La voce di Jim era un mormorio, ma poi crebbe d’intensità.

«Non voglio che tu mi sottoponga al terzo grado!»

Il signor Queen ascoltava attentamente, sperando in qualcosa di nuovo, in un indizio, una parola; ma non udì nulla che non sapesse già. C’erano solo due giovani che si lanciavano degli insulti, in una fredda notte di dicembre, mentre lui se ne stava seduto come uno stupido, al freddo, ad ascoltare dietro la porta. Si alzò e fece per allontanarsi dalla casa del malaugurio (come gli sembrava appropriato ora quel nome!) quando la porta principale sbatté. Jim percorse il sentiero quasi barcollando e saltò in macchina. Ellery corse al garage dei Wright, dove Pat gli lasciava sempre la sua piccola automobile con la chiave dell’accensione innestata. Senza rumore seguì Jim a fari spenti.

Dovette aspettarlo a lungo davanti al locale di Carlatti, ed erano già le dieci passate quando il giovane uscì e saltò di nuovo in automobile. Sarebbe andato a casa, ora? No, Jim voltò verso la città. Ma dove andava? Ellery continuò a seguirlo. Dagli sbandamenti della macchina capiva che il giovane aveva bevuto molto. Jim si fermò finalmente davanti a una meschina casa di legno nel quartiere povero. Nell’atrio era accesa una debole lampada.

Ellery vide Jim aprire una porta al primo piano.

«Jim!» Era stata Lola Wright a parlare.

La porta si richiuse. Ellery salì le scale cercando di non far scricchiolare i gradini, e appoggiò l’orecchio contro il battente della porta.

«Ma devi, devi» gridava Jim con voce impastata. «Lola, non puoi abbandonarmi. Sono disperato. Disperato!»

«Te l’ho detto Jim, io non ho danaro» ribatté Lola, tranquilla. «Ecco qua, siediti, sei disgustosamente ubriaco.»

«Perdinci se sono ubriaco!» rise Jim.