* * *
E questo libro così forte nella sua mansuetudine, ond'ebbe ed avrà sempre sugli animi una efficacia infinitamente maggiore di ogni altro libro siffatto, ei lo dettava, o Signori, con altre opere degne, dopo lo Spielberg; argomento questo a far cauto chi fosse per avventura tentato di credere, che il Pellico, uscito di carcere, recasse, con le fisiche infermità, anche una specie di anemia letteraria, prodotta soprattutto dalla sua fede, e che questa e lo Spielberg avessero in lui, se non spenta, ammorzata ogni fiamma di affetto, inaridita ogni sorgente di nobile ispirazione, essiccata quella limpida vena (che pareva sì ricca ed inesauribile) del suo amore di patria. No, miei Signori; Silvio Pellico fu imprigionato nel pieno fervore della sua giovinezza, con tutto il confidente suo ingegno, le rosee illusioni, le fiere baldanze dell'età sua; ne uscì uomo, col senno maturato dalla più dura delle esperienze, coll'animo ritemprato dalla sventura; ma sempre lui, Silvio Pellico, in tutto. E se altri voglia chiamar debolezza il suo abbandonarsi alla fede, ma io benedico a questa debolezza, o Signori, perchè ad essa principalmente dobbiamo se il Pellico fu più forte dei suoi dolori, e «se lo Spielberg (ripeterò col Gioberti), non è più oggi un inferno di vivi, nè un'infamia del secolo, ma è reliquia di martiri, e monumento di patria virtù.»
E questa sua debolezza non gl'impedì di dettare, uscito dal carcere, e pur colà meditati, anche i Doveri degli uomini, libriccino più sapiente di un codice; e non scarsa parte di quelle Tragedie, che, pur coi loro difetti, dovevano, nella riforma del teatro italiano, accostare il suo nome all'Alfieri.
Il Pellico, infatti, ammiratore dell'Astigiano, si attenne, finchè potè, alla forma di lui, ma fu originale nel resto; indi il divario dei caratteri nelle tragedie di entrambi: il primo, fiero ed in guerra, mal può indugiarsi a dipingere i teneri sentimenti; il secondo, mite ed in pace, spazia volentieri nelle regioni dei dolcissimi affetti: l'Alfieri è sempre l'irato vate che muove guerra implacata ai tiranni; il Pellico è anch'egli costantemente poeta di libertà, ma è insieme poeta di amore. Egli pure, il Pellico, non ignora gli abusi del cuore umano; ma somiglia, si disse, e quell'angelo, che mentre scrive il peccato, lo cancella pietoso col pianto.
Il nostro Silvio chiude il suo corso poetico con le Liriche, dov'ei ripercorre gli anni che furono, e quante ebbe occasioni di godere e soffrire; gli tornano al pensiero mesto i ricordi della fanciullezza, la famiglia, gli amici, i giorni delle prove, i dolori, la santità degli asili e dei templi, le dolci visioni di amore.... «Poesia, che, pur di attingere le altezze morali, più non cura affidarsi ai segreti dell'arte, e anche dimentica l'efficace soccorso della forma eletta, attraente. Questa poesia, pertanto, che è d'ogni nobile spirito, seguiterà a vibrargli nell'animo, ma Iddio solo l'udrà.»
* * *
Il mondo, intanto, lo cerca, lo festeggia, gli si affolla dintorno, ma egli oramai se ne ritrae sbigottito, a non turbare il suo riposo bramato e ottenuto; e se non gli fosse rimasto con chi sotto il caro tetto domestico, e poi coi beneficenti Barolo, esercitare le pietose facoltà del suo cuore, si sarebbe (egli scrive) chiuso in un chiostro, per servire e soccorrere agl'infelici. E quando di nuovo lo visita la sventura colla perdita dei genitori e d'uno dei cari fratelli, Luigi; e quando qualche tentazione delle antiche sfiducie novamente lo assale; il suo dolore ed i suoi scoramenti sono temperati dalla stessa pietà.
E ciò vediamo più apertamente che mai nel suo Epistolario, il quale, per me, più che storia, è confessione di vita. Le lettere che, liberato, torna a scrivere piene di affetto giovanile, mirabili per dottrina e per vigore di sentimento, ai genitori, ai fratelli, agli amici, ai Porro, alla Marchesa di Barolo, al suo Confalonieri, uscito finalmente egli pure dallo Spielberg, sono il riflesso dello spirito suo, come ne sono fedelissimo specchio quelle inedite, da lui dirette alla Donna gentile, la quale ebbe anch'essa a occupare gran parte de' pensieri del nostro Pellico durante la prigionia, e mescersi di frequente ai suoi dolori, e sorridere ai suoi conforti, e confortarlo essa stessa con le altre rimembranze dilette. E come no, se nelle lettere che precedono la cattura ei la invoca coi nomi più dolci, di madre, di sorella, di amica, pieno per lei di un affetto il più vivo, quantunque non l'abbia mai ancora veduta, nè debba vederla che una volta soltanto, in Firenze, trent'anni dopo? E come no, se poco innanzi l'arresto, parlando ad essa del proprio ritratto che le ha inviato: «Niuno onore (le scrive) mi è stato tanto caro, quanto quello che mi fai tu, amica adorata, tenendomi nella tua stanzetta di studio, e fissando in me i nobili, affettuosi tuoi sguardi. Ho letto di certi santi che si staccavan dal quadro dove eran dipinti, e venivano giù in carne e in ossa ad abbracciare i loro diletti. Oh! se potessi, Quirina, operare questo miracolo anch'io!»
E avvenuta la liberazione, e ripresa con lei più frequente e non meno affettuosa la corrispondenza interrotta, la prosegue costante, finchè il conforto della dolcissima donna non viene, per morte di essa, a mancargli. E in queste lettere le confessa che nei lunghi anni del suo dolore ha spesso ricordato le sue virtù, e ne ha spesso parlato col Maroncelli. Ora è naturale che a lei schiuda Silvio tutto l'animo suo, e le narri l'intima storia de' suoi ultimi anni. Bastano pochi tratti di queste intime confessioni, per sorprendervi intero il pensiero ed il cuore di lui. Udite. Deplora in una di esse le troppe, inevitabili, visite dei curiosi e degl'importuni, e tra questi, di coloro che vorrebbero ricondurlo alla vita attiva politica, e aggiunge: «Solita enorme pazzia di gente, la quale sogna ch'io debba mischiarmi di politica, e che non si possa essere stati allo Spielberg senza prender parte pro o contro ai fanatismi dei guelfi e dei ghibellini, a cui mi sfiato a rispondere: Amo la patria quanto voi, e probabilmente più di voi; ma son nemico delle stolte e funeste guerre civili, e detesto le follie che possono trarre a ciò, e a nessun bene pubblico.» E in un'altra: «Dacchè ho passato dieci anni in solitudine dolorosa, il più delle volte mi par d'essere in una generazione che non mi appartiene più, tranne pochissimi. Ho soli 47 anni, ma sono vecchio di cento; e la stirpe che mi si agita intorno, è tutta calda di amori e di odj, che non so e che non voglio dividere.... Temono ciò ch'io non temo, sperano ciò ch'io non spero, ambiscono ciò ch'io non ambisco. Il torto non è mio, nè di questa nuova generazione. Non vi è torto, ma semplicemente un fatto, che io ravviso come un fatto, e di cui non mi lagno. Io sono un risuscitato, a cui tutti i viventi fanno buon viso, ed io lo fo loro; ma le abitudini di essi e le mie hanno a vicenda un non so che di straniero.... E allora, le mie fantasie, che poco si dilettano del presente, cercano con amore il passato. Il passato per me si compone di due secoli, fortemente impressi nella memoria: e furono, la mia giovinezza, e gli anni di prigionia. Penso molto, e più che altrui non appare, a quei periodi lontani. Vi penso anche quando sto in società; e, strana cosa! mentre inorridisco dei giorni che ho vissuto nei massimi dolori, pur non posso, o Quirina, allontanarli dalla mente; ed anzi, mi nasce da quelle tristissime ricordanze una specie di vita interna, che mi conforta e mi piace. E questa vita, e questo sentirmi segregato dalla maggior parte degli uomini d'oggidì, questo rammemorare tanti amici miei che più non sono sulla terra; insomma, questa mia stranierità d'uomo risuscitato, è una vita assai singolare, poco lieta, e nondimeno poetica, sentitissima, e direi quasi buona, perchè mi è diventata natura, e mi sforza a religione, a preghiera.»
* * *