Che vile e che feroce procedura sia stata quella, è inutile qui ricordare. Negl'interrogatorj nega il Pellico la ribellione; nessuna astuzia gli strappa una confessione qualsiasi; sè e gli amici difende sagace, scagiona sereno; mentre ogni suo dolce sogno, di uomo, di educatore, di poeta, di cittadino, si dilegua ad un tratto nel triste pellegrinaggio da Santa Margherita ai Piombi, dai Piombi a San Michele, da San Michele allo Spielberg.
Dopo 16 mesi, che parvero anni, di giudiciali torture, su Silvio Pellico, accusato di carboneria quantunque non carbonaro, come egli stesso apertamente dichiara, scoppia la capitale condanna, commutata in 15 anni, e poi in 10, di carcere duro: la clemenza imperiale lascia a Silvio la vita, ma gli schiude una tomba. Non più uomo, ma cosa, ma numero; la fame, il lavoro forzato, umiliante: ai piedi la catena; a riposo una tavola; conteso, finchè arrivi potestà di tiranno, il pensiero; la parola ristretta; conforto di luce negato, carità d'uomo punita.... Questo decenne martirio, dopo Le mie Prigioni, non si racconterà, o miei Signori, mai più.
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L'abbiamo tutti nella memoria del cuore quel libro; ogni descrizione, ogni fatto, ogni minuto particolare vive, può dirsi, dinanzi alla nostra immaginazione, ed ognor ci commuove: l'arresto; il pensiero del Pellico alla famiglia lontana, percossa improvvisamente dall'annunzio tremendo; i conforti della sua fede; le riflessioni malinconiche, le forti risoluzioni; la dolce compagnia del povero mutolino, di cui egli si fa educatore; lo studio incessante a ricostituirsi comunque una società, vogliam pure con una tribù di formiche o con un docile ragno; la vista di Melchiorre Gioia, e i loro cenni scambievoli che nulla dicono, ma che esprimono tutto, come quelli di due innamorati, perchè il cuore li suggerisce ed il cuore gli spiega; la flebile voce dell'incognita Maddalena, che rompe il silenzio del tristissimo asilo, e il cui ritmo va morendo per l'aria. Ma egli ne raccoglie con ebbrezza la fuggente armonia; e come la canzone si leva immacolata in mezzo ai turpi lazzi che tentano soffocarla, così egli immagina che quella infelice, la quale sa così dolcemente cantare, si levi fra le altre prigioniere per un ultimo candore sopravvissuto, se la dipinge bella, la desidera buona, nata per la virtù, purificata dal pentimento, ed accoglie, povero Silvio, come rivolta a se stesso, la soave pietà di quel canto!
E poi le visite del padre adorato e le misere illusioni dell'amore paterno: le torture del figlio nel pietosamente ingannarlo, col sorriso della speranza sul labbro, col pianto della disperazione nel cuore; la triste partenza sua da Milano; l'arrivo a Venezia: i Piombi; le insonnie angosciose, le tentazioni suicide, il ritorno alla calma! E chi non ricorda con tenerezza il dolce episodio della povera Zanze? A chi non risuonano ancora simpatiche le confidenze della giovane a Silvio, risguardato da lei come padre o come fratello, a sua scelta? e gli sfoghi dei suoi crucci d'innamorata? e il prendergli spesso, e quasi per forza, la mano, e stringergliela con affetto, mentr'egli dice fra sè: «Fortuna che non è una bellezza!»? Ma tosto si pente di averla giudicata bruttina, e, ripensandoci meglio, la trova, anzi, attraente; e confessa da ultimo che non se n'è innamorato perchè essa ha già un altro amante, del quale va pazza: cosicchè, al replicato ingenuo abbandonarsi di lei nelle braccia di Silvio, egli ne è sconcertato, e ne la rimprovera come di cosa che non sta bene. E quando essa, quasi per giuoco infantile, prende la Bibbia che Silvio ha con sè, l'apre, ne bacia a caso un versetto, gli chiede che glielo traduca e commenti, e gli soggiunge: «Vorrei che ogni volta rileggerà questo versetto, si ricordasse che vi ho impresso un bacio;» il nostro Pellico si trova spesso, come traduttore, in non lieve imbarazzo, non sempre invero quei baci cadendo a proposito, massimamente se alla Zanze è capitato di aprire il Cantico dei Cantici. Allora, per non farla arrossire, profitta della ignoranza di lei nel latino, e si prevale di frasi in cui, salva la santità di quel libro, salvi pure la innocenza della fanciulla, ambe le quali (egli dice) gl'ispirano altissima venerazione.
E indi a poco, la malattia e la sparizione misteriosa di lei, tradita forse dall'amante, compianta paternamente da Silvio; la nuova conoscenza di lui con la famigliuola di faccia, e le parole gentili direttegli da quei cari fanciulli, a suggerimento della giovane madre, pudicamente curiosa, e seminascosta fra le tende della finestra...; e poi la rassegnata preparazione a morire per man del carnefice; il suo trasferimento alle carceri di San Michele; la lettura in pubblico della condanna sulla fatale Piazzetta, descrizione di una evidenza terribile nella sua insuperabile semplicità; la riunione allora del Pellico col suo Maroncelli, nobile, generoso, gentile, e fratello a lui più che amico; la loro partenza per la Moravia; la stretta crudele nel lasciare la patria; la pietà ovunque incontrata; l'episodio della fanciulla stiriana che saluta con ambe le mani i poveri prigionieri, e se ne parte piangente al braccio di onesto garzone tedesco, il quale forse ama anch'egli per le sue sventure l'Italia; e finalmente, l'arrivo all'infausta ròcca, allo Spielberg!
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E qui, miei Signori, io domando all'illustre Zumbini nostro che per poco almeno vi parli egli per me, e, sia pure in compendio, vi descriva egli con eloquente efficacia la recente sua visita al sinistro castello. Dopo aver detto come questo luogo di pena e di strazio sia stato trasformato in caserma, dove ognuno, col dovuto permesso, può entrare, prosegue: «Ma se non c'è più lo strazio, c'è tuttavia qualche cosa che ancora ne fa vivo il ricordo. Parlo di quelle casematte, in cui fu sepolta tanta gente ancor viva, e alcune delle quali, nei mutamenti avvenuti, furono restaurate a testimoni parlanti di quella tristizia di tempi.
«Le cagioni ed i modi della trasformazione, e la storia del Castello e delle numerose nobilissime vite ivi immolate, si leggono in un volume scritto da un colonnello dell'Austria, il quale disseppellì le tristissime bolge, e dove si legge del pari, fra le altre cose di sinistra curiosità, la nota caratteristica che nel registro della prigione fu scritta in tedesco sul Pellico, recante il numero 302, e che, tradotta, dice precisamente così: «Nativo di Saluzzo, in Sardegna, 32 anni di età, cattolico, celibe, già segretario, piccolo di statura, di gracile costituzione, di buon colorito, capelli bruni, barba bruna, occhi celesti, naso regolare, bocca piccola. Parla l'italiano, il francese, il latino, e non correttamente il tedesco.» Sembrano cenni necrologici; e quel librone antico dello Spielberg, che ne contiene tanti altri simili, sembra un monumento funereo, che da sè solo ricordi un numero indefinito di tombe.
«Ma finalmente mi risolvo a discendere. Confesso che me ne è rimasta nella mente una gran confusione come di sogno breve e terribile. Mi ci condusse un custode armato di una gran fiaccola, come si fa nella visita delle catacombe. Di tanto in tanto quell'uomo si fermava, per accennarmi, colla muta parola del lume, ora le pareti umide e brune a cui era ancora attaccato qualche anello di catena, ora le vòlte pendenti sui nostri capi, e poi, quegli strumenti di tortura, che parevano cose viventi, e superstiti a tutte le morti da essi prodotte. Al rapido guizzar della fiaccola sparivan le tenebre, e tutto diveniva più pauroso e più orrendo. Dalle pareti, dalle vòlte, dal pavimento, da quegli strumenti, come a Dante dalla scheggia del suicida, pareva uscissero insieme parole e sangue.... Non dirò altro, non mi rammento d'altro. All'uscir di quel baratro i miei occhi erano quasi ottenebrati, e vedevano il sole come in ecclissi. Avevo con me Le mie Prigioni, già rilette poco avanti; le riapersi, quasi per cercare conforto al martire stesso, che qui aveva durato e vinto tanto dolore.... La tomba, in cui poco prima aveva visto pendente il suo ritratto, era quella dove lo gettarono al suo arrivo, e dove stette per qualche tempo; e solo quando i suoi patimenti l'ebber ridotto all'estremo, fu trasportato di sopra.»