—Ma sì, è lui, non v'ha dubbio.—Ed aggiunse fra sè: E' il giovinotto del Collegio di Monza; fatalità!
—Voi lo conoscete? chiese Maddalena; e chi è desso? qualche gran signore.
—Animo, Maddalena, non è tempo di ciarle codesto; portate, dell'aceto, delle bende, bisogna ridonarlo ai sensi ed arrestargli il sangue dalla ferita.
E mentre quelle ottime persone sono tutte in faccende, una testa fa capolino dall'uscio: è Erminia.
Vide il giovine adagiato nell'atteggiamento di chi dorme; essa dà un grido e si precipita verso di lui.
Lo fissa con indicibile espressione d'interesse e di sorpresa, ed esclama:
—No, non m'inganno, è il mio Flavio ch'io piansi perduto, è lui che ritorna a me, che risponde finalmente alle lunghe chiamate del mio cuore. Oh, sii benedetto tu che mi riedi alla vita!
E nell'impeto della passione che in un attimo le si era ridestata ardentissima, si china su quel volto e lo copre di baci e di carezze.
Ma il sangue raggrumato della ferita gli sordida le mani e le labbra.
Erminia inorridisce, un pallore mortale le investe la faccia, gli occhi spalancati vagano smarriti; scuote il giacente, ma questi non dà segno di vita.