«Aspetti un momento!» esclamò. «Lei non sarà quel tale che…»

«No certamente» dichiarò frettoloso il signor Queen. «Buongiorno!» e uscì di corsa dal negozio. Dunque, il veleno era stato acquistato nella farmacia di Garback. Era qualcosa, un piccolo indizio, e Dakin l’aveva raccolto. Tranquillamente, sotto sotto, stava lavorando per provare la colpevolezza di Jim Haight.

Ellery s’incamminò sull’acciottolato scivoloso dirigendosi alla fermata dell’autobus. Soffiava un vento gelido e il giovane sollevò il bavero del cappotto per ripararsi il viso. Con la coda dell’occhio vide un’automobile fermarsi all’altro capo della piazza. Ne uscì l’alta figura di Jim Haight che si diresse rapidamente verso la Banca Nazionale. Alcuni ragazzini con le cartelle penzoloni sulla schiena cominciarono a seguirlo. Ellery si fermò come affascinato. I bambini urlarono qualcosa all’indirizzo di Jim, e il giovane si fermò, si voltò a dir loro qualcosa con un gesto di collera. I ragazzini arretrarono, e Jim riprese la propria strada. Ellery gridò un avvertimento, ma troppo tardi. Uno dei ragazzini aveva raccolto una pietra e l’aveva lanciata con violenza. Jim cadde bocconi.

Ellery attraversò la piazza di corsa, ma altri avevano notato la scena, e quando l’investigatore raggiunse Jim si era già radunata una piccola folla. I bambini erano spariti.

«Lasciatemi passare, per favore.»

Jim era intontito. Il cappello gli era caduto. I suoi capelli chiari erano sporchi e bagnati di sangue.

«Avvelenatore!» gridò una donna grassa. «È lui… è lui l’avvelenatore!»

«Uxoricida!» esclamò un’altra voce. «Ma perché non lo arrestano? Che legge c’è in questa città?… Dovrebbero impiccarlo…»

Un uomo piccolo e magro buttò via con un calcio il cappello di Jim. Una donna dalle guance cascanti balzò addosso al giovane urlando.

«Basta!» ruggì Ellery. Scostò con violenza l’uomo e, piantandosi tra la donna grassa e l’aggredito, disse in fretta: «Fuori di qui, Jim. Andiamocene».