Ma quando il Foscolo sollecitava l'amico (anche per mezzo della Donna gentile) a raggiungerlo, questi dalla sua cattedra di francese era passato istitutore del Briche, giovinetto baldo, di raro ingegno, che indi a poco miseramente periva, e poi, nel 1816, dei due carissimi figli del conte Luigi Porro, famiglia di alto sentire, amica al Pellico generosa e di rara costanza pur nei pericoli, e alla quale egli, in ricambio, dedicò tutto se stesso e per sempre.
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La missione dell'educare, del resto, fu per Silvio sacerdozio di libertà. Anima grande, non poteva restarsene indifferente alla causa dell'educazione nazionale, dalla quale allora più che mai dipendevano le sorti d'Italia; e a quella, infatti, consacrava il Pellico, con la persona, il genio e la penna: da tutti quanti i suoi scritti, in prosa ed in verso, le Prigioni e i Doveri, le Tragedie e le Cantiche spirando sempre un magistero altissimo educativo.
E poichè ho ricordato qui le Tragedie, giova pur rammentare come già nel 1811, mentre Ugo Foscolo era ancora in Milano, comparsa su quelle scene la giovane a cui accennavo testè, la Marchionni, la quale doveva essere la più applaudita attrice del tempo suo, e conseguire trionfi che difficilmente saranno poi superati, il Pellico ne aveva tratta ispirazione per volgere in forma drammatica la scena terribilmente pietosa di Francesca e di Paolo. E nonostante che il Foscolo, al quale come a maestro ebbe Silvio mostrata la sua tragedia, uscisse nella nota sentenza: «Non revochiamo d'inferno i dannati danteschi, farebbero ai vivi paura», il Pellico questa volta disobbedì, e fu disobbedienza felice. La Francesca da Rimini riuscì una delle tragedie più popolari del teatro italiano, destando ovunque un entusiasmo che mal si descrive; e lord Byron la traduceva mirabilmente in tre giorni, mentre il Pellico, in argomento di gratitudine, ne volgeva nell'idioma nostro il Manfredo.
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Tramontava intanto, o Signori, la stella del Bonaparte, e l'Austria ribadiva i ceppi all'Italia, le imponeva silenzio, la ingombrava di delatori. La famiglia del Pellico era costretta a far ritorno da Milano a Torino; ma Silvio, pur misurati i pericoli, volle restare colà, e prodigo della libertà sua e della vita, propugnare la libertà ed il diritto della sua vilipesa Nazione.
Nella casa liberalmente ospitale del conte Porro, egli conobbe e prese ad amare gli uomini più valenti di quell'età memoranda; quei letterati e quei patriotti del ventuno, i più dei quali dovevano cader vittime della gelosa polizia imperiale: schiera di generosi, rappresentante il genio italiano contro i dispotismi dell'Austria; una letteratura nuova, la quale studiava d'immedesimarsi nei bisogni e nelle idee popolari, nel sentimento nazionale, e diventare sapienza civile e politica. Non era quella, o Signori, una setta; era l'Italia, che per essi anelava alla sua propria emancipazione.
«E Silvio Pellico, esile, malaticcio, balzato, ciò nondimeno, in mezzo alle battaglie del pensiero più fervido, in mezzo a tanta operosità civile, destinata a qualificare un'età, sente ingagliardirsi le forze; e fatto quasi maggior di se stesso, vince la debolezza della sua fibra, sorge, ed incalza alla pari degl'ingegni più audaci. La corrente di quelle idee lo trasporta; gli uomini, fra cui vive, lo infiammano dei loro ardori; la sua indole generosa e fidente nel bene lo spinge a correre quelle vie, che danno speranza di conseguirlo.»
E così, quel movimento letterario, iniziato negli ultimi anni del Regno Italico, facendosi ognora più vive le idee che lo fecondavano, ebbe manifestazione formale in quel foglio azzurro, nelle apparenze modesto, e pur fecondo di patria grandezza, Il Conciliatore, che usciva in Milano il 3 di settembre del 1818.
L'Austria, però, vedendo per questo Foglio prodursi quelle idee, e diffondersi quei sentimenti, che soli risollevan lo spirito abbattuto di un popolo, non potè non entrare in sospetto, e lo qualificò per congiura; ma, a non parere nemica di civiltà, non osò proibirne sul momento la pubblicazione; si contentò da principio di mutilarne spietatamente gli scritti, e con fiscali perifrasi far sentire a quegli scrittori che il Conciliatore, per vivere, non doveva, in sostanza, dir nulla.