Così, o Signori, fra i ricordi del passato, le solitudini del presente, la carità, l'amicizia, l'amore, visse i suoi ultimi anni quest'uomo, sì modesto e sì grande; che per l'ingegno, per l'animo, per l'opera sua fu vanto d'Italia; che sollevò a religione l'amore stesso di patria; che senza maledire a nessuno, con la dolce parola, apostolo del perdono, riaprì (fu scritto) l'adito alla mitezza cristiana negli orrori stessi del carcere; quest'uomo, il cui alto ideale fu la bontà, il cui splendido regno l'amore; onde il soave amore di donna gl'ispirò la Francesca; il sacro amore di patria Le Mie Prigioni; il santo amor della fede I Doveri ed i Canti.

E se è vero, come si disse, e come non può esser negato, che il culto all'Italia ebbe origini sotterranee, nè mai fu più nobile di quando echeggiò sotto i piedi dell'inimico; oh! come ci comparisce ammirando quest'umile sacerdote delle catacombe italiane!

* * *

Nella stanza solinga dove Silvio moriva, due reliquie, fra le altre, preziose, doverono richiamare, o Signori, con attrattiva mestamente soave gli ultimi sguardi del poeta e del martire: una piccola scrivania, che già appartenne al Parini, e che aveva seguìto Silvio nel carcere; un orologio, che già fu dell'Alfieri, e che al Pellico aveva voluto la Donna gentile donare, uscito ch'ei fu dallo Spielberg. Or quell'oggetto, sul quale il Parini ebbe forse meditati i suoi Canti d'italica morale resurrezione, e Silvio ebbe forse dettate Le Mie Prigioni, legava egli con delicato pensiero, in pietoso ricordo, al venerato ministro, che nelle ore estreme accompagnava la sua anima grande sul limitare dell'eternità, e gli rammentava le immortali speranze.

E quell'orologio, che nei confini del tempo aveva segnato gli avvenimenti così profondamente diversi di quelle due vite, dell'Alfieri e del Pellico, durava ora lì a ricordare eziandio colla ugualità dei suoi moti il palpito uguale, costante, di quei due cuori per la grandezza e la libertà della Patria. E quando il Pellico, chiuso per sempre lo sguardo alle caducità della terra, lo riapriva agli eterni fulgori, quell'orologio, che fu ricordo di gloria e pegno di amore, continuava lì co' suoi palpiti a raccontare la storia di quei due generosi, e a mormorare come un lamento, per la scomparsa del martire, che visse soffrendo ed amando, e che nel dolore sublimò l'amor suo e la sua fede nei sacri destini d'Italia.

LE SOCIETÀ SEGRETE IN ROMAGNA
E LA RIVOLUZIONE DEL 1831

CONFERENZA DI ERNESTO MASI.

Me ne dispiace per voi, ma anche questa volta la politica ne ha fatta una delle sue, ed ha privato voi del piacere di ascoltare Ferdinando Martini ed ha costretto la Direzione delle Conferenze, in tanta pressura di tempo, a incaricar me di sostituirlo.

Non ho voluto sostituirlo anche nel tema, che spero egli potrà trattare prima o poi, ed ho preferito tentar di riempire alla meglio un vuoto, che anche alla Direzione pareva fosse rimasto nel programma di quest'anno, parlandovi delle società segrete di Romagna e della Rivoluzione del 1831.

Quello delle società segrete in Italia è un tema attraente e difficilissimo.