«Salve, Nora» disse Frank Lloyd quando la ragazza lo salutò; poi tolse di mano a Ellery la poltrona, col gesto più naturale del mondo.
Nora arrossì e si sedette con le mani abbandonate in grembo, come se fosse esausta. Le sue labbra pallide erano atteggiate a sorriso. A quanto sembrava, si era vestita con molta cura, perché l’abito che portava era perfetto quanto la pettinatura e le unghie smaltate di fresco. Ellery ebbe la visione di quella giovane chiusa nella sua camera, intenta a curare minuziosamente, quanto macchinalmente, tutti i particolari ai quali senza dubbio non dava importanza… tanto minuziosamente da arrivare a pranzo con un’ora di ritardo.
E ora che aveva raggiunto la perfezione, ora che aveva compiuto il supremo sforzo di scendere, sembrava come svuotata, quasi che la fatica fosse stata eccessiva e si fosse accorta che dopo tutto non ne valeva la pena. Ascoltò le chiacchiere di Ellery con un sorriso di circostanza, pallida in volto, senza nemmeno sfiorare il dolce che le avevano servito, né il caffè, e mormorando di quando in quando un monosillabo. Non sembrava annoiata, ma soltanto stanca… stanca al punto di non provare alcuna sensazione.
Poi, improvvisamente com’era venuta, si alzò e disse:
«Scusatemi.»
La conversazione cessò di nuovo. Frank Lloyd scattò in piedi e le spostò la poltroncina. La divorava con gli occhi. Lei gli sorrise, sorrise agli altri e uscì. Mentre varcava l’arco del vestibolo, affrettò il passo, poi scomparve. La conversazione riprese.
Il signor Queen era intento a vagliare mentalmente i vari piccoli episodi della serata, mentre s’incamminava verso la propria casa, nella tiepida oscurità. Le foglie dei grandi olmi mormoravano, e nel cielo brillava una luna che pareva un immenso cammeo. Sentiva ancora nelle narici il profumo dei fiori di Hermione. Ma quando vide la vetturetta accostata al marciapiede davanti alla sua casa, buia e vuota, parve che la dolcezza della sera incantevole svanisse. Qualcosa stava per accadere. Una nube velò la luna e il signor Queen procedette ai margini del prato; l’erba attutiva il rumore dei suoi passi. Sotto il porticato del villino c’era un minuscolo punto luminoso che a tratti si moveva.
«È lei il signor Smith?» domandò una voce da contralto in un tono leggermente beffardo.
«Sì, sono io» rispose Ellery, salendo i gradini. «Le dispiace se accendo la luce del porticato? È così buio!»
«Faccia pure. Sono curiosa di vederla… come lei del resto è curioso di vedere me.»