Gli sproni che gli lacerano le carni e lo scudiscio che lo batte ripetutamene l'infuriano sempre più, si rizza con tal forza sulle gambe posteriori da far credere che abbi a ricadere indietro.

Il cavaliere comincia a perdere la primitiva franchezza ed impallidisce; egli è un giovine in sui venticinque anni di aspetto simpatico e signorile.

Smarrito si aggrappa al collo del cavallo e collo sguardo cerca qualcuno che arditamente l'afferri e lo domi.

Ma in questo mentre la zampa ferrata del destriero, poggiata con isconsideratezza sul lastrico, scivolò, e l'animale cadde strascinando seco il giovine, che battuta la testa sui sassi, svenne facendosi una larga ferita.

Gli astanti che si erano assembrati numerosi emisero un grido e si copersero inorriditi il volto.

Solo papà Gervaso non perde tempo in inutili smanie; seguito da Maddalena, quanto più lesto glielo permette la sua gamba inferma, si getta sul caduto, lo raccoglie e lo pone nelle braccia della portinaia, indi afferra per le nari il puledro, che rizzatosi d'un tratto, stava già per slanciarsi sbrigliato giù per il corso.

Maddalena trasporta l'infelice nella propria abitazione; papà Gervaso lega per bene il cavallo intorno ad una colonna della corte, eppoi per tener lontano i curiosi che incominciavano diggià a farsi avanti, chiude quietamente la porta di strada.

Indi ritorna presso il ferito che stava adagiato sopra una sedia tuttora svenuto.

Gervaso lo guarda con crescente interesse; egli crede riconoscere quel sembiante, ma non sa bene dove cercarlo.

Finalmente esclama: