Che tante etadi indarno Italia attese,

a cui Pellegrino Rossi prestò il concorso della sua mente e del braccio giovanile, che trovò scarsi seguaci, un migliaio appena, dice il Farini, e che finì tra diserzioni e tradimenti, ma incominciò nelle Marche e in Romagna il periodo dei supplizi, delle carcerazioni e degli esigli per causa politica e per contraccolpo quello delle cospirazioni settarie. L'impresa del Murat avea troppe ragioni vicine e lontane da non riescire, e non riescì. Lasciò però uno strascico di simpatie e di gratitudine. Dopo la battaglia della Rancia, tra Macerata e Tolentino, quando il suo esercito fuggiva in dirotta dinanzi al nemico incalzante, Gioacchino, per salvare Macerata dal saccheggio, lo fece passare fuori dalle mura della città, e a lui, che partì ultimo e voltandosi sul cavallo salutava con la mano, rispondevano dalle mura e dalle case i cittadini con gesti e con grida affettuose, e corse anzi poscia e durò a lungo un detto popolare a tutto onore di Gioacchino: Tra Chienti e Potenza (i due fiumi che bagnano la collina di Macerata) tra Chienti e Potenza finì l'indipendenza.

Finita no, finchè durava il desiderio di ricuperarla. Qui infatti si riattacca il filo dei tentativi, che seguirono.

Guelfi son detti i Carbonari delle Marche dopo il 15 e si diramano di qui in Romagna e in tutte quattro le Legazioni, variando nomi e forme secondarie, ma sempre con un intento comune, nè bisogna credere che i nomi diversi significhino sètte diverse od in opposizione le une colle altre.

Accadrà anche questo, ma per ora tali variazioni e frastagliamenti settari di Guelfi, Adelfi, Maestri Perfetti, Turba, Siberia, Fratelli Artisti, Difensori della patria, Bersaglieri Americani, e via dicendo, che si riscontrano qua e là nei documenti sincroni, altro non sono che artifici settari, e qualche volta riforme (come le chiamavano) per lo più ordinate ad ogni tentativo d'azione mal riuscito; singolare fortuna di questa parola: riforma, la quale è comune ai Protestanti, alla Chiesa Cattolica e alle sue fraterie, come alle sètte politiche ed alle loro trasformazioni, ed oggi non serve più che per tenere a bada la buona gente ad ogni nuova crisi ministeriale.

Il primo tentativo dei Guelfi Marchigiani, a cui le Romagne non giunsero in tempo ad associarsi, è quello della notte di San Giovanni, 23 giugno 1817, il quale, se anche ebbe un principio d'esecuzione, fu così poca cosa, che neppure quel Pani Rossi, il quale ha noverate 171 ribellioni dei sudditi pontifici, se ne è ricordato. A leggere le sentenze di condanna, che son tre, a vedere il numero e la qualità dei condannati si direbbe trattarsi poco meno che dell'inglese gun powder plot ai tempi di Giacomo I, ma in quella vece pare che i congiurati non fossero neppure in tempo a dar fuoco a quattro caldaie di pece, che insieme con alcuni razzi dovevano dalla torre di Macerata segnalare alle città vicine l'avvenuta rivoluzione e quindi con un seguito di fuochi accesi di monte in monte (il solito telegrafo dei cospiratori) recarne l'annunzio sino a Bologna. In sostanza non accadde nulla, il che non impedì la ferocità enorme dei castighi, e due fatti individuali, ma storicamente istruttivi, meritano soltanto di venire notati, l'uno che il conte Cesare Gallo, gran dignitario Carbonaro e supposto capo del tentativo rivoluzionario di Macerata, tradì la Carboneria e divenne un fidatissimo Papalino: l'altro, che quel monsignor Tiberio Pacca, il quale, come Governatore di Roma, firmò nel 1818 le sentenze contro i Carbonari di Macerata, fu nel 1820 denunciato al Papa per Carbonaro e dovette salvarsi fuggendo in Francia dall'essere processato e carcerato lui pure.

Queste le prime cospirazioni e il primo tentativo rivoluzionario nelle Marche e in Romagna. La bandiera, che era caduta dalle mani di Gioacchino Murat e che non avevano potuto rialzare i rivoluzionari di Macerata, fu raccolta e salvata nei nascondigli delle sètte. D'ora in poi la Romagna è veramente quell'Italia che, a proposito delle cospirazioni politiche di quel tempo, Carlo Didier descriveva nella sua Rome souterraine. Forse nessuno di voi ricorda questo libro della più lussureggiante vegetazione romantica, nel quale da ragazzo mi deliziavo e che oggi forse purtroppo neppure i ragazzi, istruiti secondo i dogmi della pedagogia positivista, leggono più. Dico purtroppo, perchè la grulleria romantica (se tale era) passava coll'età, e le altre durano tutta la vita.

«L'Italia (scriveva il Didier) è come l'antico Egitto un paese di misteri.... Quando la sua superficie è più calma e tutta vestita di fiori, è forse allora che la mina arde e sta per scoppiare.» Nonostante il tono apocalittico, il Didier dice il vero nello stesso modo che, scendendo a particolari, riscontrai descritta tal quale nelle Memorie di un cospiratore Ravennate, che lessi manoscritte e delle quali ho vista ora annunziata la pubblicazione, la scena, per esempio, dell'ammissione o iniziazione Carbonaresca. Non c'è di più nel Didier che una parte drammatica (la quale però chi sa quanti riscontri ebbe allora nella realtà), quella del Carbonaro spergiuro, che fra le perfide carezze d'una bellissima principessa romana s'è lasciato trarre di bocca il segreto della setta ed ha involontariamente denunziato i compagni. Quando costoro si trovano insieme, si sente a un tratto il grido d'allarme delle scolte, i Carbonari scompaiono come per incanto in una bodola, che si rinchiude sopra di essi, e birri e soldati trovano vuota la sala delle adunanze dove i lumi ardono ancora, e l' iniziato, un diplomatico russo, pende ancora cogli occhi bendati, da una croce sul cosiddetto calvario Carbonaresco.

Anche questa scenografia spettacolosa non è del romanzo soltanto, ma appartiene in realtà al cerimoniale della setta.

È ridicola, ma storicamente è importante: in primo luogo perchè è tradizione Massonica, in secondo luogo perchè è diretta, si vede, a colpire fortemente l'immaginazione e la sensibilità degli affigliati.