Perseguitato aspramente e tradito da un compagno, fu arrestato nel monastero di Muro Lucano e nel 1784 impiccato in Salerno, per semplice ordine del re, senza nemmeno la parvenza di un processo. Fu forse l'ultima condanna pronunziata a Napoli per biglietto, senza nessuna procedura; e il fatto parve mostruoso anche alla Curia, che di questo scandalo parlò a lungo.
Nè prima, nè dopo di lui vi fu alcuno che, anche lontanamente, si potesse paragonare ad Angelo Duca. Vi furono tra i banditi molte anime desiderose di giustizia, o almeno di vivere più umano; vi furono individui che in non poche occasioni diedero prova di spirito di sacrifizio e di devozione. Ma erano nature rozze, e la loro primitiva morale non permetteva mai di elevarsi fuori dell'ambiente di miserie e di odî in cui vivevano.
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Ma il vero brigantaggio politico non comincia che nel 1799. Fuggiti in quell'anno i sovrani in Sicilia e proclamata la repubblica, questa non avea nè potea avere salde radici nel popolo. Messa su dai francesi, raccoglieva intorno a sè gli spiriti più eletti e insieme gran numero di scontenti dell'aristocrazia del reame. Nondimeno si sorreggeva, e, nonostante Nelson, la lotta da parte della squadra britannica sarebbe durata se un uomo audace e intraprendente non avesse concepito il pensiero arditissimo di conquistare il regno al Sovrano, eccitando le passioni popolari e scatenando il brigantaggio.
Il cardinale Fabrizio Ruffo, il cui nome è rimasto tristamente famoso, ma che fu migliore della sua riputazione e sopra tutto fu più onesto dei suoi sovrani, concepì l'idea audace di riconquistare il reame, mettendo in rivolta le classi proletarie. Principe della Chiesa e feudatario, pieno di debiti e di audacia, senza scrupoli e pure non perverso, egli avea un piano assai semplice ed ardito. Partendo dalla punta estrema della Calabria e descrivendo un grande arco di cerchio traverso la Basilicata, le Puglie e i Principati si proponeva di giungere a Napoli, dopo aver percorso le zone principali del brigantaggio. Riunendo dintorno a sè i banditi — come si diceva allora che la parola brigante non era ancora penetrata — riunendo i miserabili e gli scontenti, sapeva di arrivare a Napoli seguìto da turba infinita e feroce, e contava di poter facilmente distruggere la mal difesa repubblica.
In una lettera da Monteleone al ministro Acton, il Cardinale spiega chiaramente i mezzi di cui volea valersi; contava sopra tutto di andare avanti «nutrendo sempre la gelosia fra il popolo e il ceto medio.» Le classi colte erano desiderose di nuovi ordinamenti: bastava atterrirle svegliando l'odio popolare contro i possidenti. «Spero — scriveva in un'altra lettera, partecipante la presa di Cosenza — che il popolo basso abbia saccheggiato insieme con gli aggressori, e così mantenga a freno i nobili e i paglietti,» cioè l'aristocrazia scontenta e la borghesia.
Il Cardinale era seguìto da malfattori venuti d'ogni parte e da banditi famosi, cui si prometteva ogni sorta di premio e da turbe desiderose di saccheggio, le quali assai facilmente propendevano a dichiarar giacobino chiunque possedesse. A Napoli il sinistro canto dei sanfedisti diceva:
Chi tene grane e vine
Ha da esse giaccubine.
Chi possiede è giacobino.