Quest'atto si chiamò far la spontanea e le fantasie eccitate e terrorizzate furono colte da siffatta specie di sgomento e di delirio, che le genti corsero a frotte e fecero la spontanea quegli stessi, che nulla avevano da confessare.

Tali le arti del governo dei preti in Romagna, e se le sètte ne riceverono per allora un colpo mortale, il governo però venne a schifo anche agli uomini più miti, più sottomessi, più religiosi e più alieni da congiure e da sedizioni popolari.

Ogni classe partecipò più o meno a tale disprezzo ed in ciò sta la spiegazione del particolarissimo carattere, calmo, concorde, dottrinario, festaiolo e quasi idillico, che ebbe la rivoluzione scoppiata in Bologna la notte del 4 febbraio 1831.

Il 10 febbraio 1829 morì Papa Della Genga, che avea regnato cinque anni col nome di Leone XII.

Era di carnevale, e Pasquino in Roma cantava:

Tre gran danni ci festi, o padre santo:

Accettare il papato, viver tanto,

Morire in carneval per esser pianto:

vendetta d'epigrammi, la sola, quasi, che il buon umore romanesco abbia mai fatto dei martirii della Romagna. A Leone XII successe per pochi mesi Pio VIII, vecchio ed infermo, e per lui regnò il cardinale Albani, vendutosi al Metternich e quindi anima dannata dell'Austria.

Ma morto Pio VIII, ecco le sètte politiche, già sgominate in Romagna dal Rivarola, dall'Invernizzi e dall'Albani, ripullulare, riagitarsi, ripigliar vita e vigore, e colle sètte cooperare questa volta (novità e progresso notevolissimo) ogni ordine di cittadini; prova questa che le sètte politiche non erano poi state, come tanti pretendono, inutili del tutto. Senza di esse questa fiamma, che ora si dilatava così rapida e larga, si sarebbe probabilmente spenta del tutto.