CONFERENZA DI AUGUSTO ALFANI.

Signore, Signori,

La figura soave di Silvio Pellico, e il dover io parlarvi di lui, mi fa desiderar più che mai la virtù di quei finissimi artisti della parola, che nelle opere loro sanno come trasfonder se stessi, e si manifestano insigni pittori di ingegni e di animi, per l'invidiato segreto delle caste linee e dei fedeli contorni, e per la magica arte della armonia fra l'omaggio riverente alla verità della storia e l'abbandono del genio ai voli arditi dell'estro.

Di Silvio Pellico, così grande nella sua umiltà, e la cui vita fu un amore costante, un infinito dolore, avrei potuto allora delinearvi la immagine con mano sicura di storico, con intelletto innamorato di artista; mentre, invece, non possedendo io quella dottrina e quell'arte, dovrò a voi parlarne unicamente col cuore; procurando piuttosto di cogliere fiori (ed oh potessi coglierli tutti!) da quanti più degnamente scrisser di Silvio, per intesserne una corona, da deporre con voi sulla tomba del martire.

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E Silvio Pellico fu martire veramente. Dal 25 giugno del 1789, in cui vide in Saluzzo la luce, al 31 gennaio 1854, in cui la sua nobile vita si spense in Torino, le nubi del dolore velarono costantemente i suoi giorni; ma il cielo di quell'anima, al di sopra di quelle nubi, si mantenne inalterabilmente sereno, perchè sempre vi rifulse il sole della giustizia, l'astro benefico della fede, il raggio fecondo di amore. I suoi martirj suscitarono i primi palpiti della nostra giovinezza, e, pur cresciuti negli anni, li riandammo pietosamente; come le avventure di Erminia rinarra anche oggi, coi versi del pio Torquato, alle solitudini dei nostri monti il canto commosso dei nostri pastori.

La vita del Pellico, fra le vite di coloro che maggiormente operarono al risorgimento d'Italia, è una delle più note, non solo fra noi, ma fors'anco in Europa. Il libro delle Prigioni, tradotto in ogni lingua di popol civile, fu uno dei primissimi libri, su cui apprendemmo a meditare e a soffrire; il secondo, sul quale imparammo ad amare ed a piangere; poichè il primo libro, che a noi tutti insegnava questi due sospiri dell'anima, fu il santo cuore materno. Il cuore materno! Ecco, Signori, il principal fondamento al carattere e all'eroismo di Silvio Pellico. Educato in una famiglia di costumi patriarcali e patriottici, ebbe fin dalla sua fanciullezza a sperimentare quanto fossero duri i casi della politica; perchè alla caduta della Monarchia piemontese avevano i Pellico dovuto rifugiarsi sull'Alpi, per non subire le prepotenze di quella strana specie di liberali, che, secondo il loro costume, non consentono agli altri il diritto di pensarla diversamente da loro. E in quei tristi giorni conobbe Silvio anche meglio quale tesoro di virtù si accogliesse nel cuor di sua madre, in cui pareva tutta adunarsi la virtù di quel popolo di Savoia dond'ella veniva. Ai numerosi figliuoli fu coll'integro marito maestra, non solo nei rudimenti della cultura, ma nei buoni principi del vivere, e negli esempj migliori; soprattutto nelle lezioni della sventura, e in quella dignità onde all'uomo di cuore è mestieri di sostenerla.

Ma, tanto felice nei parenti, fu Silvio altrettanto infelice nella salute; e qui appunto la materna sollecitudine si trovò nel suo regno, ed egli vide quell'angelo di carità assisterlo nelle lunghe tormentose agonie, e, con industrie che solo indovina una madre, strapparlo alla morte, disperato dai medici. Così il concetto di questa donna crebbe ognora più nel suo spirito, come la sua gratitudine; e la riverenza filiale, che in lui rivestì le forme più delicate e gentili, dovè essere la tutrice e la guida di tutti i suoi atti, ed esercitare sull'animo suo una costante efficacia.

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L'ingegno del Pellico si rivelava sin dai primissimi anni. Toccava appena i due lustri, e già componeva una tragedia: componimento puerile, abbozzato, scorretto, ma che poteva bastare a far in lui presagire il futuro scrittore dell' Erodiade, della Gismonda e della Francesca da Rimini.