Quanto all'ordinamento della Carboneria, di cui oggi si conoscono molte trascrizioni, esso era composto, come già accennò il Nitti, di un'alta Vendita (parola simbolica, come ben capite) risiedente in Parigi, distinta in Vendite nazionali e in Vendite centrali per ogni stato (le vedremo funzionare nella Rivoluzione del 31), le quali alla lor volta erano composte di Vendite d'apprendisti e di Montagne di Maestri. Cinque Maestri e due Apprendisti formavano una Vendita centrale.

Era unitario o federale per l'Italia il fine politico, a cui mirava la Carboneria? Non pare che lo determinasse mai bene del tutto, se di ciò tanto acerbamente la critica Giuseppe Mazzini, il quale vi si ascrisse nel 1827, cinque anni prima cioè, ch'egli fondasse con programma unitario la Giovine Italia.

Certo è però che unitaria era una famosa Costituzione Latina, giurata dai Carbonari a Bologna nel 1818 in casa del principe Hercolani; unitaria pure la Repubblica Ausonia, che i cospiratori del 18, del 19 e del 20 si proponevano di fondare. Ma dopo quello che, come avete sentito dal Nitti, accadde a Napoli nel 20, e quello che accadde a Bologna nel 31, quest'è ormai una questione accademica, che non serve a nulla.

Più importante è conoscere gli uomini, penetrare, se è possibile, nell'animo di coloro, che si ponevano a questo sbaraglio, a questo cimento mortale delle congiure. Permettetemi di ricordare fra i tanti un tipo singolarissimo, di cui ho scritto più volte, ma di cui avrei rimorso a non farvi parola in questa occasione. Le sue Memorie le ha scritte sua figlia in un libro mal congegnato, ma che fa piangere, perchè di certo fu scritto piangendo. Egli è Vincenzo Fattiboni di Cesena. V'è un'unità di tragedia classica nella vita di quest'uomo e bastano le date a narrarla tutta. Nel 1811 è Frammassone a Milano: nel 15 segue l'impresa di Gioachino Murat; nel 17 prende parte al tentativo di Macerata; nel 18 è condannato a dieci anni di galera; ne esce nell'ottobre del 28; nel 29 è di nuovo a capo della Vendita Carbonaresca di Cesena; nel 31 decreta la decadenza del potere temporale dei Papi insieme coi rivoluzionari della Costituente provvisoria di Bologna; nell'anno stesso va in esilio a Corfù; vi resta fin verso il 1848; segue coll'animo e coll'opera le immense speranze di quell'anno: non può reggere alle profonde disillusioni e ruine del 1849, e il 12 maggio 1850 dispera un'ultima volta e si uccide.

Difficile rassomigliare ad un tipo come questo, veramente eroico e sublime nella semplicità della sua fede e nella costanza del suo patriottismo, e certo, accanto a lui, non mancano pur troppo i deboli, i vanagloriosi, i farabutti, i falsi martiri; non mancano i sopravvissuti a questo tenebroso tempo delle cospirazioni, la liquidazione commerciale del patriottismo dei quali non finisce mai.

Ma molti altri s'accostano almeno per purezza e grandezza morale al Fattiboni e, se ne avessi il tempo, vorrei annoverarli a uno a uno, perchè essi sono tanto più meritevoli di ricordo, in quanto lottavano con un'infamia di governo, di cui voi altri Toscani, anche sotto quell'accidia degli ultimi Medici e degli ultimi Lorenesi, non potevate farvi neppure un'idea lontana: un governo, che vedendo non bastargli gli eccessi della repressione, la falsità dei giudizi, le immanità tutte d'un potere, che non si difende, ma si vendica, giunse persino al segno di contrapporre sètte a sètte, congiure a congiure, aspettando di bandire, come fece il cardinale Bernetti nel 1831, con una pubblica notificazione, la guerra civile.

Queste sètte si chiamavano i Pacifici, i Sanfedisti, i Centurioni (a Faenza, in opposizione ai liberali, i Cani e Gatti ), e ammirando la stupenda invenzione, le imitarono il Duca di Modena coi Concistoriali, i Borboni di Napoli coi Calderari, l'Austria coi Ferdinandei. Che intreccio d'iniquità, di dolori, di misfatti! La buon'anima di Cesare Cantù ha osato dire che tutte queste sono invenzioni di rivoluzionari. Ma l'espediente è troppo disinvolto dinanzi alla realtà di fatti orrendi, che i vecchi in Romagna, nelle Marche, nell'Umbria hanno visti cogli occhi loro e ricordano ancora, e per accertare i quali si sarebbe potuta invocare, sto per dire, la testimonianza di Pio IX, che, Vescovo d'Imola, ne piangeva a calde lagrime, o si potrebbe invocare anche oggi quella di Leone XIII, se volesse parlare.

Contuttociò non cessa in Romagna il fermento delle sètte liberali, anzi dopo le repressioni del 1818 aumenta sempre più, e tanta è la paura del governo che neppure Lord Byron per amore della bella Guiccioli e Lady Morgan per diporto possono nel 19 e nel 20 penetrare in Romagna, senza che la loro corrispondenza epistolare sia per ordine di Roma aperta e trascritta.

Quali erano però gli effetti palesi di tutto questo gran cospirare dei liberali e di tutto questo loro fermentare e agitarsi nell'ombra? Scoppia a Napoli una rivoluzione nel 20, un'altra in Piemonte nel 21, ed in Romagna nessuno si muove. Gli Austriaci passano e ripassano nell'andare e tornare da Napoli, e nessuno torce loro un capello. C'è di peggio! A Cesena molti ufficiali austriaci si danno a conoscere per Carbonari, e i liberali li festeggiano. Che diavolo di confusioni, di allucinazioni e di garbugli è mai questo? Ma appunto è gran segno dell'immensa e profonda infelicità di quel tempo! Tanto più che neppur l'inazione sconclusionata delle sètte liberali calmava la feroce paura del Governo, sicchè nel 24 mandava in Romagna dittatore il cardinale Rivarola, una specie di Duca d'Alba mitrato, il quale con una sola sentenza condannò per cospiratori 508 persone.

Divenne un punto d'onore pei Carbonari non lasciar uscir vivo di Romagna questo pretaccio, non si sa se più pazzo o ribaldo. Tentarono più volte, giacchè questo abbominio dell'assassinio politico non ripugnava loro e nel caso presente pareva una vera giustizia di Dio. Ma lo era così poco, che il colpo, diretto a lui, toccò al suo caudatario; ed ecco che, fuggito il Rivarola, sopravviene a vendetta un monsignor Invernizzi, il quale manda subito al patibolo cinque Carbonari, molto probabilmente innocenti, e ne imprigiona tra colpevoli o solamente sospetti a centinaia. Non basta. Monsignore ebbe all'ultimo un'ispirazione veramente infernale. Bandì che ormai egli avea nelle mani tutti i nomi dei settari e dei più o meno aderenti, che nessuno quindi potea sperare di salvarsi da lui, ma che nondimeno egli perdonerebbe a chiunque confessasse le proprie colpe, se ne dichiarasse pentito, accusasse i complici e promettesse di non peccare mai più.