Continuando a studiare sotto la guida del buon Manavella in Torino, dove la famiglia si era, per ragione dell'ufficio paterno, condotta, recitava Silvio co' suoi fratelli e con altri fanciulli commediole, che il buon padre dettava per essi, non senza accento di arte e di verità. Nella piccola Compagnia del teatrino domestico era una fanciullina, Carlotta. La ingenuità delle grazie, la semplicità degli atti, la leggiadria del verginale costume s'impadroniscono del cuore appassionato di Silvio. Già gli splendeva una immagine di donna, tutta affetto e virtù, maestra e consigliera della vita; un'altra gli si affacciava ora di donna, che in voi si trasforma, e che, padrona e schiava del vostro cuore, sorride al vostro destino, ch'è il suo.

Perchè il Pellico era nato ad amare; e in ogni sua opera, infatti, dei due elementi artistici, il cuore e l' intelletto, il primo sempre e assolutamente prevale. E come il suo cuore palpita di ammirazione e di amore per questa creatura divina, la donna, così per lui nella donna s'impersona la stessa bontà, che è il suo ideale; tanto, o Signori, che egli vi creerà persino una Francesca senza peccato, perchè vuole che l'ideale della donna non mai impallidisca o si offuschi. E questo culto della donna (del quale in Silvio la viva predilezione pei fiori è un delicato riflesso) fu in lui, non soltanto compiacimento d'animo aperto al senso della bellezza, ma istinto altresì di un cuore innamorato del bene.

La morte, però, troncava questo suo primo amore nascente: la sua Carlottina si spengeva a 15 anni; e se la fede darà a lui la rassegnazione, non potrà ministrargli l'oblio; onde la memoria di questo amore andrà pur essa con altre care memorie a visitare più tardi il povero prigioniero, e l'occuperà malinconicamente; e nell'anniversario della morte di lei, come il Maroncelli ne attesta, una preghiera più fervida dell'usato dirigerà Silvio a questa eletta creatura, che egli già vagheggia beata.

E quando, trascorsi alcuni anni da questo primo amore infelice, sul punto di affrontare i dolori e le gioie dell'arte, s'incontra nella celebre attrice Marchionni, e scorge crescerle al fianco, delicatissimo fiore, la sorellina Teresa; il poeta osa sognare un'altra volta un futuro conforto, e con l'onesta fanciulla s'illude, incominciando corrispondenza di affetti. Ma indi a poco sente addensarsi la procella sul capo, e anche questo nodo è costretto ad infrangere; e in una lettera, che fu l'ultima, a lei, «Compiangimi, mia buona amica (le scrive), io non sarò mai felice. Ogni speranza di bello avvenire svanisce; e quanto più mi vedo nella impossibilità di superare i crudeli decreti che mi dividon da te, tanto più sento che t'amo, e che senza te la mia vita non ha che amarezza.» Queste parole scriveva dal lago di Como la mattina del 13 ottobre 1820, e poche ore appresso in quel medesimo giorno, venuto Silvio a Milano, era, o Signori, arrestato.

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Ma non precorriamo gli avvenimenti, e quantunque, ripeto, notissimi, non mi sappiate mal grado se io debbo qui, almeno fugacemente, riandarli.

Come Alessandro Manzoni, così il Pellico bevve alle sorgenti del dubbio, segnatamente per le suggestioni sinistre di un frate apostata, nella dimora sua di 4 anni a Lione, presso uno zio della madre, e dove diedesi tutto allo studio della letteratura francese. Ma, come il Manzoni, così il Pellico tornò presto a coscienza; e nel 1806 si sentì ricondotto alle dolci memorie della prima età, e restituito d'un tratto al culto dei nostri classici.

Il genio italico aveva sfolgorato novamente di luce sua propria: il Vico, il Galvani, il Volta, il Beccaria, ed altri sommi, maravigliavano il mondo; sorgevano i due grandi banditori di libertà e di civili virtù, il Parini e l'Alfieri, e si traevano dietro una schiera di valorosi, tra i quali Ugo Foscolo, che pubblicava I Sepolcri. E questo carme sublime parlò con accento ineffabile alla mente di Silvio sulle piagge fiorite della Saona e del Rodano; da quell'istante i suoi studj prendono un nuovo andamento, e risolve di tornare in Italia; vola, infatti, a Milano, dove allora si trova la sua famiglia, e dov'egli può meglio compiere la sua educazione letteraria; divien professore di francese nel Collegio degli Orfani militari, e consacra il resto della giornata alle opere dell'ingegno; conosce il Monti ed il Foscolo, ammira ed ama entrambi, ma il secondo con tutta l'anima sua.

Parrebbe che tra queste due così opposte nature (il Pellico e il Foscolo) non si dovesse dare che ripulsa e contrasto; eppure, la dolce mitezza del primo si stringe in maniera indissolubile alla energia violenta dell'altro, e vi cerca tutela, esempio, conforto dell'animo, bisognoso di confidare, di ammirare, di amare! Que' due cuori così dissimili univa fortemente, però, quasi fossero un unico cuore, carità di patria, sdegno di oppressione, sacro ufficio di lettere, e, sotto ai dubbj dell'uno ed alla fede dell'altro, uguale aspirazione ai più elevati ideali. E questo influsso del Foscolo sulla mente del Pellico è attestato fin anco dallo stile delle sue lettere; stile alto, nobilissimo sempre ed in tutte; ma in quelle scritte all'amico, pur tumido talora, e vibrato, ed a sbalzi, che palesa lo studio del modello, e quasi l'afflato di lui.

E le frasi fervorose, e gli sfoghi caldissimi, in cui si traduce la quasi idolatria per il Foscolo, vi s'incontrerebbero ancor più frequenti, se negli anni maturi la mano stessa del Pellico non gli avesse temperati o soppressi. Non che egli punto rinneghi o scemi l'affetto al primo e maggior de' suoi amici; questo affetto, anzi, si afforza, si affina, si fa, coll'affinarsi, più intenso, più tenero, più operoso, fino alla morte del Foscolo; ma vuole il Pellico, nell'interesse del vero, moderata quella cieca ammirazione in tutto, e quelli che a lui sembrano eccessivi entusiasmi; e nella lettera all'egregio ordinatore dell'Epistolario Foscoliano segna ad uno ad uno i passi da sopprimere, le frasi da temperare. Fra le prime lettere ad Ugo, e questa che ne vuole emendato in alcune parti il tenore, sta intera, per così dire, la vita del Pellico; e chi ben guardi, si persuade come questa, che parve in lui contradizione od abdicazione, sia stata, invece, effetto naturale dello svolgimento dell'animo suo. Alcune lettere, inedite e veramente preziose, di Silvio alla Quirina Magiotti, la Donna gentile del Foscolo, e che parlano con traboccante ma sereno affetto dell'amico comune, ne sono eloquente conferma: e non bisogna dimenticare che, se ella soccorse nascostamente, con mano generosa, agli infortuni del Foscolo, comprandone i libri, e a lui, ignaro dell'artificio, facendoli poi restituire, fu appunto il Pellico l'esecutore delicato e segreto di questo atto pietoso; mentre egli in queste lettere alla Quirina e nei Canti attesta e proclama di Ugo Foscolo le virtù alte e magnanime, e, uscito dal carcere, rimpiange di non aver ceduto, quand'era tempo, agli inviti fraterni di lui, allorchè dalla Svizzera lo chiamava con sè, dicendo il buon Silvio che, se avesse accolto l'invito, avrebbe cansato tanti dolori, e non sarebbe invecchiato nei ferri.