Con la guida del libro tedesco cerca allora lo Zumbini dove può essere il nuovo asilo assegnato al Pellico, e ogni altro luogo descritto da lui fedelmente nelle Prigioni, e lo trova; e benchè spesso interrotto dal guardare ora a questo ed ora a quel punto, egli ha compiuta la nuova lettura, e fatta l'ora di lasciare lo Spielberg. Parte, e montato più tardi sul treno di Vienna, ei si volge spesso indietro a guardare, finchè può essergli in vista, il truce Castello.

«A seconda che vi morivano gli ultimi bagliori del sole, e vi cresceano le ombre, mi si facevano (ei dice) più paurose le immagini suscitate dalla sua vista. Guardavo e pensavo: Quanto dolore umano si accolse colà per più secoli! E quel dolore, di quanti altri affanni non fu cagione in ogni parte d'Europa!... E mentre il gran mostro già s'involava del tutto ai miei occhi, guardavo sempre e pensavo.... In nessun altro paese dovette così abbondar quel dolore, come nella patria mia, perchè italiana fu la parte maggiore di quelle vittime illustri. Ma pur dalla patria mia ti giunse, o Castello, la più terribile scossa che tu avessi mai avuta. Fra le infinite dipinture dei tuoi orrori, appartiene all'Italia quella che, tanto più potente quanto più mite, valse sopra tutte a far sì che, aboliti i tuoi flagelli, fossi tu aperto a quelle aure, a quel sole, a quelle armonie del giorno, che sono come la vita della nostra vita, insieme con la libertà!...»

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In questa tomba, pertanto, entrava il povero Silvio. Qui pure, o Signori, mortali tristezze e rare consolazioni: il lurido covile dei primi tempi, e la figura del vecchio Schiller, il burbero carceriere dal cuore paternamente benefico; le sue arti pietose a conforto dei prigionieri politici, che egli chiama suoi figli; la morte di lui, pianta dal Pellico con dolore filiale; i colloquj sul terrapieno con la buona compagna del soprintendente affètta di tisi, e che, sentendosi presso a dover separarsi dalle sue creature bellissime, lo prega, lacrimando, a ricordarsi di loro, ed anche di lei, come essa a lui ricordava una persona diletta. E poi, l'incontro improvviso, drammatico, col conte Oroboni; i loro lunghi e sommessi conversari di forte pietà; la fiera malattia del Pellico, onde anche in Italia si diffonde la voce della sua morte, che a poeta gentile ispira pietosissimo canto; la guarigione; la riunione sua col Maroncelli, consumato dal dolore, distrutto dalla fame, ammorbato dall'aria del carcere tenebroso; la gioia loro suprema, l'armonia dei pensieri, l'accordo nelle speranze, il mutuo recitarsi di versi da ciascheduno composti; l'eroica morte, in carcere, dell'infelice Oroboni; le lacrime del morente nel ricordo del padre suo ottuagenario; le parole estreme di sublime perdono ai nemici ed ai carnefici.

Ma chi, soprattutto, può ricordar senza fremiti le sciagure del povero Maroncelli? l'amputazione della gamba? l'assistenza fraterna di Silvio? la leggendaria fortezza del paziente, il quale, mentre aspetta fra i più acuti dolori l'amputazione, dirige a' suoi cari un tenero canto, quasi testamento di amore, e poi, con pensiero feminilmente gentile, appena il taglio è eseguito, data un'occhiata di compassione alla gamba che portano via, porge al chirurgo, null'altro avendo da offrirgli in pegno di gratitudine, quell'unica rosa, che egli accetta piangendo?

E quando finalmente suona l'ora della liberazione per Silvio e per l'impareggiabile amico, in quelle pagine si fa più che mai manifesta tutta la delicatezza di quegli spiriti, tutta la magnanimità di quei cuori, nel trepido sospiro alle loro famiglie, e nel compianto pei cari amici che quivi lascian sepolti, e forse per sempre!

Il viaggio, l'addio fra i singhiozzi al Maroncelli, il socio diletto de' lunghi dolori, e al quale egli implora benedizione, e porge augurio di amici che lui, Silvio, agguaglino nell'amore e superino nella bontà; la compagnia del buon brigadiere austriaco, che per l'appunto fu tra coloro che dovettero strappar crudelmente il Confalonieri dalle braccia della più tenera fra le spose, la cui vita è, a narrarsi, un poema di dolore, di eroismo, di amore; la divina consolazione nel riabbracciare finalmente i suoi cari; l'incontro provvidenziale nel venerato abate Giordano, che con la madre lo induce a narrare all'Italia i suoi casi; la comparsa delle Mie Prigioni; la universale accoglienza e il costante successo di questo libro, uno dei più semplici, dei più veri, dei più santi libri usciti da penna italiana!

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In tutta questa intima storia è una temperanza meravigliosa; nessun segno mai d'ira, o di risentimento, giammai! Felice nella scelta delle cose da dire fra tante che ne ha omesse; felicissimo per avere con magistero d'arte, tanto più solenne quanto più nelle apparenze dimessa e spontanea, saputo presentare alla fantasia del lettore un gran personaggio, benchè nominato due o tre volte appena, e con tutta semplicità.... L'ombra imperiale nella lettura del libro si proietta sempre in certo modo dinanzi a voi, fino al momento nel quale l'artista, con un tocco alla Shakespeare, la suscita e la fa giganteggiare sinistramente nel giardino di Vienna, quand'egli, il Pellico, con altri reduci dallo Spielberg e sotto custodia, là ritrovandosi, viene quivi a passare l'imperatore; e il commissario li fa sollecito ritirare, perchè la vista delle loro sparute persone non attristi il cuore di lui!

Quanto alla politica, l'autore, simile ad un amante maltrattato dalla sua bella, e dignitosamente risoluto di tenerle broncio, protesta di volerla lasciare in disparte, e la lascia; ma, ciò nondimeno, la politica, nulla curandosi di questo broncio, sembra voglia governare a sua posta, non solo nello spettro dell'innominato protagonista, ma in tutto quanto il soggetto; onde il Pellico, col suo mitissimo libro, duraturo finchè gli uomini avran bisogno di piangere, necessità di sperare, e, leggendo, di farsi migliori, diede all'Austria la più fiera delle sconfitte, e all'Italia acquistò una vittoria non più mai disputabile nella coscienza civile delle nazioni.