?» domandò Dakin in tono deferente.
«La signorina Haight è morta per avvelenamento, dovuto a triossido di arsenico.»
«Grazie. Adesso cerchiamo di organizzare un po’ le cose, se ai signori non dispiace» fece Dakin. «Dunque, noi sappiamo che le signore sono state avvelenate da quell’unico cocktail. Chi l’ha preparato?» Nessuno rispose. «Ebbene, io lo so già. È stato lei, signor Haight. Lei ha preparato quel cocktail.»
Jim Haight non si era fatto la barba. Intorno agli occhi aveva delle ombre bluastre.