Certamente i magistrati e i funzionari che il Governo mandava non erano sempre irreprensibili e molti erano egualmente sensibili al danaro e devoti alle persone potenti.

Ma le popolazioni siciliane, mantenute in uno stato di grande ignoranza, tutte le volte che potevano, mostravano il loro odio ai napoletani. Napoletano voleva quasi dire straniero. In più di un'occasione di impiegati e gendarmi napoletani fu venduta la carne nelle strade, quasi a selvaggia vendetta.

La Sicilia avea tradizioni separatiste fortissime. Per secoli avea avuta una monarchia propria e reggimento autonomo e istituzioni differenti dagli stati della penisola. L'aristocrazia feudale potentissima e più resistente che altrove, odiava la monarchia da cui era stata diminuita. La classe media, desiderosa d'impieghi, vedeva di mal'occhio i napoletani: ogni impiegato napoletano rappresentava un nemico e un concorrente. Il popolo non si era ancora abituato dal 1734, quando per la quarta volta la Sicilia fu unita a Napoli in uno Stato solo, a considerare i napoletani come connazionali; li considerava come stranieri e come dominatori.

Nel 1848 la Sicilia invitò un principe sabaudo, mandò molte bandiere e pochi uomini in Lombardia: ma in fondo fece un movimento separatista e fu la causa prima, come Settembrini e Massari riconoscono, della caduta del movimento liberale in Italia.

Non solo separazione politica da Napoli; ma i suoi rappresentanti, con eccessivo ardore, dichiaravano dal Re di Napoli non voler accettare nemmeno le cose buone.

Ora Ferdinando II avea creduto e gli era stato fatto credere che, all'annunzio della costituzione, la Sicilia si sarebbe calmata. Avveniva invece il contrario.

D'altra parte i liberali pretendevano che la Sicilia non si dovesse sottomettere con le armi; volevano con la guardia nazionale che vi fosse una specie di nazione armata; pretendevano che il Re proclamasse la lega dei principi italiani e l'unità della penisola.

Ora, tutte queste cose impensierivano il Re. Quasi metà del reame si era distaccato e lo avea dichiarato decaduto; l'esercito era malcontento; le passioni e le aspirazioni che il nuovo ordinamento avea determinato erano violentissime.

I ministri, la stampa, il pubblico, non educati alla libertà, mancavano non solo di garbo, ma di convenienza.

La stampa si permetteva sul conto della famiglia reale e degli antenati del Re apostrofi irreverenti; in pubbliche dimostrazioni si portavano sotto il palazzo reale i ritratti di Pagano, di Cirillo e di altri, che senza dubbio iniquamente, erano stati fatti uccidere dall'avo del Re. Questi richiami storici non aveano nulla di grazioso, nulla di rassicurante sopra tutto.