C'è la blaga (Giosuè Carducci ha detto di recente che questo è un francesismo, il quale nelle presenti condizioni morali dell'Italia, s'impone assolutamente al nostro dizionario), c'è dunque la blaga dell'aver trescato nelle più perigliose avventure delle cospirazioni politiche, anche quando non era vero, e c'è la blaga del non averci mai nè poco nè molto aderito o cooperato, anche quando s'era fatto l'uno e l'altro, e forse di più.
Fatto è, che molti dei maggiori uomini del nostro Risorgimento, il D'Azeglio, il Capponi, il Ricasoli, il Cavour, il Minghetti non hanno lasciato passare occasione di dichiarare, che a cospirazioni politiche non avevano mai appartenuto. Lo dicevano; ed eran uomini quelli, ai quali si può e si deve credere.
Fermiamoci nondimeno all'esempio del Capponi soltanto. Tutte le polizie d'Europa lo hanno in sospetto di cospiratore; tutti i cospiratori lo credono cosa loro, e quando il confessare d'aver cospirato divenne un titolo di merito senza pericolo, egli dichiarò che questa gloria, se gloria era, non gli apparteneva.
Se non che forse a lui stesso, in un tempo, in cui tutto un moto di civiltà liberale convergeva in Firenze verso di lui (è questa la vera grandezza della figura di Gino Capponi), in un tempo, in cui si cospirava con tutto, colla letteratura, colla musica, coll' Antologia, coll' Archivio Storico, col Gabinetto Vieusseux, cogli Asili d'infanzia, colle casse di risparmio, coi perfezionamenti dell'agricoltura, a lui stesso, dico, sarebbe veramente stato difficile dire appuntino se e quanto avea cospirato, anche se si voglia ammettere che l'aver tentato nel 21 di stabilire relazioni ed accordi fra i Carbonari Lombardi e i Federati Piemontesi, come risulta dalle sue lettere, fosse un non esser mai entrato per nulla nelle cospirazioni.
Sia pure. La corrompitrice necessità del cospirare, creata da governi feroci di paura, non scusa per la coscienza di certi uomini l'immoralità intrinseca della congiura.
Sia pure. Ripugna ad un animo elevato rinunciare ad una setta la libertà dei propri atti e dei propri pensieri.
Sia pure. È da far gran tara su certe glorie delle cospirazioni, ed i galantuomini in tutto quel moto sotterraneo si sono purtroppo trovati a contatti immondi ed a partecipare, volenti o no, a responsabilità da far rabbrividire. Lo seppero a loro spese i poveri cospiratori bolognesi del 1843, che il Governo pontificio trovò modo di coinvolgere in una stessa condanna con ladri ed assassini.
Non per questo è giusto che la storia non riconosca nulla di bene in tutto questo periodo segreto di preparazione del risorgimento italiano. Il detto di Ugo Foscolo: «a rifare l'Italia bisogna disfare le sètte» è un teorema santo di politica, che forse sarebbe bene ricordare di più anche oggi, ma non è, nè può essere un giusto criterio di storia per giudicare quella storia. Bisogna riportarsi a quei tempi dal 1815 al 1831, bisogna ricordarsi che per i più la cospirazione era allora il solo arringo, la sola forma, in cui l'amor patrio poteva tradursi, che quell'ampia visuale, la quale oltrepassa la stretta cerchia degli amici e corregge le fisime della meditazione solitaria, era del tutto interdetta, allorchè Napoli e Torino parevano più segregate da Firenze e Bologna, che non lo sia oggi Calcutta; bisogna ripensare alla ferocità di tirannie indigene, che facea talvolta acclamare per salvatori gli Austriaci, come accadde a Bologna nel 1832: all'ignavia, alla corruttela dei volghi in cenci od in falda, da cui i cospiratori si sentivano circondati (l'Italia dello Stendhal non è in tutto l'Italia vera, ma in parte era così); bisogna richiamarsi a mente tutto questo e la conclusione, se vuole esser giusta, potrà deplorare i delirii, le colpe, gli errori; potrà magari bollare a fuoco la compagnia malvagia e scempia, in cui per una trista necessità uomini dabbene si trovarono spesso mescolati, ma non avvolger tutto e tutti in una stessa condanna. E si vedrà inoltre che giudicando i varii moti italiani innanzi al 1859 non per quello che paiono, una serie discontinua di più o meno grandi catastrofi, ma per quello che sono, una preparazione interrotta soltanto per ripigliare nuova vita, la luce del trionfo finale illumina da cima a fondo tutto quell'immane travaglio e fa risplendere al loro posto nella storia gli operai della prima e quelli della ultima ora.
La Carboneria, che fra le sètte politiche fu la più larga, la più complessa, la più adattabile e la più facilmente trasformantesi secondo i luoghi, la Carboneria era una figliazione della Frammassoneria. Furono i Napoletani, che la portarono in Romagna, durante le due spedizioni di Gioacchino Murat, quella vituperosa del 1814 e quella disperata del 1815, nella quale almeno si mosse e cadde con una sola bandiera, la bandiera dell'indipendenza italiana.
Le false promesse di libertà, date dall'Austria all'Italia nel 1809 e ripetute a nome degli Alleati dal Conte Nugent e da Lord Bentinck nel 15, nonchè la reazione, promossa ovunque e specialmente in Italia dal Congresso di Vienna e dai principi restaurati, diedero incitamento e principio al lavorìo arcano delle sètte e delle cospirazioni politiche. Un partito liberale e nazionale s'era già venuto formando fino dagli ultimi tempi del Regno Italico, e s'era formato appunto nell'opposizione alla prepotenza napoleonica, che della nuova vita ridata all'Italia volea valersi per sè e nulla più. Ben presto quest'opposizione s'era mutata in società segreta e ad una società cosiddetta dei Raggi, che avea il suo centro a Bologna, accenna il Botta, che forse le appartenne. Seguono gli Anti Eugeniani in Milano, disonoratisi colla giornata del 20 aprile 1814 e coll'eccidio del Prina, la cospirazione degli ex generali Cisalpini ed Italici, il Pino, il Lechi, lo Zucchi, il Fontanelli, quella degli Indipendenti, che progettava di dare scettro e corona a Napoleone confinato all'isola d'Elba, e finalmente qualche reliquia di tuttociò fa gruppo nel tentativo e nel proclama di Rimini di Gioacchino Murat del 30 marzo 1815, dal Manzoni creduto la gran parola.