Quante compagne ebbe a Brescia la donna greca che rispose: «l'ho partorito per questo» a chi le annunziava morto in battaglia suo figlio: quante bresciane, dalle barricate, guardarono i loro congiunti combattere e ne sentirono orgoglio!

Le campane tutte cominciarono a suonare a stormo, e quando il cannone diede il segno, le soldatesche si precipitarono fuori del Castello, e la città fu investita da tutte le cinque porte.

La procella del ferro e del fuoco imperversava furiosa, la morte mieteva a Brescia il fiore de' suoi prodi, dalle ruine fumanti s'alzava verso il popolo una voce che diceva: «tutto è perduto, arrenditi, ti salva!» e il popolo con ostinato eroismo rifiutava ogni proposta di resa.

Haynau, pensando sforzare altro passo, scagliò alcuni battaglioni verso una piazza della città chiamata dell'Albera «Termopili bresciana.» Qui la resistenza fu più che umana. «Trentamila di questi indemoniati bresciani per conquistar Parigi!» esclamò Haynau, guardando dal Castello l'epica zuffa.

Le schiere austriache cadevano a' piedi dei serragli.

Non un colpo andava in fallo.

Quei magnanimi bresciani, cacciando fuori altissime grida di vittoria, furiosi, accecati, deliranti. apparivano, neri di polvere e stravolti, sull'alto dei ripari. Stringendo con mani potenti le daghe e le coltella, digrignando i denti, con le vene turgide, con gli occhi dilatati, iniettati di sangue, nei quali scintillavano trucemente le pupille, correvano a furia sui nemici, volendo, come dicevano, odorarne il fiato.

E tale fu l'impeto, così pauroso l'aspetto di quei terribili combattenti, che molti nemici, spersi, scoraggiati, confusi, cercarono scampo nella fuga, altri conquisi da un invincibile timor pànico, da una paura misteriosa, da un terror pazzo, immobili, muti, col fiato sospeso, erano uccisi o feriti, prima di riaversi dallo stupore.

Che scorno per le armi imperiali! Ma quel giorno sulla piazza dell'Albera non strisciò la sciabola tedesca.

Questa è vera gloria!