J. G. sghignazzò:

«M’è venuto in mente il povero Hunter che è morto proprio quando stava per concludere l’affare. La casa del malaugurio! Che idea! E lei è qui vivo e vegeto!»

Senza smettere di ridere, il mediatore salì in macchina e partì verso la città. Andava a prelevare il bagaglio di Ellery all’albergo Hollis.

Ellery Queen rimase sul viale di casa Wright in preda a uno strano senso di irritazione.

Quando Ellery rientrò nella sua nuova residenza, si sentì correre un brivido lungo la schiena. Ora che non si trovava più in compagnia della signora Wright, gli sembrava che la casa avesse un aspetto desolato, squallido. Ma ben presto si riprese, dandosi dello sciocco. La casa del malaugurio! Che stupidaggine! Sarebbe stato come chiamare Wrightsville il paese del malefico! Si tolse la giacca, si rimboccò le maniche della camicia e si mise all’opera.

«Signor Smith!» gridò una voce scandalizzata. «Che cosa sta facendo?»

Con aria colpevole, Ellery lasciò ricadere la copertura di tela che stava togliendo da un mobile, e in quel momento Hermione Wright entrò come un bolide.

«Questi non sono lavori per lei! Alberta, vieni dentro; il signor Smith non ti mangerà.» Un’amazzone dall’aria scontrosa entrò dietro la signora Wright. «Signor Smith, questa è Alberta Manaskas, proprio la domestica che fa al caso suo. Alberta, non restare lì impalata. Corri di sopra!»

Alberta scappò via. Ellery mormorò qualche parola di ringraziamento e si lasciò cadere sopra una poltrona coperta di tela, mentre la signora Wright si metteva all’opera per riordinare la stanza con un’energia impressionante.

«Tutto sarà a posto in men che non si dica. A proposito: spero che non le dispiaccia… poco fa, quando sono andata a cercare Alberta, ho fatto casualmente una capatina alla redazione del Record… misericordia, che polvere! E ho avuto un colloquio in privato con Lloyd, il direttore del giornale…»