Questa unità nel potere, questa armonia nell'esercizio delle funzioni regie, corroborarono la forza del principato. Sino ai giorni nostri il clero nell'isola fu regio e non papalino. Nelle cospirazioni, e sulle barricate, al 1848 ed al 1860, avemmo compagni preti e frati. Il clero papalino cominciò a fiorire dopo la legge del 13 maggio 1871. Questi ricordi possono essere un ammonimento ai moderni uomini di Stato.
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La Santa Sede non concedette mai riposo ai re di Sicilia. Dai primi dubbii sulla interpretazione della bolla di Urbano, che condussero al trattato di Benevento del 1156, alle inimicizie palesi sotto Federigo lo Svevo, alle iniquità di Innocenzo III, è tutta una odissea più che secolare di triboli e di persecuzioni.
Per colmo di misura, salirono l'un dopo l'altro, sul trono di Pietro, pontefici francesi nei quali le ambizioni e le insidiose abitudini della Curia non erano temperate da sentimento di patria. Avevano le teorie di Ildebrando senza la grandezza del principe.
Dovrò io ricordare che Urbano IV esibì il regno di Sicilia al migliore offerente? Che lo concedette in feudo a Carlo d'Angiò? Dovrò ricordare la pietosa fine di Manfredi innanzi Benevento? E quella, dopo Tagliacozzo, di Corradino? E i sedici anni di infame, invereconda tirannide che ne seguirono? E l'epica, la fulminea ribellione del Vespro? O non è forse la guerra dei trent'anni sufficiente documento della fibra leonina del popolo siciliano, abbeverata nel proprio sangue, temprata ne' proprii dolori, inaccessibile a seduzioni, a corruzioni, a lusinghe?
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Singolare a notarsi: dal 1078 al 1860 in Sicilia ebbero vita nove dinastie; molte di esse furono detestate, nessuna riuscì a metter salda radice nell'isola.... eppure il popolo fu mai sempre monarchico. Delle rare proclamazioni repubblicane fu causa l'assenza temporanea del principe: ma il governo del demo disparve, per mancanza di seguaci serii e convinti, senza rammarico — e mancò sempre forza e coesione di partigiani per restaurarlo, in più che quaranta rivoluzioni!
Esempio insuperato di virtù — se virtù è la pazienza dei popoli — i Siciliani insorsero spesso contro gli uomini, non mai contro il regime. Così, indignati per la sfacciata corruzione dei pubblici funzionarii, feriti dalle nuove imposte cinicamente meditate dal Parlamento, ansiosi di un più mite governo — i palermitani insorgevano. E davano inizio alla sommossa, portando in trionfo il ritratto del re.
Al 1547 il plebeo Alesi, superbo delle sue vittorie sui nobili e sui funzionarii dello Stato, respingeva i consigli di democrazia e voleva monarchicamente governare; ed il notaio Vairo, che, nel movimento dell'anno stesso non potè far valere le sue idee di repubblica, fu insieme ai suoi compagni, strozzato dal boia.
La stessa sorte toccò ad Ignazio Volturo nel 1704, e nel 1795 a Francesco Paolo de Blasi e ad altri suoi compagni.