Si fermò in mezzo alla stanza colle gambe piegate, il corpo curvo e lo sguardo fisso al suolo.
Papà Gervaso gli gettò un'occhiata di compassione.
—Ebbene, cosa fate adesso?
—Nulla, rispose il portinajo, gli è che un dopo l'altro mi vedo passare davanti tutti i mobili della casa, aspetto che mi venga a tiro il mio sgabellotto per sedermivi sopra.
—Aspettereste un po' troppo; venite quà che vi condurrò io… giù, sedete.
Bastiano si lasciava cadere con tutto il peso del corpo sur una sedia.
—Ah, così sto meglio. Corpo d'una ciabatta! è stato l'ultimo bicchiere che mi è andato alla testa, che fui sempre in gambe come un dragone io! Colpa vostra papà Gervaso, che mi avete chiusa la porta. Ho fatto io per ritornare a casa ma ho battuto il naso nel battente. M'hanno detto che avevate ricoverato un giovinetto caduto da cavallo… ed io allora indietro a berne un'altro boccale alla sua salute! E non l'ho pagato io, sapete? Gliel'ho ficcato in corpo al nostro maggiordomo illustrissimo con una partita alla mora. Evviva la mora! È il mio giuoco prediletto. E sempre col sei io vinco, sei… sei… sei… sfido il diavolo a resistermi.
Intanto Erminia calmatasi dalla sua alterazione cerebrale erasi abbandonata ad un sonno benefico.
Sua madre contemplò per un istante quel volto leggiadro su cui stava visibilmente impressa l'impronta del dolore, indi scese da papà Gervaso.
—Come sta? le domandò con premura il vecchio.