«Che cosa devo guardare?» domandò Ellery, perplesso. «Non vedo nulla. È ancora presto perché i clienti di Carlatti si facciano vedere.»

«Giudicando da quell’automobile, almeno un cliente c’è» mormorò Pat un po’ pallida.

«Sembrerebbe…» cominciò Ellery, accigliato.

«Sì, è proprio quella.»

Entrarono nel locale. Nella prima stanza c’era soltanto un barista che sbadigliava. I due giovani ordinarono un liquore, ma, invece di bere, Ellery si avviò verso la seconda stanza. Era la sala da gioco. Sopra una sedia, vicino all’orologio, giaceva riverso Jim Haight, col capo appoggiato al piano del tavolino. Un uomo grande e grosso, che stringeva tra i denti un sigaro spento, si voltò verso Ellery, poi tornò a parlare al telefono:

«Sì; ho detto la signora Haight, scema. Le dica che è Vic Carlatti.» La “scema”, pensò Ellery, doveva essere Alberta. «La signora Haight?» continuò Carlatti. «No, non c’è errore: sono Carlatti dell’” Allegro Inferno”… sì, è per il signor Haight… no, aspetti un momento. Suo marito è cotto, cotto morto… voglio dire ubriaco… ma non se la prenda, signora Haight; il suo vecchio sta benone. Ha bevuto un paio di bicchierini di troppo, ed è crollato. Che cosa ne faccio dei miseri resti?»

«Un momento, prego» fece Ellery. Carlatti voltò lentamente la sua grossa testa e guardò Ellery dall’alto in basso. Ellery parlò freddamente: «Ho detto di aspettare un momento; mi lasci parlare con la signora Haight». Prese il ricevitore dalle mani pelose dell’uomo. «Nora? Parla Ellery Smith.»

«Ellery!» Nora era fuori di sé. «Ma che cos’è accaduto a Jim? Come sta? Come mai lei…?»

«Stia calma, Nora; io e Pat passavamo davanti al locale di Carlatti, e abbiamo visto la macchina di Jim. Non è accaduto niente. Ha bevuto un po’ troppo.»

«Vengo subito; prendo il tassì della stazione…»